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Miglio: la libertà di non avere sovrastrutture

ph.Eugen Bonta

Miglio è la creatura musicale di Alessia Zappamiglio, musicista bresciana trapiantata a Bologna che fonde elettronica ed echi new wave con la sensibilità del cantautorato italiano. Il suo nuovo album Traumfabrik Again segna una svolta verso sonorità più cupe e testi più aggressivi e politici, consegnandoci uno dei lavori più intensi del recente panorama italiano. Ho avuto modo di parlare direttamente con lei per conoscere meglio la sua musica e il progetto dietro l’album.

 

Traumfabrik Again segna un punto di svolta nella tua carriera, riesci a individuare un momento preciso in cui hai capito quale direzione avresti voluto adottare per questo progetto?

È stata una cosa graduale, già mentre stavo facendo il disco precedente, Futuro Splendido, e soprattutto quando poi ho iniziato a suonarlo live sapevo come volevo cambiare direzione, dirottare un po’ il tiro. Rispetto a Futuro Splendido c’è sicuramente un cambiamento, e sarebbe bello chiederlo a chi appunto ha ascoltato i due lavori. Su Traumfabrik c’è una sperimentazione maggiore, ho sentito l’esigenza di lavorare molto di più anche sul suono, pur essendo in realtà un disco molto in sottrazione; c’è molta meno roba, pochi elementi, è incentrato su sintetizzatori analogici e drum machine che noi avevamo sotto gli occhi. È un approccio che aspettavo di utilizzare da un po’.

Lalbum è stato prodotto da Francesco Fantini, qual è stato il vostro approccio nella creazione di questo album? Avevate delle reference sonore o visive?

Ce ne sono state diverse. Francesco è un bravissimo musicista, produttore e sound designer, lavora tra l’altro molto per le immagini occupandosi anche di sincronizzazioni. Io non lo conoscevo prima di questo lavoro e non era detto che la cosa potesse andare ecco, anche perché avevo scritto già i pezzi, li avevo già pre-prodotti, però poi avevo bisogno di una figura che fosse in grado di innalzarli al livello che avevo in mente. Il lavoro ha richiesto sicuramente del tempo, ma la cosa che mi ha colpito è che è stato in realtà molto intuitivo, siamo riusciti ad andare subito al centro della cosa, perché Francesco ha capito la direzione musicale. Riferimenti sì, ce ne sono stati, ho ascoltato Alva Noto ad esempio, roba tedesca sconosciuta…ascolto molti artisti sconosciuti, mi interessa soprattutto la ricerca, l’utilizzo del suono. Ci sono stati anche sicuramente i Kraftwerk, Depeche Mode, Apparat….però comunque mai una reference precisissima. C’è stato un ascolto generale, poi l’obiettivo è stato quello di creare un suono e un linguaggio personale. Se ti devo dare un colore, sicuramente quello tedesco è molto presente.

 

Il tono dei testi è politico in modo simbolico, ricco di immagini urbane e industriali, ma anche pieno di amore e ossessione. Cosa vorresti cogliesse chi ascolta ritrovandosi nel paesaggio delle tue canzoni? Cosa vorresti portasse con sé?

Ma sai, non c’è mai un’intenzione precisa, sembra scontato quello che dico ora, però per chi lo fa in maniera spontanea come me, non lo è. Io non l’ho neanche scelta forse la musica, suono da quando sono piccola e scrivo da molto tempo, è un mezzo per me per dire delle cose che magari non riesco a dire bene in altri modi. E scrivo per dire delle cose che ovviamente penso io, non c’è mai l’intenzione di dire: “chissà, adesso scrivo questa cosa” o “devo scriverla così, perché deve arrivare in quel modo”. Chiaramente poi ci sono delle cose che vengono filtrate, c’è anche metodo, ma per me deve rimanere comunque un atto molto spontaneo. Nel momento in cui non è più spontaneo smetto di farlo, e torno a farlo quando torna ad esserlo. Questo ragionamento si può fare a posteriori. Già il fatto che siamo qua a parlarne va benissimo, vuol dire che comunque qualcosa ha smosso ed è arrivato. Poi a ognuno può arrivare in diversi modi. Ovviamente sì, come hai detto tu, c’è una testualità molto diretta, anche cruda, e c’è una intenzione, spontanea, di toccare determinate tematiche, e se arrivano per me è già molto.

ph. Martina Platone

E la sensazione che ti ha dato la creazione di questo album vorresti in qualche modo trasmetterla?

Quello che io spero arrivi, se posso pensare a posteriori, è la verità. Perché non è un lavoro “costruito”, mi interessa molto l’approccio all’arte con verità. Ma che poi cosa vuol dire la verità? Chissà…però è un approccio molto reale, ecco, non c’è una costruzione, mi interessa che se arriva questo, già è molto. Non ci sono sovrastrutture dietro.

 

Avendo lavorato con Francesco Fantini, che si occupa di musica per le immagini, tu hai avuto invece delle reference visive, fotografiche, cinematografiche per questo album?

Ce ne sono diverse in realtà,  sia legate comunque ad autori, ma anche proprio a raffigurazioni paesaggistiche, che per me sono sempre molto d’ispirazione. Già nel lavoro precedente, e che riporto anche in questo, c’era molto di Ghirri a livello di paesaggio; la desolazione della provincia, la campagna ecc… anche se questo è in realtà un lavoro molto più scuro, quindi in realtà mentre lo stavamo scrivendo pensavamo a delle immagini molto più nordiche e nord europee, a un certo punto si vedevano le cattedrali mentre si scriveva il disco, un po’ delle allucinazioni quasi. [ride, ndr]

 

È interessante questa cosa. Hai parlato di campagne, quando invece appunto nei testi c’è molto la città, c’è molto l’urbano, l’industriale, la fabbrica, l’acciaio….

Assolutamente. Questo c’è perché arrivo anche da una città come Brescia, che è una città totalmente industriale, quindi quella cosa me la porto dietro e per scuro si intende sicuramente quello: zone urbane, quartieri industriali… ma sono spazi che ho anche qua a Bologna, dove vivo e che fanno un po’ parte del mio quotidiano. Però rimane anche un sentimento interno, una malinconia interna.

 

Traumfabrik è sia un richiamo alla storia di Bologna che a un certo fervore culturale. Cosa pensi che sia cambiato e che manchi oggi nelle città in questo senso? Se manca qualcosa.

Vabbè, manca molto [ride]. Traumfabrik non vuole essere un omaggio anche se è chiaramente un riferimento culturale preciso, la Traumfabrik l’ho scoperta molti anni fa,  poi mentre scrivevo il disco è ritornata, ero andata a vedere un documentario dei Gaznevada e ho pensato fosse una parola perfetta. Bologna è cambiata tantissimo, questo mi è stato raccontato anche da chi l’ha vissuta moltissimi anni fa per esempio, soprattutto se si pensa appunto che quando hanno creato questo spazio occupato era la fine degli anni ’70 e sicuramente oggi manca un po’ questa voglia di aggregarsi realmente, con l’esigenza, senza sovrastrutture. Mi piacerebbe che si potesse ricreare un po’ di fermento, di unione, tra creativi di tutti i generi, perché appunto Traumfabrik era uno spazio dove c’era la musica, ma c’era chi creava immagini, fumetti, di tutto dal punto di vista creativo. Però questo avveniva in maniera molto spontanea. Potremmo poi stare qua ore a parlare, ma diventerebbe troppo ampio come discorso, sicuramente a quei tempi c’era più spontaneità nel dire “oh, becchiamoci e facciamo delle cose”. Non che ora non esistano questi approcci ma potrebbe ampliarsi un po’ di più ecco. A Bologna, secondo me, manca un po’ una scena collettiva, ci sono tante realtà, però sono più dei giardinetti.  Mi piacerebbe che ci fosse più apertura, più collaborazione.

 

Traumfabrik è anche un richiamo al passato, qual è il tuo rapporto con il passato? Sei stata Miglio in modi molto diversi prima di approdare a Traumfabrik Again ad esempio, ma anche alcuni titoli richiamano un passato musicale in modo esplicito.

Eh, dipende ovviamente da che punto di vista lo guardiamo, però non ho, o meglio, provo a non volere avere una visione nostalgica, perché a un certo punto si rischia di finire in un circolo chiuso da cui poi non ne esci, se hai un approccio troppo nostalgico. Però sono estremamente legata a quello che è stato, in questo caso parlo di riferimenti culturali, musicali ecc…il passato deve essere, secondo me, un faro; nella cultura, nella musica, nell’arte, nei movimenti ci sono state cose che hanno lasciato dei segni importanti, e nel corso della scrittura di questo disco sono ritornati molti dei riferimenti che già io in passato avevo incontrato e fatto miei da lettrice e da ascoltatrice di musica. Quindi il mio rapporto col passato è assolutamente buono, non deve essere però nostalgico, ecco, deve essere mediato, deve essere utilizzato come ispirazione, bisogna guardare avanti, per forza.

 

E il futuro invece? Ti spaventa?

il futuro è incerto per tutti e quindi dobbiamo assolutamente vivere intanto il presente. Se mi guardo attorno, pur volendo mantenere sicuramente speranza e luce, ci sono molti fattori in questo momento storico che non danno un gran luce. Però sono legata all’idea del cercare nel proprio piccolo di portare la propria rappresentanza, la propria presenza, dove è possibile, ognuno nel proprio ambito, con la propria coscienza e il proprio essere. Questo è importante, poi il futuro non si può conoscere, dobbiamo viverlo, e la musica e l’arte sono un mezzo per poter dire delle cose e per creare anche un po’ di coscienza. Chiaramente tutto questo non ci ripara da certi avvenimenti drastici che ci circondano nel quotidiano.

ph. Linda Fenara

Cosa significa per te essere indipendenti nel 2026?

Essere indipendenti davvero è essere soli, forse. Io a livello di spirito resto sempre indipendente, ad un certo punto poi può essere necessario il supporto di strutture che possano dare un aiuto. E’ importante stare stretti alle intenzioni, cercare di non cadere nelle trappole di quello che è più “decorativo”, che non c’entra con l’arte.

 

Mi riferisco soprattutto a quello che hai detto prima, quando parlavi di verità

L’importante è essere innanzitutto fedeli a se stessi e quello che si vuole dire, secondo me. Forse è più corretto dire che essere indipendenti vuol dire cercare di mantenere una propria libertà, cioè la libertà creativa nell’ambito artistico, musicale. Non mi interessa ricadere in dinamiche che sono extra, extra arte, che non c’entrano. Se si ha delle cose da dire, si vogliono dire in un determinato modo, bisogna cercare di continuare a farlo in quel modo, nel modo che è più reale e rappresentativo.

 

Qual è il tuo approccio al live e quanto è importante per te?

L’ambito live è proprio forse il principale. Nel senso, lo studio va benissimo, è importante, è lo step precedente, però il fine ultimo per me è proprio la dimensione dal vivo, suonare, suonare nei posti, nei luoghi. Anche mentre lavoravamo al disco si pensava già alla dimensione live. Essendo in realtà un lavoro per sottrazione non sta diventando difficile strutturare il live, chiaramente poi con più risorse si può fare di più, ma con quello che abbiamo ora ci riusciamo bene. Dal vivo siamo io più un altro amico musicista che suona con me, e riusciamo a gestire tutto molto bene, ci sono sintetizzatori, campioni e sequenze e riusciamo a portare il disco in maniera abbastanza efficace live. Adesso delle date le abbiamo già fatte a dicembre e speriamo di proseguire. La prossima è a Torino, a fine mese.

 

E prevedi di iniziare un tour quest’anno?

Sì, sì assolutamente. Abbiamo già iniziato a dicembre, quindi speriamo di continuarlo nei prossimi mesi.

 

Nel disco sono presenti diverse collaborazioni, c’è qualche artista con cui vorresti poter lavorare in futuro?

Domanda difficile, posso anche dirti delle cose enormi! Parlando di artisti che ho recentemente ascoltato/scoperto ti direi Juni, il suo ultimo disco mi è piaciuto molto quest’anno. Ma ci sono anche altri nuovi artisti interessanti. Se penso a grandi nomi invece sparerei altissimo, tipo aprire i Depeche Mode [ride] sogniamo in grande. O i The Cure!

 

Ti andrebbe di consigliarci uno o più artisti che ascolti molto?

Tra la musica ascoltata ultimamente c’è Autechre, Alva Noto, ma anche tanta musica sconosciuta scoperta in rete. Di artisti nuovi c’è un’artista bravissima con cui ho anche collaborato in passato, che si chiama Rome in Reverse, assolutamente da ascoltare, bravissima in assoluto.

 

 

 

Immagine che rappresenta l'autore: Marco Andreotti

Autore:

Marco Andreotti