Banadisa è il progetto musicale dell’artista polesano Diego Franchini, e con il suo secondo album Inumana Canicola Padana, pubblicato per la prestigiosa Trovarobato ha continuato un’esplorazione sonora unica, tra ritmi sud americani, elettronica oscura e richiami al folklore veneto e padano. L’album è stato inserito da Jacopo Cani (Iosonouncane) tra gli album più apprezzati del 2025 in un suo recente post. Abbiamo avuto l’occasione per incontrarlo e parlare direttamente con lui per farci raccontare il progetto
Una domanda classica: da dove inizia il tuo percorso artistico e quanto di quel Diego degli inizi persiste ancora nel progetto Banadisa?
D: Mi hai fatto una domanda molto azzeccata. Il progetto nasce da un’esigenza di ricerca sonora, soprattutto sui ritmi e sui canti, che ha poco o niente a che fare con la mia radice musicale che è tendenzialmente noise, punk, post-hardcore ecc… I gruppi che ascoltavo erano i Sonic Youth, Nirvana, Mudhoney e la scena noise di Shellac, At The Drive-In e chi più ne ha più ne metta.
Ho letto anche che parlavi dei Red Worms Farm in una vecchia intervista
D: Sì esatto, loro sono stati fondamentali, il primo vero gruppo territoriale che mi ha aperto un mondo. Il fatto che un gruppo così facesse club più piccoli e realtà locali dava l’idea che qualcosa si potesse fare a livello di live. Dopo tanti anni di questo tipo di percorso in questo ambito ho sento sentito l’esigenza di cercare qualcos’altro, partendo da una ricerca per interesse personale che mi ha portato fino in Sud America…metaforicamente e artisticamente, purtroppo non ci sono ancora andato fisicamente! Il primo album è quindi stato frutto di questa ricerca, con Inumana Canicola Padana invece nasce dal voler mantenere alcune cose di quella ricerca, come la matrice più folklorica e l’elettronica più oscura, lasciando invece andare la parte più latina del primo album. Ho cercato quindi di recuperare un po’ di “cattiveria” nei suoni e anche nelle voci, ricordandomi che all’inizio del mio percorso io cantavo soprattutto urlando, ho cercato quindi di ritornare a includere questa mia parte delle origini nel disco.
La ricerca sonora è proprio uno degli aspetti più interessanti di questo album, qual è stato il processo che hai affrontato con Fed Nance per costruire il suono di questo disco?
D: Abbiamo esplorato molto le percussioni, suonate in una certa maniera abbastanza mantrica, magari ripassate, effettate o comunque trattate in modo non canonico, per la parte melodica invece abbiamo prima dovuto capire il significato di Inumana Canicola Padana, quindi interrogandoci molto sulle atmosfere che volevamo trasmettere. Abbiamo iniziato suonando i synth, poi ci siamo spostati più sui rumori e sulle texture, sul creare dei gran loop di rumori e da lì si sbloccata tutta un’atmosfera. Quindi: percussioni trattate così più bassi cattivi e profondi più tutto questo lavoro sui rumori e si è creata l’atmosfera generale che ci ha fatto capire in che direzione volevamo lavorare.
Ascoltando il disco mi è arrivata un’immagine molto cinematografica dettata da questo paesaggio sonoro che avete ricercato, trovo che sia un album ricco di immagini. Cos’hai voluto raccontare in questi brani quando hai iniziato questa ricerca?
D: Il disco aveva un concept ben preciso, ovvero quello della sofferenza, della fatica, di quel peso insostenibile che grava sull’uomo e sull’animo, l’Inumana Canicola Padana descrive bene quel senso di oppressione perché appunto da noi d’estate c’è da morire dal caldo e non vi è ombra dove ripararsi. All’interno dei testi il territorio viene utilizzato come metafora e come tramite per descrivere certe sensazioni, un territorio come il mio, il Polesine, unico e caratteristico che viene poco sfruttato nelle narrazioni e che a sua volta mi ha permesso di utilizzarlo come mezzo per raccontare questi sentimenti.
Un’altra ricerca sonora presente nel disco è legata alle lingue. Ci sono inglese, spagnolo, italiano e due dialetti veneti diversi. Quanto era importante questa pluralità di lingue all’interno del concept?
D: Non era una cosa prevista dall’inizio in realtà, sicuramente mi ero convinto all’inizio proprio come paletto di iniziare ad utilizzare il dialetto. Per il resto il disco a seguito l’andamento altalenante del mio umore, e a un certo punto ho sentito l’esigenza di attorniarmi di un pò di persone proprio perché il progetto ha iniziato ad avere bisogno di una visione collettiva. La cosa che a me interessa molto negli artisti è l’identità, e tra gli artisti con cui collaboro ci sono alcuni dei migliori artisti d’Italia, e lo dico con sincerità totale: C + C= Maxigross, Anna Bassy, i So Beast, tutti progetti con un’identità molto forte, e l’idea di lavorare con questo tipo di artisti mi ha spinto a collaborare con queste persone proprio perché all’interno del disco c’è proprio una ricerca di identità, nel rispetto ovviamente delle loro identità.

E quali sono state le sfide nel cercare di integrare queste identità diverse all’interno di Inumana Canicola Padana?
D: L’integrazione è avvenuta abbastanza spontaneamente, con Tobia dei C+C e con Francesco Ambrosini c’era già in partenza un’intesa, sapevo che parlavamo lo stesso linguaggio, per cui la collaborazione è stata molto spontanea. Con Anna Bassy e soprattutto con i So Beast si è tratto più di un loro contributo alla narrazione, infatti soprattutto il brano dei So Beast si distacca molto dal resto del disco. In questo modo il progetto del disco è andato anche oltre a me in qualche modo.
E con quali artisti ti piacerebbe collaborare?
D: Sicuramente una delle collaborazioni che mi piacerebbe avviare sarebbe con Iosonouncane e Daniela Pes, perché trovo che il loro modo di approcciarsi alla musica sia molto compatibile con il mio. Una cosa che mi piacerebbe esplorare di più invece è il mondo dei cori, mi si è aperta questa porticina ultimamente ed è una cosa che mi interesserebbe tantissimo esplorare nelle prossime produzioni.
Qual è il tuo punto di vista sulla scena emergente italiana?
La mia sfida personale sarebbe riuscire a poter suonare nei festival più fighi d’Europa cantando in dialetto, una sfida identitaria se vuoi. L’omologazione anglofona a cui ci siamo abituati, io per primo, deve finire in qualche modo; i Nirvana sono stati i Nirvana perché sono nati ad Aberdeen ed è inutile scimmiottarli se siamo nati a Ferrara. L’ambizione che mi piacerebbe avessero gli artisti è quella di cercare una propria identità, qualcosa che non assomiglia a niente senza scendere a troppi compromessi, e che questa possa essere portata in giro per il mondo con la stessa valenza con cui la portano in giro gli Idles o i Fontaines D.C.. L’omologazione forse porta a cercare qualcosa di autentico, in questo senso qualcosa in realtà si sta muovendo, se pensiamo a Daniela Pes che ha cantano in gallurese a KEXP o a La Niña che sta per fare un tour europeo. La vera sfida è il fatto che ci sono molti meno posti per la musica live in Italia, c’è un grandissimo business sui festival e poco sui locali ad esempio.
Adesso che parte il tour del disco quali sono le tue aspettative? Penso anche che sia abbastanza complesso portare dal vivo questo progetto sonoro.
D: Il disco è complessissimo. La realizzazione del disco è stata molto lunga, è partita a gennaio 2022 e si è conclusa a giugno 2025 senza grandi pause in realtà. Ci siamo concessi un lavoro in studio di un certo tipo, e giustamente come dici tu una volta chiuso ci chiediamo: “e adesso come cazzo faccio a farlo dal vivo? Come faccio questo basso? Queste percussioni le metto in sequenza?”. Cerchiamo quindi di distribuire quella gamma sonora con gli strumenti live, dal vivo ad esempio le percussioni sono molto presenti, ci sono io con miei synth, c’è Marcello Martucci alle percussioni e c’è Francesco Sicchieri con un drumset ibrido. Chiaramente devi sempre cercare delle soluzioni di compromesso nel momento in cui non puoi permetterti dieci musicisti sul palco.
Sono dell’idea che live e disco siano due identità separate, e che il live può far emergere meglio certe parti di un disco o dargli addirittura un’altra voce.
D: Sono pienamente d’accordo, infatti quando siamo in studio non pensiamo minimamente al live. Sono proprio due capitoli e due lavori separati. È figo anche per me, perché dopo che lavori per tre anni alle stesse canzoni che le senti e le risenti pensare a come fare il live è un modo per riscoprire la propria musica e non farsela scendere, dandoti la possibilità di divertirti di nuovo con la stessa musica.
Ci consigli tu un disco o una canzone?
D: una cosa che ho ascoltato molto è la musica di Valentina Magaletti, lei lavora con sacco di persone molto interessanti e ha un approccio molto sperimentale alla batteria. Ha curato anche il festival Le Guess Who dove siamo stati e continua a essere una grande fonte di ispirazione per me. Io consiglierei banalmente di farsi un giro sulle piattaforme e dare un’ascolto a un po’ tutto quello che ha fatto, senza focalizzarmi su un disco in particolare. Una delle musiciste di cui dovremmo andare più fieri in Italia. Uno dei dischi che sto ascoltando di più è di uno degli artisti selezionati da lei per il Le Guess Who, Alpha Maid.
♦♦♦
In occasione dell’uscita del nuovo album Inumana Canicola Padana, Banadisa sarà impegnato in una serie di date live di presentazione, questo l’elenco delle date confermate al momento:
- 22/01 Milano NAMA
- 24/01 Montagnana (PD) BAHNHOF LIVE
- 07/02 Modena OFF
- 14/03 Torino MAGAZZINO SUL PO
- 18/04 Bologna BAUMHAUS
♦♦♦
credits immagine in copertina: Piera Masala
