Hanno da poco dato alle stampe il loro ultimo EP dal titolo A Sentimento, una raccolta di cinque singoli usciti nell’arco degli ultimi tre anni. Nel mezzo di un tour che li sta portando a toccare tappe in tutta Italia, abbiamo intercettato Rocco Arienti (autore e chitarrista) dei Vintage Violence per parlare insieme di quest’ultimo lavoro.
L’EP A Sentimento raccoglie cinque singoli che sono usciti nell’arco degli ultimi tre anni. Sono indubbiamente dei brani molto diversi tra loro, ma comunque accomunati dal vostro stile che ormai è diventato caratteristico. Quando è stato il momento in cui vi siete detti che valeva la pena riunirli in un EP e non lasciarli al loro destino solitario?
All’inizio del 2025, con la scrittura di “Contro la società securitaria”: lì abbiamo iniziato a ragionare sulla pubblicazione di un EP e di conseguenza nell’ottica di un disco artistiamente compatto. Abbiamo infatti mixato quel brano insieme a “Pora Stella” e “Guaribili Ottimisti” e remixato tutti gli altri, che fino a quel momento avevamo pensato come singoli. A posteriori però, tutti e 5 i brani rappresentano una fase ben precisa della nostra vita artistica, che si merita un riconoscimento anche discografico.
Come intro del pezzo apripista “Contro la società securitaria” c’è il sample di una conversazione tra ragazzi in cui si dice che “la sicurezza non esiste” (da voi ripreso poi nel teso). Da dove viene quest’estratto?
È un estratto da un documentario di Hervé Barmasse, l’alpinista che nel settembre 2025 è stato il primo a portare la bandiera della Palestina in cima al Cervino. A lui ci siamo ispirati per compiere lo stesso gesto sulle nostre montagne locali.
Affermare che la sicurezza appunto non esiste è una presa di posizione netta, soprattutto all’interno di un contesto sociale che ci bombarda costantemente con il mito della regolamentazione della sicurezza sotto tutti i fronti, spesso (purtroppo) senza garantirla davvero. Oltre le nostre catene, per citarvi, non abbiamo forse perso anche il diritto a credere di non essere tutelati?
Il diritto a “credere”, qunidi a qualcosa di completamente individuale, intimo ed “etereo” è e sarà sempre garantito dal potere, a cui non importa nulla di quello a cui crediamo fintanto che ciò non ha alcuna ricaduta nella realtà. Anzi, nelle moderne democrazie occidentali abbiamo pure garantito il diritto di parola ma, per auto-citarci, “purchè non cambi un cazzo”, ovvero fintanto che dalle nostre parole non derivino fatti rilevanti che possano mettere in discussione realmente il potere stesso. “La sicurezza non esiste” è un’estremizzazione ma è anche molto realistica come affermazione: significa che la sicurezza che ci viene venduta è puramente idealistica, un orizzonte irraggiungibile, una verità che è bene ribadirci. Altrimenti resteremo consumatori di questo “nulla”, di questa sicurezza illusoria che nulla fa se non arricchire chi la vende.
Essendo centro-meridionale, “Pora Stella” è un titolo che mi risuona particolarmente familiare. Come mai la scelta di affidarvi al romanesco?
In realtà è un’espressione ricorrente nella nostra infanzia da bambini del nord, e stiamo avendo conferma che non si tratta di un caso isolato: da più parti geograficamente distanti ci confermano la familiarità con questo modo di dire.
A proposito del pezzo, avete affermato che ad ispirarvi è stata una citazione tratta dal film Liberal Arts di Josh Radnor: “Nobody feels like an adult. It’s the world’s dirty secret”. Volete dirci qualcosa di più in merito?
In realtà più che un’ispirazione è stata la consapevolezza, a posteriori, di aver trovato una citazione che rende a pieno lo spirito del pezzo.
In “Guaribili ottimisti”, che è l’ultimo singolo estratto dall’EP, fate un richiamo diretto al vostro primo disco – Psicodramma (Nove giorni senza dormire) – ed in particolare a “Sogno feriale”. Fare questo richiamo è stato anche un modo per voi per avere una retrospettiva su questi 22 anni che sono trascorsi?
Il bello di avere una storia lunghissima come la nostra è poter attingere praticamente all’intera nostra vita e comunque poterci sempre riferire a un ascoltatore che ha potenzialmente seguito ogni nostra uscita. È molto divertente poter spaziare e usare cose già raccontate, come a riprendere un discorso mai interrotto.
Una menzione al titolo dell’EP che gioca su un doppio registro connotativo: testualmente, l’espressione “a sentimento” indica un quantitativo regolabile sulla base di scelte arbitrarie; ma con la A incastonata nel cerchio prima della parola “sentimento” richiamate l’attenzione su un certo affetto anarchico che vi ha sempre pervasi. Come avete scelto questo titolo?
Oltre ad essere un’espressione che ci troviamo ad usare mooolto spesso è un titolo perfetto per dare l’idea delle tensioni che abitano la nostra scrittura: una più intismista e concentrata sulla percezione individuale delle emozioni che ci dà il mondo (sentimento), una più volatile ed esistenziale che alza lo sguardo alla storia dell’umanità ed al suo futuro (appunto la A di anarchia).

L’artwork è affidato a FAMILIA POVERA, da anni un’istituzione delle grafiche underground. Com’è nata questa collaborazione?
Jacopo è stato già l’autore dell’artwork di Mono, prima ancora che nascesse Familia Povera: ci siamo trovati così bene che “seguirlo” in questo progetto è stata la conseguenza naturale.
Parliamo un po’ del tour: come sta andando?
Molto bene, la prima data è andata sold out ma al di là di questo andare in giro a suonare ci piace così tanto che il nostro divertimento prescinde totalmente dalla quantità di pubblico. Alcune delle date più fighe della nostra carriera sono state fatte davanti a pochissime persone, davvero 5 o 6. Pochissime ma buonissime, lo diciamo sempre.
Che cambiamenti avete riscontrato rispetto al modo in cui il pubblico risponde ai vostri live in questi venti anni?
C’è stato un lentissimo ma costantissimo allargamento del pubblico sia in termini numerici che anagrafici perché vediamo sempre più spesso ventenni e pure adolescenti ai concerti: la cosa non può che farci piacere perché abbiamo iniziato a suonare proprio in quell’età e questo ci conferma di aver scritto negli anni canzoni che non durano pochi mesi (come il mercato vuole convincerci sia inevitabile) ma addirittura decenni.
Domanda scontata da fine intervista (vi tocca!): e dopo il tour cosa c’è in programma?
Onestissimamente: non ci stiamo assolutamente pensando!
E va bene così!

