Si sono palesati in modo totalmente inaspettato sui social alla fine del 2025, scatenando non poca curiosità attorno alla loro super formazione, che vede tutti insieme cinque dei musicisti più interessanti della scena musicale italiana: Roberta Sammarelli, Giulio Ragno Favero, Davide Lasala, Michelangelo Mercuri e Giulia Formica. Insieme sono i Si! Boom! Voilà! e, a partire dalle esilaranti “conferenze stampa” che hanno registrato sui loro canali social, fino al video del primo singolo, Pinocchio, è stato fin da subito chiaro un unico concetto: non vogliono essere presi troppo sul serio.
Il 16 gennaio del 2026 è uscito il loro primo omonimo disco e, in contemporanea, è iniziato dal The Cage Theatre di Livorno il tour che li ha portati per la prima volta a suonare sui palchi dei club italiani. Prima della loro penultima data, che li ha visti salire nella serata del 20 febbraio sul palco dell’Urban di Perugia, abbiamo avuto la possibilità di fare una chiacchierata telefonica con Michelangelo Mercuri, che ci ha raccontato i primi passi di questa nuova creatura, di cui lui è la particolarissima voce.
Ciao Michelangelo. Innanzitutto, ti ringrazio per questa intervista. Anche se, a mio avviso, dopo le conferenze stampa che avete organizzato per l’uscita del singolo e del disco, secondo me, avete già detto tutto quello che c’era da dire.
Ora dobbiamo sottrarre quello che abbiamo detto, allora!
Davvero, trovo che la vostra sia un’ironia molto intelligente e credo sia essenziale per esorcizzare questo momento storico buio che stiamo vivendo.
Abbastanza buio, purtroppo, sì. Vorrei darti una tesi che controbatte efficacemente ma purtroppo non ce l’ho, ad oggi. Io l’ironia la utilizzo nella mia vita per sopravvivenza, probabilmente. Mi sono trovato simpaticamente in accordo con un certo David Bowie, che diceva che nella disperazione una delle reazioni può essere quella di cercare un modo per ridere. L’ironia aiuta ad alleggerire il carico, quando è troppo pesante. Può essere una reazione.
Sarà perché ho recensito entrambi i vostri dischi e che sono usciti a breve distanza l’uno dall’altro, ma ho trovato molte somiglianze tra il vostro lavoro e l’ultimo degli Sleaford Mods, non tanto come sonorità ma per attitudine e tematiche trattate. Scrivendo di quest’ultimo mi è tornata in mente la teoria della rana bollita di Chomsky e, devo dire, anche nei tuoi testi ho percepito, correggimi se sbaglio, lo stesso desiderio di scuotere le coscienze.
Beh sì, intanto le nostre, proprio partendo dalla mia. Tendenzialmente tutti i testi non sono un “voi” ma sono un “noi”. Utilizzo una persona nella quale mi includo, no? Non sono mai esterno a questa cosa, quindi intanto scuotere la mia tutte le volte anche che li canto, se vuoi. E, poi, sì, sicuramente aver trovato questa rappresentazione anche negli altri della band e trovare un feedback, una parte di chi ascolta, che si ritrova. Non so se posso dire che sveglio, non so se effettivamente questa cosa ha delle conseguenze concrete, però mi piace pensare di sì, anche un briciolo. E, quindi, un po’ questa rana cerchiamo di toglierla fuori prima che sia del tutto bollita, ecco.
Il fatto che tu ti includa è una chiave di lettura che, in effetti, non avevo percepito. Ed è interessante anche l’osservazione che fai. Forse il primo passo è proprio questo, rendersi conto di farne parte.
Sai, una volta scrivevo molto di più con il tu, con il voi. Poi, devo dire, nella mia crescita di pensiero ha influito, per esempio, anche uno come Caparezza che ad un certo punto, in un testo che credo fosse del disco Museica dice: “tutti ce l’abbiamo con la gente, come se non ne fossimo parte” (il brano a cui si riferisce è Fai da Tela, ndr). Ed è vero, cioè, io sono anche quella cosa là, e quando canto “se non fossi così educato, mi saprei ribellare meglio” è una cosa che penso nella maniera più intima del livello di senso, diciamo. Che poi è una frase che, letta in una maniera superficiale, può essere anche una cosa sulla quale si può dibattere a lungo. Però credo che chi capisce la disperazione – tornando a prima – con la quale viene cantata, un po’ forse intercetta il senso con la quale è stata scritta.
È davvero incredibile l’impatto che ha la musica sulle nostre vite, in questo caso direi che assume un ruolo riflessivo. Io ho sempre pensato che abbia poi un potere unico, che è quello di unire anime affini. E l’ha fatto evidentemente con voi, come band.
Sì, la musica in questo caso è come quell’amico che ti presenta e tu ti fidi dell’amico, no? E dici: “vabbè, se me lo sta presentando questa persona amica sicuramente già mi piace”. In questo caso la persona amica è la musica. Mi sono fidato del gusto che, in qualche modo, ha unito tutti e cinque noi. In primis io e Giulia ci conosciamo da un po’ di anni, e anche lì grazie alla musica suonata dal vivo, ai concerti nei quali ci si incrociava. E poi questa voglia di provare a fare qualcosa insieme. Di conseguenza, quando è arrivata la chiamata da Roberta io ero sinceramente emozionato, perché sono cresciuto con i Verdena, il Teatro degli Orrori… insomma, è stato bello. Bello da fan, innanzitutto. Da amante di quella cosa lì. Mi sembrava incredibile e lo apprezzo tutti i giorni. Non smetto di pensare che è stupendo.
La stessa affinità di anime l’hai trovata nel pubblico che è venuto a vedervi ai concerti?
Sì. Succede che il pubblico è un pubblico che si sta affezionando in maniera crescente e, credo, anche abbastanza su misura. Mi spiego. Non c’è quel fanatismo smisurato figlio dell’hype, dell’operazione. C’è un affezionamento che sta crescendo e che cresce anche durante il concerto stesso. La gente viene al live, dopo una ventina di minuti che è lì, curiosa di vedere questi cinque insieme. Intanto vuole vederli insieme, no? Anche io, quando sono capitato a quei concerti di quelle che vengono chiamate super band, mi diverto innanzitutto a vederli insieme sullo stesso palco, perché è una visione originale. E, poi, lentamente, il pubblico entra nella stanza di questi qua ed inizia a liberare tutti i preconcetti, tutte le curiosità o lo scettiscismo e capisce che sta succedendo qualcosa di, non dico bello o brutto, ma quantomeno onesto. Non c’è una vera e propria operazione dietro, c’è veramente un incontro di cinque persone che, a un certo punto, si sono date il tempo e si sono trovate. C’è stato un tempismo, ecco.

ph. Matteo Bosonetto
Infatti, se non ho capito male, arrivate in pratica direttamente dallo studio, forse le uniche prove le avete fatte in sala di registrazione. Questo vi ha creato qualche difficoltà?
Sì, esatto. A me dispiace onestamente di Giulia, cioè, dispiace no, perché non c’è nessuna tragedia. Però lei è quella che è arrivata con un maggior carico di pressione, perché io sono stato contattato nel momento in cui buona parte degli arrangiamenti erano conclusi, più o meno, e quindi ho scritto i testi. Mentre lei è arrivata alla fine con dei brani piuttosto definiti dove doveva mettere la parte di batteria, però già direttamente in studio. Quindi è stato tutto così un po’, se vuoi, avventato, ecco. Però evidentemente era questa la storia di questo disco. Evidentemente andava fatta così. Tutti gli errori che ci possono essere caratterizzano questa uscita e, accettando il fatto che ci siano anche delle imperfezioni, accetti il fatto che è quella la storia di questo disco e, in questo caso, anche la storia di questo incontro. Una volta avrei detto che le cose vanno fatte in maniera perfetta, figurati. Sono quello abituato a provare dodici ore al giorno se non esce perfetta una roba. Oggi credo di aver maturato l’accettazione di una cosa imperfetta che, però, va bene per come è. Quanti dischi imperfetti ci piacciono?
Tantissimi.
È quella la figata, secondo me.
A questo proposito, riguardo al disco, si è parlato tanto dell’immediatezza e della spontaneità che trasmette. Però, mi chiedevo, considerando che su cinque componenti quattro di voi hanno esperienza come produttori, quest’immediatezza, nel momento in cui siete arrivati, appunto, al momento della produzione, non ha un po’… vacillato? (ridiamo)
Ma guarda, la cosa bella è stata che nessuno di noi ha piazzato il proprio ego sulle gambe dell’altro. Io produco me stesso, quindi figurati, sono un invasore di idee, ho la tendenza a dire: “secondo me, secondo me”. La bellezza è stata capire che ci si può fidare del gusto dell’altro. Cioè, affidarsi all’altro. Nel mio caso tantissimo a Giulio, di cui mi fido ciecamente e, a sua volta, lui si fidava delle indicazioni di noi altri. Davide, il chitarrista, si è saputo mettere da parte in alcuni momenti (Davide è anche produttore e fondatore dell’Edac Studio dove ha lavorato a dischi importanti, come i Gorillaz, ndr). Hai presente i ciclisti, quando si danno il cambio per tenere la testa della corsa? Ci siamo dati il cambio. Non c’era un leader, c’era il gruppo. E, quindi, a turno ci davamo il cambio per portare avanti un passo in più ancora la cosa. E questo ha creato un involontario equilibrio che ci ha fatto vivere il tutto con serenità. Poi, chiaramente, ci sono stati anche dei passaggi di panico, perché poi ad un certo punto non venivamo fuori da questo mix, però poi abbiamo trovato la quadra. È stato anche un test di maturità il sapersi mettere da parte.
Un’altra cosa che si nota nel disco è la mancanza di sovraincisioni. In Da Zero, ad esempio, a nessuno è venuta voglia di inserire tastiere, archi, eccetera, o vi siete imposti come scelta, fin dall’inizio, di non farlo?
Allora, all’inizio c’erano. Ti dico quello che mi è stata raccontato, perché io arrivo a brano finito.
Sì, so quello è il primo che è stato scritto da Roberta insieme a Giulio e Davide.
Esatto. E c’erano gli archi e altre cose. Però ci è venuta voglia di fare un disco che potesse essere riproducibile dal vivo. Alla fine le scelte possono essere infinite, in fase di produzione puoi mettere di tutto, però è una questione, appunto, di scelta. Abbiamo scelto di portare la stessa cosa che poi arriva dal vivo. Anzi, magari la cosa in più arriva proprio dal vivo e non in studio. Alla fine abbiamo preferito la via dello scarto, del crudo. Da Zero, poi, in qualche modo, ci stava bene anche concettualmente. Quindi, alla fine, anche soprattutto durante il live, mi sembra tutto giusto.
Ho avuto modo di vedervi live solo attraverso Youtube, purtroppo, perché quando avete suonato vicino casa mia ero fuori dall’Italia. Spero di rimediare presto.
Lo spero anch’io! Perché sono particolarmente fiero del live, la prima volta che ci vedi secondo me è bello.
Allora anticipami, ne avrò modo, magari questa estate?
Sì sì, certo che ne avrai modo. Facciamo altre date questo estivo. Facciamo qualche festival e penso che, da qui ad un mese, uscirà fuori il calendario.
Restando sul live, mi è piaciuto molto anche il fatto che avete deciso, tra virgolette, di mettervi in divisa. L’ho trovata una scelta interessante, sono abiti che vi uniscono ma restituiscono a ciascuno la propria personalità.
Allora, sono dei disegni fatti da questa ragazza che si chiama Sara, di un brand che si chiama A.D.D.O.S.S.O. È un brand fatto in casa, possiamo dire. Lei prende i vestiti e ci disegna sopra. Le è stato consegnato il disco prima dell’uscita per farle capire che tipo di sonorità e che tipo di attitudine fosse quella giusta per rappresentarci esteticamente. La voglia di essere, tra virgolette, in divisa – anche se ci piace, più che in divisa, pensare che siamo in costume, e di essere un gruppo anche da questo punto di vista – è una cosa che era un desiderio un po’ di tutti. Avevamo voglia di questa cosa, era come se fosse diventato un pensiero condiviso ancora prima di dircelo. Quando uno l’ha detto, gli altri erano già d’accordo. Quando è arrivata l’idea che sarebbe stato figo essere tutti insieme in costume ci siamo messi a cercare qualcuno che potesse realizzarla. E l’idea, chiaramente, c’è venuta un po’ all’ultimo, tra l’altro nel periodo di Natale, quindi c’erano di mezzo le vacanze natalizie. E lei è stata mitica perché sotto Natale e Capodanno si è messa a lavorare e ci ha consegnato tutto prima della prima data. È stata veramente stupenda.

ph. Matteo Bosonetto
Sono davvero molto belli e, in effetti, la messa in scena del live mi sembra davvero interessante.
C’è una compattezza, sì. Estetica e sonora.
Qual è il brano che ti è piaciuto di più cantare dal vivo?
Godo particolarmente nel cantare “Mentre succhiamo”. Ma non l’avrei mai pensato, pensavo mi sarebbe piaciuto di più cantare altro. I due momenti che mi piacciono di più, invece, sono proprio “Mentre Succhiamo” e, in verità, anche il ritornello che ti dicevo prima di Swans (Un pezzo degli Swans, ndr).
Che, tra parentesi, è la mia preferita. Ora sono ancora più curiosa di sentirla live.
Sì, sono due momenti che mi riportano molto al presente di quello che sta accadendo. Cioè, non sono più sul palco che faccio il cantate o quella cosa là, ma il testo mi riporta ad un sentimento autentico. Come se lo stessi dicendo di nuovo, per la prima volta.
Proprio in “Mentre Succhiamo” canti: “Ad esempio per me uno dei momenti in cui mi sembra che non butto niente è quando grido davanti a un microfono. E mentre grido mi sento vivo”. Questa frase, in mezzo a tanto cinismo e rabbia, trasmette sollievo.
Eh, da molto sollievo anche a me. In un periodo che, come direbbe qualcuno, non è un periodo ma è la vita, in cui sto cercando di togliere le maschere quando salgo sul palco ma anche quando scrivo, soprattutto, quella è una delle parti in cui, per forza di cose, butto giù la maschera e dico quello che sento proprio. Non più quello che penso, ma quello che sento. Distribuiti nel disco ci sono un po’ di momenti in cui succede questa cosa qua. Anche in “Lavori in corso”.
Tra l’altro, nel cantato sei tornato un po’ alle tue origini metal. È stato un ritorno casuale o ne sentivi tu la necessità?
(ride) Sì sì, beh, sono tornato a casa da questo punto di vista. Infatti mi ha fatto molto ridere (perché ovviamente il grande pubblico mi ha conosciuto per X Factor, quindi non sapendo che arrivo da dieci anni di metal) quando ho letto alcune recensioni dove si diceva “in queste vesti inedite”. Il vero corto circuito è, in realtà, l’elettronica. Cioè, io sono da sempre un metallaro. Detto ciò, continuerò a fare elettronica, eccetera, però in queste vesti sono perfettamente a mio agio. Poi, tra l’altro, è la prima volta in cui non suono nulla, quindi mi diverto particolarmente nella messa in scena.
In effetti, così libero, sei molto teatrale.
Sì, ho la possibilità di utilizzare il mio corpo appieno senza in mezzo tastiere, chitarre… ho solo il corpo, la voce e dei musicisti della madonna dietro. Il sogno di uno come me.
Ultima domanda che ti faccio, perché sono molto curiosa della tua scrittura e, infatti, ci stiamo ruotando attorno da un po’. Mi accennavi prima che quando sei arrivato nella band gli arrangiamenti erano già fatti. Avevi già delle cose tue che hai pensato andassero bene per questo tipo di sonorità qua o ti ha ispirato l’arrangiamento stesso nel momento in cui ti è arrivato, tirandoti fuori qualcosa di nuovo?
Io scrivo sempre, anche se non ne ho un motivo. E, quindi, ho la fortuna di avere questa cosa qua. E poi oltre a scrivere ho la malattia di mettere in ordine in maniera abbastanza meticolosa i testi, nel computer o nell’hardisk, definendoli con dei colori. Divido i testi più duri, quelli più cinici, quelli dedicati solo alla scrittura, i testi più poetici, quei testi che potrebbero essere il soggetto di qualche cortometraggio. Insomma, tutte queste cose qua, ma senza avere in mano niente di concreto.
Ma che figo!
Sono pazzo da questo punto di vista! E questo, però, mi ha permesso di avere una scorciatoia quando mi sono arrivati gli arrangiamenti, perché io ho buttato giù sulla scrivania tutto quello che stavo facendo, sono entrato direttamente, deciso, nelle cartelle giuste e ho iniziato a fare dei collage dei testi che avevano questo indirizzo già nel loro ritmo, nel ritmo delle parole. Ho iniziato a unire i concetti e questa cosa mi ha divertito tantissimo. Poi, chiaramente, c’è stata una rifinitura. In studio è stato scritto da capo un testo intero praticamente, che è quello di “Lavori in corso”, che aveva solo un incipit.
Non lo avrei immaginato.
Sì, quello è arrivato in una sorta di psicoanalisi con Davide, dove mi ha raccontato dei fatti, io li ho tradotti in testo. Poi ci siamo messi a piangere. Insomma, tutte quelle cose che possono accadere. Poi Pinocchio, invece, è bizzarro perché è stato scritto a quattro mani con Maccio Capatonda.
Ma dai!
Sì, è un testo ibrido dove c’è una parte che ha scritto lui, una parte che ho scritto io e una parte che è scritta a cazzo (ride). Tra l’altro, era l’altro ieri a vederci a Roma (il 18 febbraio al Largo Venue, ndr) e gli è piaciuto molto il concerto. Quindi, ecco, alla fine possiamo sintetizzare il tutto con il termine gioco. Cioè, penso sempre che tutto possa essere risolto con un gioco creativo. Lo penso anche dei concetti più importanti. Lo so che è una cosa da bambino scemo, ma credo che le cose, anche quelle che sembrano irrisolvibili, se uno le mette sul piano del gioco alla fine una soluzione creativa arriva sempre. Tutte le cose irrisolte sono figlie spesso della pigrizia.
Direi che non è affatto un concetto scemo ma, anzi, è una riflessione perfetta con cui salutarci. Grazie!
Figurati, figurati!
In bocca al lupo per i vostri ultimi due concerti. Stasera suonate all’Urban (Perugia, ndr) vero?
Sì, stasera suoniamo all’Urban… e io sono con la febbre!
Oh no! Mi dispiace!
Guarda, per fortuna il marito di Roberta è dottore, quindi sono sotto prescrizione del dottor non Huxley ma… adesso non ricordo il cognome (il riferimento ironico è al brano dei Verdena, Sotto Prescrizione del Dott. Huxley, ndr).
(ridiamo) Allora sei in ottime mani! Buona guarigione. Ci vediamo questa estate, passerò a salutarvi. Grazie!
Passa, passa! Grazie a te!

artwork immagine di Pasquale de Sensi
Credits foto in copertina: Matteo Bosonetto
