Skip to content
Addio a Taylor Kirk, mente dei Timbre Timbre –   NINE INCH NOIZE – NINE INCH NOIZE –   Tanca Fest: l’altro spazio – Baumhaus (BO), 17-19.04.2026 –   “Deperita” è il nuovo singolo di Artefatta –   SANDRI presenta Animalerie –   The Notwist – Monk (Roma), 17.04.2026 –   Apparat – Alcatraz (MI), 15.04.2026 –   FRANCAMENTE – Bitte Leben –   The Zen Circus, annunciate nuove date –   Mono, primo singolo dal nuovo album “Snowdrop” –   MOBY arriva a Jazz Open Modena per l’unica data italiana del tour europeo –   Boots On The Ground: il nuovo singolo di protesta dei Massive Attack con Tom Waits –   MUSIC FOR CHANGE – ANNUNCIATI I 40 ARTISTI PER LE LIVE AUDITION –   The Cribs – Monk (Roma), 13.04.2026 –   SANLEVIGO torna live a Largo Venue di Roma –   Addio a Taylor Kirk, mente dei Timbre Timbre –   NINE INCH NOIZE – NINE INCH NOIZE –   Tanca Fest: l’altro spazio – Baumhaus (BO), 17-19.04.2026 –   “Deperita” è il nuovo singolo di Artefatta –   SANDRI presenta Animalerie –   The Notwist – Monk (Roma), 17.04.2026 –   Apparat – Alcatraz (MI), 15.04.2026 –   FRANCAMENTE – Bitte Leben –   The Zen Circus, annunciate nuove date –   Mono, primo singolo dal nuovo album “Snowdrop” –   MOBY arriva a Jazz Open Modena per l’unica data italiana del tour europeo –   Boots On The Ground: il nuovo singolo di protesta dei Massive Attack con Tom Waits –   MUSIC FOR CHANGE – ANNUNCIATI I 40 ARTISTI PER LE LIVE AUDITION –   The Cribs – Monk (Roma), 13.04.2026 –   SANLEVIGO torna live a Largo Venue di Roma –  

JENNIFER IN PARADISE – Intervista

A poche settimane dalla release del loro primo disco, Torrente, abbiamo incontrato telematicamente i Jennifer In Paradise per parlare insieme a loro della genesi di questo esordio che si presenta in tutta la sua urgenza compositiva. La band romana all’attivo dal 2024 (composa da Lorenzo Marvìca – voce; Diego Di Giandomenico – chitarra; Cristiano Campana -basso; Domenico Migliaccio – batteria) confeziona 9 tracce solide che travalicano l’hardcore, laminandolo con schegge post-punk e shoegaze, e creando così un’ambiziosa commistione sonora in cui si traduce formalmente la tensione espressa nei testi tra crollo e rinascita, deriva e lotta, silenzio e bisogno di far rumore per sentirsi vivi.

Ciao ragazzi, intanto grazie per questa intervista

Ciao Francesca, grazie a te!

Inizio con la domanda forse più banale che possa farvi. Avete scelto come nome per la vostra band il titolo della prima immagine photoshoppata della storia; la mia domanda è non solo perché, ma sono anche curiosa di sapere quale è stato il procedimento mentale che vi ha condotti verso questa scelta.

Ti confesso che all’inizio eravamo un po’ scettici all’idea di scegliere un nome in inglese per una band che canta in italiano; infatti, Jennifer in Paradise era stato scartato. Eppure, durante la fase di composizione, ci siamo resi conto che quel nome continuava a tornarci in mente, forse perché capace di incarnare appieno ciò che volevamo raccontare con la nostra musica. Qualche anno fa stavo collaborando a un progetto editoriale, catalogando i più rilevanti eventi di “estinzione” contemporanei.
Uno di questi riguardava proprio il momento in cui John scatta una foto alla sua fidanzata Jennifer su una spiaggia di Bora Bora, pochi istanti prima di farle la proposta. La storia, in breve, è che di lì a poco quella fotografia avrebbe cambiato per sempre il nostro modo di percepire la realtà. Basti pensare ai suoi “figli”: fake news e intelligenza artificiale. Questa linea di confine sempre più sottile tra reale e irreale ci ha sempre affascinati, segnando profondamente la nostra ricerca nella scrittura.
In fondo, le nostre canzoni non sono altro che questo: istantanee sulla fugacità dei sogni. Ultimo, ma non per importanza, un aspetto per noi imprescindibile è la presenza del femminile, elemento ricorrente nelle nostre liriche (del resto, “siamo una generazione di uomini cresciuti dalle donne”, cit.). E quindi… benvenuta, Jennifer.

Da poco è uscito il vostro primo disco, parliamo un po’ di Torrente. Si tratta di un lavoro interamente autoprodotto: quanto è stato complesso fargli vedere la luce in questo particolare momento storico e, perdipiù, in Italia?

In realtà è stato tutto molto naturale e spontaneo, seppure con le dovute difficoltà. Ogni giorno è faticoso confrontarci con le nostre vite private: fare musica, o arte in generale, purtroppo è il più delle volte uno sport per ricchi. Ma non credo che sia poi così complicato fare dischi, oggi, in Italia: ne abbiamo ascoltati di clamorosi, registrati in una cameretta con due euro. L’importante è riuscire a esprimersi con sincerità e, soprattutto, divertirsi. Anche perché a volte ci chiediamo: che senso avrebbe, altrimenti, tutto questo? Prima di ogni cosa ci siamo ripromessi di rispettarci l’un l’altro come individui, ed è lo stesso rispetto che nutriamo per il palco e per chi ci gravita attorno. Penso che questo sia un aspetto fondamentale nel lavoro di squadra e il motivo per cui, in meno di un anno, siamo riusciti a fare così tanto (anche se, maledetto algoritmo, al giorno d’oggi non sembra mai abbastanza). Poi abbiamo avuto la fortuna e l’onore di lavorare a questo disco con Alessandro Gavazzi, battezzando il suo nuovo studio, lo Shatterdome. Alex è un professionista straordinario, una persona speciale. Con lui c’è stata subito una connessione neurale in stile Evangelion. Gli siamo immensamente grati e stiamo già pensando al prossimo capitolo insieme.

La copertina ritrae quello che sembra essere il parterre di un concerto. Quando è stata scattata questa foto e perché l’avete scelta come copertina?

La copertina è stata realizzata da Domenico, il nostro batterista, che è anche un super grafico. In principio era molto più minimale – e rosa – perché stavamo cercando un simbolo che rappresentasse l’essenza del disco. Poi abbiamo ritrovato questa vecchia immagine che avevamo pensato di usare per un singolo (non ricordo più quale fosse la fonte). Quella fila di persone senza identità, come tante gocce in un vuoto torrenziale, evoca un sentimento di attesa e di erranza. Non lo so, a volte ho questa convinzione che le storie più forti siano quelle che parlano di tante piccole cose che accadono e di una grande cosa che non accade mai. La copertina parla anche di questo.

Nel disco si fondono generi diversi che comunque fanno capo al crossover e al post-punk, generi che tendenzialmente troviamo più spesso associati alla lingua inglese. È stato complicato adattare certi schemi ritmici con l’italiano?

Sarebbe stato impensabile fare altrimenti. Abbiamo una forte urgenza comunicativa, anche se spesso mascherata da un certo tipo di ermetismo. Gruppi come Sick Tamburo, Linea 77, Quercia, Gomma, Verdena, Il Teatro degli Orrori, Management del Dolore Post-Operatorio, Afterhours hanno lasciato un’orma profondissima in noi. In fondo, il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero.

I vostri testi prendono forma intorno a un’immagine precisa (oggetti, situazioni, colori, dati): partite da quella per poi sviluppare il concetto o viceversa?

Non abbiamo ancora trovato una formula definitiva per la composizione dei pezzi – e forse, per fortuna –, ma finora siamo sempre partiti dalla musica, aggiungendo le parole in un secondo momento. Cerchiamo una narrazione per immagini che sia complementare all’atmosfera suscitata dagli accordi. Come dicevo prima, nei testi ricorrono spesso figure femminili, così come scene in cui elementi naturali e inanimati acquisiscono un aspetto organico, quasi anatomico. In linea di massima parliamo molto di solitudine, senso di vuoto, alienazione. Ma anche di amore e di speranza. Non facciamo altro che guardarci intorno: a volte, per scrivere un buon testo, basta una semplice conversazione alla fermata dell’autobus con uno sconosciuto. Tutte le vite che abbiamo incrociato, anche solo per un istante, sono finite in qualche modo dentro i nostri brani. Per esempio, una volta, parlando d’amore, un uomo appena incontrato mi disse: “Trovi la felicità e ti arrendi.” Ci penso ogni giorno. Potenzialmente, c’è un intero disco dentro questa frase.

C’è anche una traccia interamente strumentale molto interessante all’interno della scaletta (“Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”). Ce ne volete parlare?

Il titolo è una frase di David Foster Wallace, un autore immenso. Lo abbiamo scelto perché tutte le nostre canzoni hanno una doppia chiave di lettura: sono molto cupe e, allo stesso tempo, permeate da un romanticismo di fondo. Abbiamo deciso di inserire la traccia come numero 2 nel disco, una scelta abbastanza inusuale, ma che ci dava l’idea di preparare l’ascoltatore a trattenere il fiato e immergersi nel viaggio, spronandolo a misurarne la profondità.

Nella title track ospitate le parole di Simone Cattaneo, poeta italiano scomparso qualche anno fa; perché proprio questa scelta?

Cronologicamente parlando, Torrente è l’ultimo brano che abbiamo scritto prima di chiudere il disco. Testo e musica sono nati di getto, quasi all’unisono. Dopo il secondo ritornello c’era una lunga parte strumentale che ci piaceva moltissimo, ma sentivamo che mancasse qualcosa. Peace and Love, la raccolta che racchiude l’opera completa di Simone Cattaneo, è sulla mia scrivania da dieci anni. Penso di averla letteralmente consumata. In studio ho provato a recitare mentalmente una delle sue poesie preferite in quell’intervallo e ho avuto un brivido. Online abbiamo trovato l’estratto di un’intervista in cui Simone legge proprio quella poesia, così ho scritto a suo nipote, Lorenzo Bernasconi, che ne cura l’eredità letteraria, chiedendo l’autorizzazione per poterla utilizzare. Lui ha ascoltato il brano e si è mostrato entusiasta. Così abbiamo deciso di intitolare anche il disco Torrente, in onore di Simone. Perché morire non significa scomparire.

Siete all’attivo da poco più di un anno, ma avete già suonato molto in giro per l’Italia. Quali saranno i prossimi appuntamenti live?

La dimensione live per noi è importantissima. Ci permette di entrare in contatto con tantissime persone e di creare rete, oltre a scambiare energia con il pubblico. Finora abbiamo avuto il privilegio di condividere il palco con innumerevoli artisti eccezionali, sia italiani sia internazionali, passando dai palchi giganteschi alle situazioni più di fortuna, e tutto questo ci ha fatto crescere moltissimo. Abbiamo in programma un tour promozionale del disco per l’anno a venire e a breve comunicheremo tutte le date.
Nel frattempo potete venirci a sentire il 12 dicembre al Campo Magnetico (RM), dove presenteremo il videoclip di “Blu Violento”, realizzato da Kinorama Studio.

 

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci