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LiveR Gods Of Metal Day 4

Domenica 24 giugno 2012 – giorno 4

Line Up
I Killed the Prom Queen

Kobra and the Lotus

August Burns Red

Devildriver

Trivium

Lamb of God

Black Label Society

Opeth

Ozzy e Friends

Ad dare inizio a quest’ ultima giornata di GOM sono gli australiani I Killed the Prom Queen che, vuoi l’orario improbabile e la ancora scarsa presenza nell’Arena di pubblico, non riscuotono troppo entusiamo.

A seguire i Kobra and The Lotus. Sarà grazie alla carismatica presenza dell’energica ed avvenente frontgirl Kobra Paige, che con il suo atteggiamento e i suoi vocalizzi ci ricorda molto un maestro come Bruce Dickinson, o grazie al genere squisitamente metal proposto dal quintetto canadese, ma i presenti sembrano cominciare a svegliarsi dall’iniziale torpore.

Dopo gli opener della giornata, la ventata metalcore proposta dal cartellone odierno continua. Alle 12.30 è il momento degli August Burns Red, che non non entusiasmano più di tanto il pubblico presente, sebbene la loro prova risulti tecnicamente valida.

E’ l’ora di pranzo quando prendono posto sul palco i Devildriver. Rispetto alle esibizioni precedenti finalmente i suoni sono pieni e potenti. La band offre un’ottima e vigorosa performance. Gli astanti, che cominciano a essere sempre più numerosi, ringraziano per l’ottimo intrattenimento mostrandosi assai più partecipi rispetto alle esibizioni sin qui viste.

Mancano pochi minuti alle 15. La cappa di afa che ricopre Milano aiuta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, a scaldare gli animi dei metallari presenti nell’Arena. Sulla marcia di Capsizing the Sea, entrano in scena i Trivium. I ragazzi sono carichissimi e partono subito con la titletrack della loro ultima fatica, In Waves per l’appunto. Il frontman del gruppo, Matt Heafy, si dimostra da subito un ottimo intrattenitore incitando in continuazione il pubblico al grido di “Head banging, fist bumping, ass shacking & body moving”. La setlist del loro live, che prevede solo 9 brani, è fondamentalmente incentrata sul loro secondo album Ascendency (Roadrunner Records, 2005) dal quale propongono Pull Harder on the Strings of Your Martyr, Rain, The Deceived, Drowned and Torn Asunder e A Gunshot to the Head of Trepidation. Ma sono sicuramente Black e Dusk Dismanteld i brani più accattivanti e meglio eseguiti. A chiudere l’esibizione dei Trivium sono le note di Throes of Perdition. In sintesi i ragazzi di Orlando si dimostrano ancora una volta validissimi musicisti e intrattenitori, proponendo uno show dai suoni decisamente puliti e scatenando l’entusiasmo del pubblico. Nota degna di essere raccontata è la presenza di un’anziana signora seduta, bastone alla mano, a lato del palco. Si scoprirà trattarsi della Signora Gregoletto, nonna del bassista di chiare origini italiane. Scene da Gods of Metal.

E’ giunta l’ora dei Lamb of God. Fin dalle prime note i volumi assordanti fanno intendere che si tratterà di una performance per veri duri e già con il primo brano Desolation il pubblico si scatena. E’ chiaro ormai che la temperatura, e non solo quella climatica, si farà sempre più alta in previsione del gran finale di serata. Lo spettacolo inizia con due estratti dell’ ultimo album Resolution (Roadrunner Records, 2012) “Desolation” e “Ghost Walking”. Dopo “Walk with me in Hell” è il momento di una trippletta da far tremare le vene dei polsi: “Set to Fail”, “Now You’ve Got Something to Die For” e “Ruin”. Ne usciremo vivi? Per fortuna si, ma non ce tempo di fermarsi, la setlist è ricca e il tempo a disposizione sempre troppo poco per i gruppi pomeridiani. Si susseguono nell’ordine “Hourglass”, “The Undertow”, “Omerta”, “Contractor”, The number Six” e “Laid to Rest”. Chiudono trionfalmente l’esibizione “Redneck” e “Black Label” a sottolineare per l’ennesima volta la violenta e ancestrale carica energetica del quintetto di Richmond.

Dopo diversi gruppi dal sound indiscutibilmente moderno, e giunto finalmente il momento di vedere sul palco i duri e puri dell’ Hard & Heavy, i Black Label Society. Come al solito sopra le righe, Zakk Wylde fa il suo ingresso in scena con l’appariscente copricapo piumato dei nativi americani dando il via a Crazy Horse che con Overlord, Parade of the Dead e Godspeed Hell Bound sono gli estratti del recente Order of the Black (Roadrunner Records, 2010). Gli spettatori accorsi per Ozzy & Friends apprezzano visibilmente la performance energica e vigorosa dei BLS e del loro carismatico leader.

Durante la performance si susseguono i grandi classici del gruppo statunitense: Funeral Bell, Bleed for Me, Demise of Sanity e Fire it Up seguito da un interminabile assolo degno dell’insolenza del barbuto cantante. A seguire altri brani leggendari come Suicide Messiah e Concrete Jungle. Chiude l’intensa prova dei BLS Stillborn. Il pubblico è soddisfatto, anche perchè sa che a breve avrà il piacere di rivedere l’erculeo Wylde al fianco di Ozzy.

Chi ha avuto il piacere di assistere alla tappa milanese del loro ultimo Heritage Tour (Alcatraz, 24 novembre 2011) sa che l’ influenza progressive di Steven Wilson, musicista inglese leader dei Porcupine Tree produttore di diversi dei lavori del gruppo svedese e con il quale Mikael Akerfeldt ha da poco iniziato ufficialmente il tanto atteso progetto Storm Corrosion, potrebbe causare non pochi malumori tra il pubblico odierno, probabilmente poco propenso a questo tipo di sonorità.
La prima parte dello show è, infatti, in puro stile wilsoniano con The Devil’s Orchard, I Feel the Dark, Slither e The Lines in My Hand dall’ultima fatica Heritage (Roadrunner Records, 2011), seguite da Windowpane da Damnation (Music for Nations, 2003) prodotto per l’appunto dall’amico musicista inglese. Sebbene l’esecuzione sia, come sempre, impeccabile dal punto di vista tecnico, il pubblico del GOM sembra cadere in un profondo torpore.

E nulla può il tagliente e anglosassone humor di Mikael che viene, purtroppo, recepito da pochi.
Dopo Heir Apparent, per la gioia dei più con la triade finale The Grand Conjuration, Demon of the Fall e Deliverance ritroviamo le atmosfere death delle radici. Le teste ricominciano a muoversi e Mikael rispolvera il buon vecchio caro growl tenuto nel cassetto in occasione dell’ultimo live milanese dello scorso novembre.

Sebbene lo show degli svedesi possa risultare fuori contesto, considerando i gruppi precedenti e l’headliner che seguirà più tardi, come sempre la performance è stata ineccepibile, senza la minima ombra di sbavature.

Gran parte della popolazione presente a Rho Fiera è impegnata a rifocillarsi mentre sui pochi schermi presenti qua e là negli stand gastronomici ci giochiamo i quarti di finale degli europei di calcio contro l’Inghilterra. Con largo anticipo rispetto all’orario previsto, il maxischermo del palco si accende e mostra un video che ripercorre la carriera di Ozzy. Tutti cominciano a correre verso il palco e lo show di uno dei padri fondatori dell’heavy metal parte con Bark at the Moon. Sul palco con Mr. Osbourne ci sono Tommy Clufetos (batteria), Gus G. (Chitarra), Blasko (basso) e Adam Wakeman (seconda chitarra). E’ fin da subito chiaro che quella di questa sera non sarà una grande performance vocale. The Madman non ha voce e di note ne azzecca veramente poche. Ma al pubblico tutto questo, per fortuna, non sembra importare poi molto. Lo show prosegue con una carrellata di classici di Ozzy come Mr. Crowley, Suicide Solution, I Don’t Know, Shot in the Dark e Rat Salad, primo pezzo dei Black Sabbath proposto.

Il secondo set della serata vede salire sul palco, con Ozzy, Slash alla chitarra e Geezer Butler al basso, sempre accompagnati da Clufetos e Wakeman. Si riparte con una tripletta di brani storici dei Black Sabbath: Iron Man, War Pigs e N.I.B. Il pubblico è visibilmente eccitato e canta a squarciagola con il mostro sacro del metal.

Cambio rapido di chitarrista: esce Slash ed entra Zakk Wylde, ormai da tempo compagno di avventure di Ozzy, che si fa trovare pronto e parte con le note di Fairies Wear Boots, ultimo brano dei Sabbath per il momento.

Altro giro altro regalo: Butler fa nuovamente spazio a Blasko sul palco e, pronti via, si riparte con alcuni dei pezzi immortali del signore di Birmingham: I Don’t Want to Change the World, Crazy Train e Mama I’m Coming Home.

Sul finale è il delirio. Il pubblico è in visibilio. Tutti i Friends salgono sul palco per Paranoid, pietra miliare della musica rock del XX secolo. Con le poche energie rimaste tutti cominciano a saltare e ad accompagnare all’unisono la poca voce rimasta al Principe delle tenebre che nonostante gli evidenti limiti vocali riesce comunque a scatenare l’entusiasmo dei presenti, grazie anche alla buona performance dei suoi amici musicisti.
E perchè poi, in fondo, ad una leggenda della musica come Ozzy si perdona tutto.






Live Report a cura di
Michela Focchi




 

Autore:

staff