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Intervista This is core

É una delle etichette discografiche italiane indipendenti più in voga del momento, parliamo di
This is core, nata da un’idea del discografico italiano Beppe Platania, che, uscito da esperienze
discografiche diverse, ha voluto fondare una label con idee nuove di promuovere musica e
allargando molto gli orizzonti in piena libertà. Innovativa, moderna e più attinente al periodo
storico discografico che stiamo vivendo, This is core si è presto affermata nel mercato della musica
alternativa, italiana e internazionale, puntando più sulla distribuzione digitale e meno su quella
tradizionale del disco fisico e offrendo anche altri servizi alle bands che non sia solo la discografia.
Non mancano i cavalli di razza come “Melody Fall” e “If i die today”, a fare parte della scuderia e
tenere alto il livello, ma anche molti altri artisti italiani che non sono da meno. Tutte le
informazioni si possono trovare sul sito www.thisiscore.net, e questa è l’intervista con Beppe:



Come nasce This is core?


This Is Core nasce nel 2009 da una mia idea. In quel periodo io e Marco Fresia eravamo proprietari
anche di Wynona Records, una label attiva dal 2000 e che negli anni ha prodotto piu di 70 album
in giro per il mondo. Volevo mettermi alla prova e cercare di creare qualcosa di totalmente
personale, e in seconda battuta, volevo staccarmi dal clichè di wynona intesa solo come label pop
punk o punk rock. Diciamo che volevo essere totalmente libero di produrre quello che volevo
senza essere legato a qualche tipo di genere. In più in quegli anni, wynona era una band legata a
rude records, che si occupava del label management in Europa per noi come per altre grosse labels
americane quali hopeless, side one dummy e nitro. A quel punto era veramente difficile far uscire
tutto quello che volevo solamente io, diciamo che bisognava interfacciarsi e seguire dei paletti che
sicuramente This Is Core non avrebbe avuto.


Che generi di gruppi hanno firmato, e firmeranno? Resterete legati a questo
genere o sperimenterete anche altro?

 All’inizio della sua storia, This Is Core è stata una label che ha continuato praticamente il cammino
di wynona, infatti diverse delle bands con cui lavoravamo in passato ci hanno seguito in questa
scelta, vedi Last Day Before Holiday, Startoday, gli stessi If i die Today.
Quindi era inevitabile che all’inizio si lavorasse sempre e comunque con pop punk, punk rock ed
hardcore.
Negli ultimi anni abbiamo proposto diverse volte bands metalcore, che oltretutto in questo
momento come genere, in Italia almeno, è molto più seguito rispetto agli altri. Ci sono molti più
haters (ahah) ma è molto più seguito in generale.


Promuovete gruppi anche all’estero o solo in Italia?


Da diverso tempo, all’interno della nostra struttura, abbiamo un ufficio stampa che si occupa anche
della parte fuori dall’Italia. Diciamo che questa è semplicemente un’esigenza che abbiamo avvertito
lavorando con bands che difficilmente cantano in Italiano. In più, come spesso succede nel nostro
lavoro, i media italiani sono sempre difficilmente abbordabili se non in cambio dell’acquisto di
advertising o di pagine promozionali.

Siete voi che contattate i gruppi?


No, ogni giorno riceviamo demo o album di diverse bands che si propongono per lavorare con la
nostra etichetta.
Cerco di ascoltare tutto nel minor tempo possibile anche se ogni tanto difficilmente mi riesce e
contatto quelli che mi interessano per proporre a quel punto di lavorare con noi.

Come vedete la situazione della discografia (soprattutto per quanto riguarda
le piccole realtà come la vostra)?


La discografia oramai è quasi morta. Ci sono pochissime strutture che si possono ancora
considerare vere e proprie etichette discografiche, e sinceramente, noi non siamo una di quelle. La
nostra label è diventata una agenzia oramai da diversi anni, offriamo dei servizi alle bands che
sono interessate a lavorare con noi e con cui noi siamo interessati a lavorare. In passato eravamo
direttamente noi ad investire sul progetto, pagando la registrazione, i video, la promozione ed in
alcuni casi anche i tour. Adesso è impossibile anche solo pensare di poter investire un minimo
budget per aiutare le bands nella registrazione. Il mercato si è completamente azzerato (in termini
di vendita) da quando la musica viene distribuita in streaming via internet. Credo che sia stato un
passo avanti nei confronti della possibilità di avere tutto alla portata di un click, ma credo che tutto
ciò abbia completamente cancellato il modo di lavorare di strutture che poggiavano tutti i propri
investimenti dai proventi derivanti dalle vendite.

Come internet ha cambiato il mondo della discografia? pro e contro?

Come dicevo prima, i pro sono che un qualsiasi ascoltatore può avere tutto alla portata di un click,
in un secondo, ovunque tu sei puoi ascoltare quello che vuoi, senza neanche spendere un euro.
Questo sicuramente aiuta le realtà come le band indipendenti perchè per farsi conoscere credo che
ci sia bisogno di arrivare fin dall’inizio a più persone possibili. Io trovo sbagliato solo il “regalare”
un prodotto. Spotify si paga, poggia su una serie di introiti pubblicitari che alla fine vanno a
pagare, seppur poco l’artista. Regalare il proprio disco, il proprio ep o singolo invece, lo trovo
sbagliatissimo. E’ come defraudare il proprio lavoro fatto in sala prove e poi in studio di
registrazione.

Pensate che i social network possano dare una mano ad un gruppo per la
promozione?


Moltissimo ma solo se usati nel modo giusto. Alcuni anni fa in Italia c’era la moda di inviare
milioni di messaggi in modo da poter arrivare a più utenti possibili. Io credo che questo serva ma
solo fino ad un certo punto. La cosa migliore per fare promozione è innanzitutto lavorare con
agenzie che si occupano di quello, ci sono addirittura compagnie che lavorano direttamente sulla
gestione dei social network e che permettono di arrivare ad utenti reali e non fake in breve. In
seconda battuta credo che ancora la migliore sia quella di salire su un palco e dimostrare quanto si
vale. Negli anni ho incontrato un sacco di bands che erano tali soltanto in studio di registrazione, e
poi fuori da quello non sapevano neanche come si accordava uno strumento.
Una volta prima di salire su un palco si studiava, ma si studiava lo strumento non i movimenti o il
modo per cui arrivare ad un determinato pubblico.

PS: Lunga vita a Gianni ed Ondalternativa!

Grazie a te Simo per l’intervista, un abbraccio a tutti i lettori.

Intervista a cura di Simone Nigrisoli

 

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staff