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Tre Allegri Ragazzi Morti – 30 anni di incerdibili spettacoli di vita e di morte.

Venghino, signori venghino in questa bellissima plaza

L’incredibile spetaculo de Tre Allegri Ragazzi Morti

Tre Allegri Ragazzi Morti canteranno, balleranno e suoneranno per voi

L’incredibile spetaculo de la vida

L’incredibile spetaculo de la Muerte

Come da tradizione, con queste parole (declamate come un mantra nel pezzo “Quindici anni già”) prende avvio il concerto dei Tre Allegri Ragazzi Morti al Monk di Roma (del 2 maggio), uno dei tanti a cui ho avuto modo di assistere nel corso di questi non dico trenta, ma quasi vent’anni sì.

30 anni? Com’è successo? Quando è passato tutto questo tempo? Per la prima volta, mentre mi guardavo intorno tra il parterre nell’attesa del concerto, ho avuto realmente la consapevolezza del tempo che è trascorso da quando, adolescente, li ho visti live per la prima volta. C’erano i veterani, gli ormai lontanamente post-adolescenti, quelli moderni di post-adolescenti, e c’erano i giovanissimi, tanto giovani da essere in alcuni casi dei bambini (figli di irrinunciabili ragazzi morti diventati genitori).  Ed è stato bello, ho pensato, trovarsi riuniti tutti senza differenze anagrafiche a cantare inni generazionali che ci hanno aiutato ad esorcizzare alcuni dei momenti topici nella nostra lotta interiore. Diversi ma in fondo tutti uguali in quel carnevale di maschere grottesche e personaggi buffi che popolano l’immaginario delle canzoni dei TARM.

I Tre Allegri Ragazzi Morti hanno rappresentato, e non mi sento certo un caso unico o speciale in questo destino, un punto estremamente focale per la formazione di un certo gusto musicale che nel sottobosco alternativo, si andava definendo agli inizi degli anni Zero sempre più per il suo aspetto indipendente.

“Non saremo mai come voi, siamo diversi”

La scaletta si apre con il brano che più di tutti è diventato un inno che li (e ci) identifica: “Mai come voi”. Il resto della scaletta ha dato ampio spazio a momenti storici (“Il principe in bicicletta (la canzone della cameriera)”, “Occhi bassi”, “La ballata delle ossa”, “Quindici anni già”, “Ogni adolescenza”, “La mia vita senza te”, “Mio fratellino ha scoperto il rock’n’roll”, “La tatuata bella”), passando per i capitoli del passato più prossimo in cui emerge tutto il loro lato sperimentale (“In questa grande città (La prima cumbia)” che sfocia in una versione dalle sonorità colombiane di “Bella Ciao”, “La musica sai che cos’è?” che originariamente nasce in feat con Cor Veleno). E non manca, ovviamente, la presentazione dei nuovissimi pezzi estratti da Garage Pordenone da cui spiccano “Ho’oponopono”, “Robot rendez-vous”, “Mi piace quello che è vero”, “Greta la bambina”, “La sola concreta realtà”).

Proprio per parlare di questo loro ultimo lavoro, qualche giorno fa abbiamo avuto modo di scambiare qualche considerazione con Enrico Molteni (bassista della band e fondatore dell’etichetta La Tempesta Dischi). Ci siamo gettati uno sguardo indietro, che è sempre utile per ricontestualizzare il presente e pensarsi al futuro.

 

Ciao Enrico, intanto auguri di buon trentesimo compleanno!

Grazie, tutto questo è incredibile!

 

Quest’anno si celebra il trentesimo compleanno dei Tre Allegri e voi avete deciso di festeggiarlo con l’uscita di un nuovo disco e un tour speciale di presentazione, nel quale saltano all’occhio tutte e tre le giornate del Miami. Se non sbaglio è la prima volta che succede che un gruppo si esibisce per tutte e tre le serate del Miami, e ho saputo che avete intenzione anche di fare tre spettacoli diversi per ognuna delle serate, giusto?

Certo, sì, quello è l’obiettivo: far rivivere per decadi le tre giornate. Quindi i primi dieci anni le origini del gruppo, poi i secondi dieci anni che corrispondono più o meno alla parte interattiva di ricerca etnica, e poi la parte più recente nella terza giornata, quindi dal 2014 a oggi.

 

Com’è stato compiere trent’anni? Cioè, in maniera retrospettiva avrete certamente gettato uno sguardo indietro, come descrivereste il percorso che vi ha portati a questo grande traguardo? Ricordiamo che, comunque, i Tre Allegri Ragazzi Morti sono una delle band italiane più longeve nel panorama underground indipendente italiano.

Beh, ci sono in realtà un po’ di gruppi ad avere più o meno una lunga carriera così. I Punkreas, gli Afterhours, sempre che esistano ancora, effettivamente, poi i Marlene sicuramente, che nel ‘94 hanno fatto uscire Catartica, quindi forse sono più vecchi di noi. Quindi, insomma, diciamo, non siamo soli. Poi ci sono i Pooh (ride), chiaramente non nel panorama underground.

Beh, com’è? Non lo sappiamo bene neanche noi, nel senso che è un po’ come anche per l’età, no?! Cioè, diciamo, da un certo punto di vista ci sembra ogni tanto che siano volati questi 30 anni e che nulla sia cambiato, da un altro punto di vista, in altri momenti, ci sembra che sia un altro mondo quello in cui viviamo e che, di conseguenza, noi siamo persone diverse e ne prendiamo coscienza. Quindi è un po’ simile ai compleanni che si festeggiano nella vita, ma bisogna comunque avere un po’ di anni per capire quello che succede, perché da giovani, ancora bisogna farsi le ossa da questo punto di vista.

Per semi-citarvi, di che cosa parla veramente un album? Nello specifico: di che cosa parla un album dei TARM, nel 2024?

Beh, allora, non è un concept, nel senso che non c’è un tema unico, ma ci sono vari temi. Allora, ci ha fatto sorridere sia a me che a Davide il fatto che in questi giorni in cui stiamo rilasciando un po’ di interviste, alcuni ci dicono che comunque l’adolescenza è sempre al centro dei nostri temi e anche di questo disco. Ma fondamentalmente non è vero.

C’è addirittura una canzone che si chiama “La misura” che proprio dice: “Io non ti vedo bene/ Ma che cos’hai capito/ È che sono invecchiato / E non ci vedo più”. Beh, questa è la cosa più lontana dell’adolescenza che ci possa essere. Poi c’è una canzone, “Ho’oponopono”, che è una sorta di mantra di riconciliazione che parla della rabbia verso le persone più ricche. Cioè ci sono delle cose che non sono propriamente dei temi adolescenziali, no? C’è un incontro con un robot (in “Robot rendez-vous”). C’è una sorta di analisi del panorama social, diciamo, di come viene vissuta oggi la nostra quotidianità, “Mi piace quello che è vero”.Quindi ci sono tanti spunti, direi, a questo punto. Sempre nel nostro stile perché comunque Davide ha quel tipo di scrittura e noi abbiamo quel tipo di sound, per quanto abbiamo anche negli anni cercato di provare nuove direzioni, ma insomma ci viene sempre abbastanza vicino. Mi diceva l’altro giorno una persona che aveva ascoltato i tuoi dischi e ha detto che comunque siete, in qualche modo, sempre riconoscibili. Cioè se uno vi conosce, sente un secondo la vostra roba, capisce che siete voi.

Cerchiamo comunque di andare avanti facendo canzoni nuove, raccontando storie nuove, però fondamentalmente la pasta è sempre quella. Diciamo che cerchiamo di andare avanti facendo canzoni nuove, raccontando storie nuove, però fondamentalmente la pasta è sempre quella.

 

La questione dell’adolescenza l’ho sempre interpretata come non tanto un fattore biologico, ma una sorta di adolescenza dell’anima, cioè con lo spirito proprio che si muove e permane in voi, di rivolta interiore, di bisogno di far ascoltare anche la nostra crisi in un contesto in cui le voci che prevalgono poi non ci rappresentano.

Hai ragione come punto di vista. Un po’ è simile ai Cure, che sono uno dei miei gruppi preferiti, che continuano a essere indicati come un gruppo dark, anche nel periodo in cui facevano delle canzoni assolutamente allegrissime. Però anche in quel caso, effettivamente, anche le canzoni allegrissime loro portavano una sorta di malinconia dentro.  È vero quello che dici. C’è un certo tipo di ricerca di quello che siamo, legato all’adolescenza. Non c’è mai uno sfottò di esperienza, non è che noi abbiamo capito come funziona e adesso ve lo raccontiamo. Ma è sempre un po’ una scoperta e da questo punto di vista l’aspetto adolescenziale è rimasto ma credo che non andrà mai via.

 

E questo è anche un po’ il segreto della trasversalità generazionale del pubblico che vi segue. Ci sono gli irrinunciabili che vi seguono da anni e ci sono persone nuove. Io vedo i vostri concerti e ci sono sempre i giovani ed è bellissimo.

Anche questa volta abbiamo fatto una settimana di concerti e incredibilmente anche questa volta abbiamo visto i giovani. Perché non sai mai il momento in cui decidono di mollarci (ride). Ci sono dei giovanissimi che sono i figli di quelli che ci seguivano anni fa, che sono proprio dei bambini. Poi ci sono dei giovani, poi ci sono dei coetanei e poi ci sono anche degli anziani come noi. Effettivamente ormai il range è completo. Abbiamo un pubblico completamente trasversale. L’altro giorno a Torino è arrivata una coppia dicendo di essere venuta in quello stesso posto nel 2012, poi si sono innamorati e hanno fatto due figli. Ormai è un po’ così. Ma penso che sia una cosa che funziona per tanti gruppi. E ci fa piacere che in qualche modo ci sia ancora un legame con noi legato all’aspetto del conoscersi ai concerti.

Tra tutti i temi di cui parla Garage Pordenone, tra automatismi virtuali, robot androidi, consumismo, crisi ambientali e varie accezioni di dipendenze, possiamo dire che si parla anche di amore?

Ci sono delle canzoni d’amore sicuramente. Un po’ disilluso forse. Forse sono canzoni più sull’amore che d’amore. Però diciamo che sicuramente è uno dei temi caldi in generale per le canzoni. E anche noi l’abbiamo affrontato a modo nostro. Come “La sola concreta realtà”.

 

A proposito del titolo, invece, come avete anche dichiarato “Garage Pordenone” si riferisce a un’autofficina meccanica con sede a Milano. Pordenone (nel vostro rapporto di amore ed odio che vi ha sempre legato, ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione identitaria da cui siete nati).  Se avete deciso di dedicare un disco a PORDENONE, mettendolo nel titolo, seppure dislocandolo (in un certo qual modo sia realmente che metaforicamente) in un posto altro. Quanto fa parte ancora Pordenone di quello che siete? In che modo l’avete portata con voi in quello che fate e nelle vostre vite?

Pordenone per noi è importante perché siamo un gruppo di provincia. Essere un gruppo di provincia è diverso che essere un gruppo di città. Proprio perché vuol dire che si cresce in un contesto in cui le cose funzionano diversamente rispetto alle città. I gruppi cresciuti in città hanno una visione forse un po’ più ampia della società, di come funzionano le cose. Perché ci sono più persone e riesci, per assurdo, a farti notare di meno se vuoi. Insomma è completamente diverso da una città come Pordenone che ha 60.000 abitanti che è il nostro metro di paragone per tutte le cose, per i posti più grandi e per i più piccoli. Quindi è importantissima. Quello che succede a Pordenone, nelle grandi città con il doppio degli abitanti, succede il doppio.  Ed è una dimensione abbastanza interessante perché comunque è abbastanza grande per avere tante tipologie di incontro, però è abbastanza piccola per metterti a confronto diretto con queste realtà diverse dalla tua personale. Quindi insomma è sicuramente un posto importante. Chiaramente Pordenone di suo ha anche una storia musicale abbastanza sviluppata, storica perché comunque dal Great Complotto in poi non ha mai smesso di essere una città piena di musica per le proporzioni che ha. Questa è una cosa strana, no? Non so, vicino a noi c’è Udine, c’è Treviso e comunque non hanno mai avuto effettivamente quella densità di gruppi e di locali che ci sono a Pordenone.

Ed è una cosa effettivamente un po’ strana. I grandi vecchi del Great Complotto dicevano che era perché la base militare americana che c’è qui aveva inquinato radioattivamente il fiume Noncello e da quella radioattività tutti i giovani pordenonesi erano diventati dei musicisti incredibili. Cioè quindi sono andati nella fantascienza mitologica. Evidentemente vuol dire che altre risposte facili non c’erano per dare un quadro della situazione.

Quindi è un posto sicuramente speciale per noi. Ci ha permesso di diventare anche un gruppo alternativo senza che forse ci fosse neanche veramente qualcosa per cui essere alternativi di partenza. Il nostro è un caso abbastanza unico e siamo contenti che sia così perché essere diversi fa parte un po’ della nostra costituzione.

Voi vivete ancora a Pordenone o vi siete divisi?

No, abbiamo vissuto un po’ in giro. Nel senso che adesso Davide è a Pordenone, Luca è a Pordenone, io sono a Milano da tanti anni, però comunque sono sempre qui perché ho ancora la residenza a Pordenone. Pordenone provincia perché poi siamo un po’ tutti della zona di Pordenone, ma solo Davide è di Pordenone città.

 

Allora, ho ragionato molto sulla frase che è presente in “Mi piace quello che è vero”, quando Davide canta, è pure vero che più siamo connessi meno siamo noi stessi, è vero che poi ci perdiamo le cose se non siamo connessi”. Quindi qual è il vostro rapporto con la digitalizzazione sociale della connessione? E c’è qualcosa che è veramente vero e vi piace per questo?

Il video si è sviluppato in una direzione legata alla natura, penso che effettivamente la cosa più vera che c’è sia quella per noi. Io in qualche modo mi sono avvicinato tardi all’amore verso la natura; mi interessavano le chitarre, le città, le cose da ragazzino, mentre Davide e Luca sono sempre stati molto appassionati di animali, piante, flora e fauna, quindi sono espertissimi, anche perché riconoscono le coltivazioni guardandole dalla strada, riconoscono gli uccelli, È veramente un tipo di passione interessante per il nostro gruppo e penso che questa sia la cosa più vera che c’è.

Hai citato prima Ho’oponopono, che è questa pratica rituale di riconciliazione e di perdono interiore, in questo caso contro uno spiritello maligno che aleggia nel brano. Qual è il vostro personale rito contro le influenze negative?

Eh… Diciamo che non abbiamo un rito vero e proprio. C’è stato un periodo in cui l’unica cosa contro le cose difficili della vita che dicevamo tra di noi era “bisogna indurirsi un po’”. Quindi quando provavamo noi delle cose difficili ci dicevamo che bisogna diventare più duri, bisogna essere forti fondamentalmente. Lo dicevamo spesso anche rispetto alle persone esterne che vedevamo in difficoltà per cose che magari non ci sembravano in quel momento così difficili. Quindi è una cosa un po’ forse militare, però era semplicemente il nostro modo di ricordare a noi stessi che contro le cose difficili della vita bisogna essere duri, bisogna essere forti, bisogna tenere duro, c’è poco da fare.

 

Un aspetto che contraddistingue tutti I vostri dischi, è la caratterizzazione di personaggi ben tratteggiati, che attraverso le loro storie specifiche contribuiscono a creare l’immaginario dei vostri, come mi piace definirli, “racconti per immagini in musica”. C’è Jessica Dislessica, l’oscena, un gatto, La Bambina Greta, un robot umano troppo umano,  e c’è in chiusura un uccello. Il brano “Torpignattara”  è infatti interamente “narrato” da un uccello (con voci di bambini). Mi spieghi questa scelta?

Davide è sempre avuto un tipo di facilità, a scrivere in transfer, cioè a scrivere le cose da un punto di vista che non per forza fosse il suo. Addirittura in alcuni dischi del passato scriveva al femminile, cioè cantava e poi in alcuni momenti si capiva che stava parlando come se fosse stato una donna, cosa che avevo sentito fare precedentemente a Dalla, ad altri grandi autori, che comunque mi colpisce perché tutte le volte dico “cavolo ma allora non stai parlando di te, stai parlando di qualcun altro”. Credo che questa cosa abbia bisogno innanzitutto di una grande sensibilità; cercare di cogliere un punto di vista che non è il tuo e poi anche la volontà di provare a raccontare delle storie che non per forza siano sempre la tua visione delle cose, ma anche la visione delle altre persone. Secondo me denota una volontà di apertura per poter raccontare più punti di vista e per essere in questo caso popolari, nel senso di poter mettere nelle canzoni un immaginario che non arriva solo da una persona ma che è quello delle persone in generale.

E quindi nella parte finale c’è questo uccello che racconta la sua storia.

Sì, in “Torpignattara” l’idea di Davide era quella di fare tante registrazioni di field recordings, di registrare tanti ambienti sonori e metterli all’interno del disco, tra le canzoni, all’inizio e alla fine. Poi chiaramente andando avanti era un po’ difficile tenere in sede sia lo spirito del disco di musica concreta sia i field recordings. Quindi alla fine abbiamo optato per questa cosa qua, abbiamo tenuto abbastanza pulito il disco come un disco rock, però nel finale c’è questo segnale che doveva dare un po’ la sensazione di essere immersi in un contesto. Quindi non è proprio il racconto di un uccello, ma un’attestazione ambientale; ci sono tanti uccelli, c’è una macchina che passa, i bambini. Quindi è giusto per una passione recente nostra di un certo tipo di musica che è nato il brano, che ha un forte potere evocativo: con le orecchie chiudendo gli occhi tu effettivamente ti trovi in un’altra realtà.

 

 

Sì, secondo me il finale è così: se uno sta ascoltando il disco a un certo punto si ritrova all’ultima traccia e si dice ma sta succedendo?! Bello, molto bello.

Grazie!

In questo disco per la prima volta, come è stato notato, c’è una vostra foto nel retrocopertina e, perdonami il triste gioco di parole, ci avete messo, non la faccia, ma la maschera.

Ci abbiamo messo la maschera, sì (ride).

ph. Annapaola Martin

 La maschera vi ha appunto identificato nel corso di questi anni. I Tre Allegri Ragazzi Morti sono quell’identità lì, quella persona come maschera (nel senso etimologico del termine legato al teatro greco) tricefala. Ed effettivamente avete realizzato nel corso di questi anni attraverso la maschera quello che avete sempre programmaticamente voluto, quindi il distacco tra persona e personalità in un certo qual modo. C’è mai stato un momento in cui avete voluto smetterla; avete pensato magari “sai che c’è?! proviamo a vedere che succede se ce la togliamo”? Oppure pensate che sia anche lontanamente un’ipotesi considerabile questa?

Ci abbiamo pensato chiaramente e ci sono vari problemi da considerare, nel senso che uno è sicuramente che stiamo invecchiando. Poi effettivamente l’immaginario del gruppo, però, è quello lì e la maschera ci rende tra virgolette supereroi in quel nel momento. Poi tanto dopo in realtà la gente sa chi siamo, in un certo senso non è che abbiamo mai nascosto la nostra identità. Però quando siamo i Tre Allegri Ragazzi Morti siamo mascherati tanto che spesso le persone preferiscono se la facciamo con la maschera la foto perché vogliono giocare con l’immaginario che abbiamo creato. Quindi io penso che a questo punto per vari motivi non la toglieremo più. Fare un live sempre con la maschera non è così traumatico, è abbastanza leggera, ci sono maschere peggiori.

 

Questa stessa domanda l’ho fatta qualche tempo fa a Gian Maria (Accusani, Sick Tamburo ndr): per loro è più problematico perché comunque con il passamontagna è un po’ più intensa la questione. Almeno voi avete la parte sotto che è libera.

Beh sì, per loro, o anche per i Kiss che comunque hanno tanto trucco o Liberato che non è neanche una maschera ma semplicemente non si sa chi sia. O anche Myss Keta  che comunque non la toglie mai. Per noi è abbastanza facile: quando suoniamo l’abbiamo, quando facciamo una foto l’abbiamo, ma poi quando siamo con le persone abbastanza serenamente riusciamo  ad essere delle persone.

 

Sì, esatto. Non siete ridotti ad essere necessariamente quella maschera. Ultima domanda, che è un po’ una domanda di rito. Nel 2000 fondate la vostra etichetta LA TEMPESTA DISCHI. Spesso viene ricordato il ruolo centrale che ha avuto nella creazione di tutta una scena che intorno a voi è fermentata. Giusto per fare dei nomi: Zen Circus, Teatro degli Orrori, Le Luci della Centrale, passando anche poi FBYC. Avreste mai immaginato che sarebbe stato il nucleo che è stato? Ed arrivare dove siete oggi?

No, sinceramente no anche perché c’è sempre stato un forte spirito alternativo, e questa  è una parola che continuo ad usare ma è andata quasi in disuso. Cioè facevamo delle cose diverse da quelle che andavano in radio, che riempivano i locali, quindi di base no. Nel senso ci piaceva l’idea che fosse musica altra, però effettivamente poi grazie alla scrittura e all’energia questa musica alternativa ha preso il nome Indie. Non si è capito bene il momento in cui è successo ed è diventata la musica più diffusa – forse non la più diffusa, ma è comunque è arrivata a Sanremo, è arrivata al Primo Maggio, è arrivata nelle radio e quindi c’è stato effettivamente uno sdoganamento di cui abbiamo sicuramente fatto parte. Insomma, siamo contenti che sia andata così e che oggi in qualche modo come Tempesta continuiamo a cercare di ragionare in modo alternativo, quindi cerchiamo delle cose che appunto non sono propriamente Indie. Cerchiamo di fare delle cose che sembrano cose che non ci sono già e questo è sempre stato il nostro modo di ragionare, cioè provare a dare spazio alle persone e a musicisti che più difficilmente trovano spazio. Vediamo se nei prossimi anni la semina continuerà a essere così fruttuosa.

Mah, secondo me sì. Perché comunque poi le cose cambiano ma lo spirito, come dici tu, alternativo resta anche nelle nuove generazioni. Ho fiducia del fatto che ci sia sempre qualcuno che va in direzione ostinata e contraria, no?

Certo! Anche se è sempre più difficile perché ormai c’è quasi tutto che è una questione di moda. È difficile capire la scena di adesso e in parte penso che sia perché in questo momento c’è sicuramente un nuovo nemico che è Sanremo, nel senso che ci sono ancora le canzoni di Sanremo di febbraio che sono in rotazione in radio e sui social in un modo che forse non è mai successo in un modo così forte. Sono uscite tantissime canzoni di Sanremo quest’anno che in qualche modo hanno preso tutta la comunicazione. Cioè se sei a Sanremo magari può capitare che sei in airplay per un anno intero fino al Sanremo successivo e di avere tutta la visibilità. Mentre chi non c’è, no, non ha la stessa credibilità. Cioè sta passando il messaggio che se sei a Sanremo sei un artista vero che fa le cose, se no sei un principiante, un amateur diciamo. Quindi spero che nel prossimo inseriscano qualcosa che possa scombinare questo andamento, che disturbi e crei scompiglio.

 

Enrico, ti ringrazio moltissimo. Ci vediamo ai vostri concerti. E altri trenta di questi anni!

Grazie mille a te, è stato un piacere.

 

 

 

 

Autore:

Francesca Mastracci