Mentre l’effetto del jet lag post-festival inizia a stemperarsi tra le incombenze della vita di tutti giorni e cerco a stento di ricalibrarmi, è arrivato il momento di raccontarvi questa edizione del Primavera Sound per come l’ho vissuta, consapevole che non ne uscirà fuori una cronaca definitiva volta a ripercorrerne la timeline in maniera pedissequa. Ma questo, ormai ne sono certa, da noi non ve lo sareste comunque mai aspettato se siete qui a leggerci. E quindi che sia.
Il più grande insegnamento che il Primavera Sound regala ogni anno, ostinatamente e quasi con una punta di sana perversione, è che non importano tanto i programmi, non importa il clashfinder che ti sei studiato con minuzia prima di partire, quello che conta davvero è il cuore. E a volte ti farà anche compiere delle scelte del tutto inaspettate, ma – bisogna fidarsi – si riveleranno sempre le migliori. Di come questa e molte altre cose che si vivono al Parc del Fòrum siano poi una metafora di pensieri, posture e realtà molto più ampie di quanto appaiano è un altro discorso. Nel microcosmo del Primavera Sound tutto ha un suo scorrere che si autocompleta, facendoti dimenticare dei bioritmi, dei dolori fisici (sic – anche le scarpe più comode non ti salveranno i piedi e nemmeno tutte le ore di pilates ti rimedieranno dall’avere la schiena a pezzi già alla fine del primo giorno). In questa bolla spazio-temporale che per qualche giorno è la tua casa, rimetti a fuoco quello che conta davvero, il senso che hai di te e tutte le connessioni che reticolano la tua esistenza (alcune delle quali sono lì al tuo fianco, altre cerchi di renderle presenti con video e audio fatti male).
Questo preambolo è indispensabile per inquadrare un festival il cui grande punto di forza sta proprio nel clima che si respira, esacerbato ovviamente da una line-up ogni anno studiata al puntino. Perciò, e per tutto quello che vorrei raccontarvi (che fai non lo metti un gancio hype per far leggere l’articolo fino alla fine?), gli perdoni anche la mala comunicacion che c’è stata durante le interminabili ore di nubifragio il primo giorno. Partiamo proprio da questo momento di criticità che ci ha un po’ destabilizzati. Sebbene del disagio fosse prevedibile, viste le previsioni meteorologiche chiaramente inequivocabili, nessuno si aspettava che cadesse uno schermo e che ciò rendesse impraticabile l’area dei main stages (aka Mordor per i veterani). Di conseguenza c’è stato un continuo rimbalzo a più riprese tra i vari sì-no-forse sulla cancellazione dei set che si sarebbero tenuti nell’area. Detto questo, tra tutti i concerti annullati ci dispiace particolarmente aver perso i Massive Attack ma, appunto, abbiamo avuto modo di godere di tantissimi altri bei momenti che porteremo per sempre con noi e vogliamo concentrarci su quelli.
Tra questi sicuramente annovero la splendida esibizione dei Geese, per metà sotto la pioggia che già scrosciava incessante, contribuendo a rendere la performance triplamente suggestiva. C’è tutto quello che ci deve essere su quel palco quando suonano: bravura, carattere, pathos e voglia di non fermarsi mai; la senti vibrare nei loro corpi giovani e riverberarsi tra gli strumenti. Sta nascendo un fenomeno molto interessante legato a questa band statunitense, che ha un linguaggio lirico e sonoro molto articolato ma in grado di essere trasversale tanto da coinvolgere un pubblico di età e gusti assai disparati. Personalmente avrei voluto vedere anche Cameron Winter in solo all’Auditori nel pomeriggio, ma il concerto era sold-out già dalle 13 (a conferma di quanto detto poc’anzi).
Occhi sgranati e spirito trasognante per i Big Thief, che su uno dei palchi centrali ci regalano una performance tecnicamente eccelsa e impattante. Su “Not” probabilmente anche chi era al Cupra Pulse a ballare la techno si è emozionato con quella voce inconfondibile di Adrianne Leker, straziante e avvolgente allo stesso tempo. Un colpo allo stomaco indescrivibile.
Non posso non citare tra i migliori set (due ore e mezza, gente! DUE ORE E MEZZA – pure in caps lock) il live dei Cure. Ci danno la chiara testimonianza di cosa significhi essere una delle band più gigantesche sulla faccia della terra da circa cinquant’anni in maniera indefessa, senza strafare, semplicemente restando fedeli a loro stessi. Il che, e lo dico senza riserve, mi pare davvero sia tutto quello che conti davvero. Vedere Robert Smith accennare goffamente uno dei suoi sorrisi sul palco, fa sciogliere il cuore e venir voglia di abbracciarlo. E poi pogare sulle note di “Boys Don’t Cry” credo sia stato uno dei momenti più assurdi e sorprendenti che mi sono capitati in questa edizione. Durante la serata conclusiva Smith è salito anche sul palco insieme a Olivia Rodrigo, secret guest annunciata qualche ora prima, per cantare insieme a lei il nuovo singolo “what’s wrong with me” che sarà incluso nel suo nuovo disco You Seem Pretty Sad for a Girl So in Love in uscita tra qualche giorno (12 giugno, ndr).
A proposito di ospitate sul palco, circolava la voce che ci fosse in giro Grian Chatten dei Fontaines DC e infatti si è esibito con i KNEECAP sul pezzo “Better Way To Live” sempre durante l’ultima sera. La band gaelica ha fatto esplodere un live in grado di farci dimenticare tutta la stanchezza accumulata nei tre giorni e concludere in maniera perfetta questa edizione. Barricadieri, scomposti, implacabili, alternano grime a un loro personalissimo modo di intendere l’hip-hop. Durante la loro esibizione sale sul palco Arab Barghuthi (figlio di Marwan Barghuthi -politico palestinese incarcerato dal governo israeliano da oltre vent’anni, ndr) che era stato presente anche prima che si esibissero i Gorillaz. La causa palestinese e la rivendicazione dei diritti umani sono temi presenti in maniera attiva al Parc del Fòrum, rendendo questa edizione probabilmente la più politicizzata di tutte le precedenti. NO WAR citano anche le varie istallazioni luminose poste agli angoli di tutti gli spazi. E ovviamente questo è uno dei punti che fanno del PS il miglior festival in circolazione, a mio avviso.
Ho accennato i Gorillaz e, com’è giusto che sia, una menzione va fatta anche a loro, che portano dal vivo l’elegia orientale dell’ultimo disco The Mountain, presente in maniera assai pervasiva (forse troppo per un festival?) nella scaletta. Ma sono i tuffi nel passato con “Clint Eastwood” e “Feel Good Inc” ad esaltarci particolarmente, facendoci sentire anche un pelino vecchi. Così, en passant, gli ammiccamenti irriverenti di Damon Albarn restano comunque una delle cose per cui vale la pena andare ad un concerto dei gruppi in cui suona anche se non siete fan. Anche il loro set si popola di guest, tra cui Little Simz che si era esibita proprio qualche ora prima sul palco attiguo. Lei, per quanto mi riguarda è stata una delle scoperte più piacevoli di quest’anno. Ovviamente la conoscevo già, ma senza averla mai approfondita troppo, e invece mi sono ritrovata a stare nel chill per tutto il suo set sia nelle parti rappate che dietro la consolle.
A proposito di belle vibes, rivedere gli XX tutti e tre sullo stesso palco è stato alquanto incredibile. Non c’è storia che tenga: hanno una classe che non fa una piega. Tra i beat morbidi, le pulsazioni minimali e i riverberi sinuosi, scrivono uno dei capitoli più iconici del festival di quest’anno con “Intro” alla fine del loro set che diventa un tripudio di telefoni alzati e menti proiettate nell’etere.
Potrei continuare altre ore a parlare degli artisti che ho seguito, tra cui i Viagra Boys (che restano una delle migliori band live con il loro post-punk scomposto, massiccio, allucinato), i Touché Amoré (la mia scelta di cuore, mentre dal palco principale di esibivano i My Bloody Valentine di cui ho visto solo la fine ma, come detto in apertura, no regrets only feels), gli Slowdive (nel loro vortice fluttuante senza spinte gravitazionali) e Ethel Cain (che non pensavo avesse una fandom così etorogenea e compatta (dietro di me c’era gente che cantava le sue canzoni come fosse stata a un ritiro occulto, ma con i miniponi disegnati sulle magliette). E poi i NewDad, i Water From Your Eyes, i Blood Orange, Father John Misty (a lui è spettato il ruolo di riavviare il festival dopo il diluvio e comunque sotto la pioggia – eroe!).
Insomma, abbiamo ascoltato tanta musica, macinato i chilometri, conosciuto nuovi artisti e amato ancora di più quelli che portiamo nel cuore da una vita. Ci siamo divertiti e abbiamo pianto. Abbiamo pensato a Steve Albini, che ci manca ogni giorno come fosse il primo. E, soprattutto, ci siamo ricordati di come si sta bene al mondo quando finisce la tempesta (eccola qua la metafora tanto agognata che vi ho lasciato per la fine).
Saluto così Barcellona, preparando già le candeline per il prossimo compleanno che segnerà un quarto di secolo del Festival. E qualcosa mi dice che ne vedremo delle belle.
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