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Del tempo che passa la felicità: le quindici primavere di Spring Attitude

Generalmente si dice che una volta finita l’ultima edizione di un festival importante ben riuscito, gli organizzatori e le maestranze si rimettano al lavoro già a partire dal giorno seguente per pensare all’edizione successiva. Di prassi intercorre un anno. Ma stavolta non è stato propriamente così per lo Spring Attitude Festival che, per il suo quindicesimo compleanno, ha deciso di tornare alla programmazione primaverile anziché essere, come già da qualche anno, il consueto appuntamento di fine estate per tutti noi romani (e non solo). Quando otto mesi fa titolavamo il nostro articolo di recap sull’edizione che si era appena conclusa con la frase “La nuova (primav)era del festival romano” probabilmente non ci aspettavamo di essere così profetici. A dire il vero, ci stavamo un po’ abituando che questo potesse essere il nostro modo di salutare la stagione dei concerti estivi, ma non ci è dispiaciuto neppure ritrovarlo anticipatamente come, piuttosto, sorta di rito inaugurale.


Se già dallo scorso anno, c’era stata una sferzata con il cambio location presso La Nuvola nel cuore dell’Eur e con un taglio molto più smaccatamente clubbing rispetto al passato, quest’anno si è deciso di confermare tutta la linea, rimarcando il sapore mitteleuropeo che comunque ha sempre venato la direzione artistica. Anche l’allestimento ha rispecchiato la stessa formula dello scorso anno con un main stage (il Ploom) nella sala grande all’interno del Centro Congressi e una postazione (il Block Party) in terrazza interamente adibita ai dj set.  Il tutto pensato per essere un reticolo di effettistiche d’ambiente e macchine del fumo poste in ogni angolo degli spazi, assieme a led sparati e luci strobo in grado di creare un gioco di rifrazioni luminose con le vetrate già dalle prime ore del pomeriggio.

Tra i punti caratteristici del festival, ormai lo sappiamo, la commistione di EDM, in senso più ampio e comprensivo del termine, e musica suonata live. Non manca la quota cantautorale delle nuove leve, quest’anno segnata in particolar modo dalla presenza femminile, che ha visto alternarsi nella prima giornata l’urban pop fresco e accattivante di Birthh, estremamente a suo agio sul palco insieme ai suoi musicisti per presentare la nuova uscita discografica Senza Fiato, e l’interpretazione ruvida e suggestiva di Lamante che, rispetto all’ultima volta in cui l’avevamo vista, si presenta in una veste live più strutturata (con tanto di archi) e ci regala un’esibizione maggiormente impattante dei brani, anche e soprattutto di quelli contenuti nel suo ultimo disco Non dico addio. La seconda giornata, da questo punto di vista, ha avuto come protagoniste due cantautrici che portano inscritto nel loro sound la compresenza di psichedelie sintetiche e sospensioni malinconiche, beat scomposti e raccoglimenti intimi: Gaia Banfi e Altea, che si susseguono una dopo l’altra e introducono alla perfezione l’artista che sale sul palco dopo di loro. È Emma Nolde, stesso corpicino emaciato e attitudine dismessa di sempre, ma con un boost a livello di performatività non indifferente; ci sorprende per la sua carica energica sul palco, destreggiandosi agevolmente tra pulsazioni rock, sperimentazioni elettroniche e digressioni emotive che pure fanno parte del suo DNA.

Cercando di sciorinare il resto della line-up, possiamo passare in rassegna un vero potpourri  di artisti che attraversa i groove ipnotici dall’allure orientale degli olandesi Yin Yin, che erano abituati a venire nel nostro paese per calcare palchi di dimensioni minori (tipo quello del Monk che li ha ospitati svariate volte), o il funk partenopeo dalle fascinazioni esotiche dei Nu Genea che, in full band, fanno muovere i fianchi a chiunque per la loro contagiosità.

C’è poi la licenziosità grottesca di Tony Pitony che, a nostro parere, se non avesse avuto il supporto di una band di musicisti veri che sanno fare lo scat come si deve, sarebbe stata dimenticabilissima. Ma forse questo è un nostro bias perché non siamo stati travolti dal fenomeno di un personaggio mascherato che gioca a voler fare l’irriverente senza esserlo mai davvero, quindi lasciamo da parte le nostre criticità per notare che comunque la sala concerti durante il suo set strabordava di persone che cantavano a squarciagola ogni sua frase sconcia e ridevano ad ogni sua moina. Un meme, in pratica.

Il nostro personale God Save Spring Attitude è stato ovviamente Francesco Motta, che festeggiava i dieci anni dell’uscita del disco che gli ha cambiato la vita (cambiandola probabilmente anche a molti di noi): La fine dei vent’anni. Su Motta e la sua band incredibile (nominiamoli uno ad uno perché se lo meritano: Cesare Petulicchio, Giorgio Maria Condemi, Roberta Sammarelli e Francesco Chimenti) non c’è da aggiungere poi molto a quello che abbiamo già scritto e sottoscritto innumerevoli volte. Nel corso degli anni abbiamo visto questa formazione consolidarsi e portare in scena spettacoli sempre più densi dal punto di vista tecnico, senza mai perdere di vista il pathos emotivo che ne invade la sostanza sonora. Celebrare il decennale di un disco dà sempre modo di ricostruire una fotografia sul tempo che è passato e sulla felicità che si è portato dietro (semi-cit.) ed è anche un buon modo per segnare un punto di svolta tra ciò che è stato e ciò che sarà. Infatti, tra le tracce del disco sopracitato e le code strumentali che le legano, fa capolino anche un nuovo pezzo che (probabilmente) porterà il nome di “Sopravvissuti” e non vediamo l’ora di riascoltare inciso su quel famoso disco al quale sta lavorando da 4 anni e mezzo.

La quota cassa dritta viene ricoperta quest’anno nella prima giornata da okgiorgio in dj set che si posiziona dietro la consolle per ben un’ora e 40 minuti senza mai tentennare. I beat si inseguono trascinati dal flow, immersi in vagheggiamenti deep-house e techno e si riversano nel set del duo parisi, che intrattiene in sala i più temerari fino a notte fonda (o forse è il caso di dire, prima mattina). L’aspetto danzereccio della seconda serata è invece all’insegna del ragaetton urbano della popstar sudamericana super iconica Nathy Peluso, sul palco insieme al progetto performativo Club Grasa, e dello sperimentalismo elettro-dub, sui generis del trio italo-francese Dov’è Liana con il loro pastiche di presabbene e bandane in testa (ecco perché vedevo tutta gente con le bandane da sciura fin dal pomeriggio, non ero io che stavo impazzendo). Si chiude con ¥ØU$UK€ ¥UK1MAT$U (sul nome del dj giapponese ho fatto un selvaggio c/p, bisogna ammetterlo) con il suo djing ricercato, fuori dal tempo, tra circoli ipnotici compatti, bolle di rarefazione e giostre elettroniche.

Grazie per la fioritura, Spring Attitude! Ci si vede alla prossima primavera.

 

 

 

 

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci