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Slowdive – Auditorium Parco Della Musica (Roma) 01.07.2024

Live Report a cura di Francesca Mastracci

Se dovessi figurarmi l’iperspazio, con molta probabilità lo farei così: con gli Slowdive mandati in ripetizione a volumi altissimi, qualsiasi album va bene, in un vortice fluttuante senza spinte gravitazionali, tra coordinate indecifrabili.

Non avevo mai visto la band cardine dello shoegaze britannico esibirsi dal vivo prima di martedì sera, ma voci di corridoio anche abbastanza autorevoli mi avevano assicurato che su quel palco lo spettacolo a cui avrei assistito sarebbe stato un concentrato di maestria ineccepibile e fascinazione acustica al suo massimo grado. Da ormai più di trent’anni (considerato lo iato in cui non sono stati una formazione – dal  1995 al 2014, ndr) quando la band originaria di Reading sale su un palco, non ci sono tentennamenti: tutto segue un suo flusso inarrestabile, tempo e spazio cessano miracolosamente di esistere e si viene catapultati in una dimensione dove le stratificazioni chitarristiche si intrecciano a echi sintetici trasognanti e linee di basso eteree per poi liquefarsi, esplodere di nuovo, ed infine dissolversi come polvere di stelle nel mezzo della quale tutti noi vaghiamo, persi, mentre ammiriamo dal parterre come la sideralità si traduca in musica.

Qualche mese fa avevamo avuto modo di curare un photo report della data bolognese del tour promozionale del loro ultimo disco everything is alive. Fatta eccezione per poche piccole variazioni, la scaletta risulta pressocché invariata.

Cambia però lo scenario che, senza nulla togliere al nostro caro affezionatissimo Estragon, ha giocato un bel ruolo nella serata di Roma. L’anfiteatro Cavea, nel cuore dell’Auditorium Parco Della Musica , ha accolto bene le astrazioni sognanti, le partiture maestose e i riverberi ipnotici che gli Slowdive ci hanno regalato.

In una serata afosa e appiccicosa di inizio luglio, tra l’odore dello spray antizanzare, Cavea si riconferma ancora una volta l’ambientazione perfetta per un tipo di live del genere, con le sagome dei gabbiani che sorvolano lo stage e quel venticello che sembra venir fuori dalle scalinate stesse.

Il live inizia ufficialmentealle 21,15 (con rammarico, sono arrivata tardi per l’esibizione di Adele Nigro, che ha svolto uno splendido opening act a detta di tutti presenti). Rachel Goswell e Neil Halsted (entrambi voce, chitarre, synth), accompagnati da Nick Chaplin al basso, Christian Savill alle chitarre e Simon Scott alla batteria fanno il loro ingresso sulle note di “Deep Blue Day” di Brian Eno.

La restante ora e mezza sarà una sequela dei brani imprescindibili della loro discografia con le più recenti produzioni. Troviamo “Alison”, “When The Sun Hits”, “40 days” “Souvlaki Space Station” (tratti da quella gigantesca pietra miliare che ha permesso di delineare i connotati di un genere, Souvlaki del 1994), “Slomo” “Star Roving” e “Sugar For The Pill” (dall’omonimo disco che ne ha consacrato il ritorno nel 2017). Immancabile già da un po’ nella setlist, inoltre, la cover di “Golden Hair” di Syd Barrett che chiude la tranche prima dell’encore con Rachel che recita le strofe, uscendo dal palco e lasciando il resto della band ad una lunga coda strumentale e l’immagine di Barrett proiettata sullo sfondo. Ma ci sono anche i nuovi brani “shanty”, “kisses”, “skin in the game” (tutti con la lettera minuscola) che sono già entrati a pieno titolo nel loro repertorio.

Basta chiudere gli occhi per sentirsi altrove, ma è cogliendo con lo sguardo tutto quello che ci circonda che riusciamo ad entrare veramente in sinergia con il viaggio che il quintetto ci spinge a fare. Così capita spesso che veniamo risucchiati in implosioni sonore fagocitanti come buchi neri, totalmente rapiti dalle visuals e dai giochi chiaroscurali delle luci proiettate sia sullo stage che sulla platea (il finale di “Catch The Breeze” credo sia stata un’esperienza estatica dalla quale abbiamo fatto fatica tutti a staccarci una volta terminato il pezzo).

Outro affidata ad un altro tributo enoiano con “An Ending (Ascent)”, perfetto finale che suggella la chiusura di un cerchio, delineando le pareti sottili di una bolla di rarefazione che scoppia gettando in aria qualche goccia traslucida.

Il sogno è finito.

Poche parole di ringraziamento.

E addio.

Ci si rivede al prossimo viaggio sulla luna.

Autore:

Francesca Mastracci