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Shellac – To All Trains

Tributo a cura di Francesca Mastracci

Da tanto non mi capitava di recensire un disco a caldo, suggestionata dalle impressioni del primo ascolto.

Il mio modus operandi nell’elaborazione di un pensiero critico, come del resto in tutto nella vita, procede per lunghe pause di sospensione in cui amo prendermi il mio tempo per formulare le mie considerazioni.

Stavolta sentivo che se non li avessi scritti subito i miei pensieri nel modo in cui si sono formati nella mia mente, probabilmente non li avrei mai più scritti. E mi piaceva l’idea di mantenere una certa schietta genuinità che rende omaggio proprio alla filosofia della persona a cui stiamo dedicando tutti i nostri pensieri mentre ascoltiamo il disco in questione, con gli occhi pieni di lacrime e un groppo in gola che non riesce a scendere giù.

C’è poi una parte di me che neanche voleva scriverla questa recensione perché sì, fa un sacco male sapere che suddetto disco segna la fine della storia di una band e non potrà mai essere nemmeno per una volta performato live per come è stato concepito poiché uno dei componenti è venuto a mancare improvvisamente a soli 10 giorni dalla sua uscita. Che macabra ironia della sorte!

E fa ancora più male sapere che quel musicista è stato, e resterà sempre, una figura centrale nell’ambito della produzione discografica ed imprescindibile nell’ottica di una rivoluzione del modo di pensare il suono.

Steve Albini è morto all’età di 61 anni nel suo studio di registrazione a Chicago  (l’Electrical Audio) a causa di un attacco di cuore.

Steve Albini. Morto.

Il mondo si è fermato.

fonte web

Noi che siamo cresciuti con i dischi che ha prodotto (per fare dei nomi In Utero dei Nirvana, Surfer Rosa dei Pixies, Rid Of Me di PJ Harvey, Tweedz degli Slint, Goat dei Jesus Lizard, Quocumque jeceris stabit degli Uzeda, Things We Lost in the Fire dei Low) e con i dischi delle sue band (tra cui i Big Black e, per l’appunto, gli Shellac) abbiamo appreso la notizia come un lutto profondamente sentito per un caro amico che sentivamo di conoscere da una vita.

È stato scritto molto in questi giorni per omaggiarne il ricordo e sottolineare l’importanza che Albini ha avuto nella formazione di un’estetica musicale che mirava dritto al cuore del suono, scardinando i dettami delle produzioni canoniche che invece snaturavano l’aspetto più autentico di quelle rifrazioni acustiche che, per lui, dovevano mantenere la potenza espressiva della presa diretta.

Molto si potrebbe ancora scrivere su quanto incolmabile sia il vuoto che ha lasciato in noi.

Ma dirò solo questo: To All Trains, il sesto disco in studio degli Shellac, è tutto quello che Steve Albini è sempre stato. Senza colpi di scena. Espressione sublime di una coerenza compositiva che fa dell’essenzialità e della solidità le proprie cifre stilistiche.

La quintessenza dell’imprevedibilità, dei ritmi spezzati, delle costruzioni math che si diluiscono nel noise e rendono le dissonanze spigolose come impalpabili geometrie ingarbugliate. Tutto così schematicamente arrangiato, tutto così perfettamente caotico.

10 tracce che rappresentano in maniera impeccabile questa natura per definizione ossimorica e che, se le ascolti tutte d’un fiato, sembrano quasi riversarsi l’una dentro l’altra dando l’impressione che ci sia una continuità a legarle. I giri ipnotici di chitarra che troviamo già come apertura richiamano, nelle loro varie articolazioni, l’irruenza noise che li aveva consacrati già con Action Park del 1994. Trenta anni dopo ne ritroviamo le stesse asperità rumorose suggellate da bassi plumbei e impennate ritmiche inaspettate, tra funamboliche raffiche che vengono svettate dall’alto di quella loro inedita distensione serafica estremamente caratteristica.

Dopo una lunga gestazione di ben cinque anni, To All Trains è un disco che corona perfettamente il percorso di una band che non è mai scesa a compromessi e ha costruito, in maniera del tutto naturale e svincolata dai dettami dell’industria discografica, un sound riconoscibile e addirittura iconico. Non riuscirei a pensare ad una migliore uscita di scena rispetto a questa.  E qui scende una lacrima perché sono certa che avrebbe invece potuto esserci.

Restiamo così, impalati, al crocevia dove tutti i treni si incontrano per poi dirigersi verso strade diverse. Alcuni treni non torneranno più, ma il viaggio che ci hanno fatto vivere ha segnato un’esperienza impagabile che porteremo per sempre con noi, rivedendoli tra gli scorci dei finestrini degli altri innumerevoli treni della nostra vita.

Grazie di tutto, Steve!

La foto della copertina è stata scattata da Bob Weston (bassista della band) e ritrae la stazione ferroviaria Union Station di Chicago

TRACKLIST

  1. WSOD
  2. Girl From Outside
  3. Chick New Wave
  4. Tattoos
  5. Wednesday
  6. Scrappers
  7. Days Are Dog
  8. How I Wrote How I Wrote Elastic Man (cock & bull)
  9. Scabby The Rat
  10. I Don’t Fear Hell

 

Autore:

Francesca Mastracci