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Intervista a Enzo Moretto (…A Toys Orchestra)

Guardate bene l’orologio, le lancette si sono spostate di nuovo sulla mezzanotte e questo significa solo una cosa: l’Orchestra di Giocattoli è di nuovo in giro e sta portando per i palchi italiani la sua musica. Sabato 13 Aprile ad ospitarla è stata la volta del Glue di Firenze, un locale zona stadio; motivo per il quale, mi ha spiegato poi Enzo, fino all’ultimo la data non era stata fissata: prima si doveva capire quando avrebbe giocato la Fiorentina. Nonostante la pubblicità arrivata un po’ in ritardo rispetto alle altre date, intorno alle 22.00 un nutrito gruppo di persone stava giù brulicando attorno al locale, in attesa di ritrovare sul palco gli …A Toys Orchestra, in pausa da troppo tempo ormai. Sono passati infatti sei anni da Lub Dub, ultimo lavoro in studio della band originaria di Agropoli, con sede in pianta stabile a Bologna.

Enzo Moretto e compagni sono tornati con un assetto tutto nuovo, a presentare il loro ultimo lavoro in studio, Midnight Again (finito subito fra i Top Album di Ondalternativa, leggi qui la nostra recensione).

Oltre allo zoccolo duro della band, con Raffaele Benevento a destreggiarsi fra basso, chitarra, tastiere, cori e tamburi, e Ilaria D’Angelis alle tastiere, cori, chitarra e basso; il recente cambio di formazione ci dà modo di ammirare due nuovi poli strumentisti (la leggenda narra che se non sei in grado di suonare almeno tre strumenti, nei Toys, non puoi entrare) davvero formidabili, entrati a tutti gli effetti a far parte di questa grande famiglia: Alessandro Baris, che troviamo perlopiù alla batteria, ma che se la cava alla grande anche alle tastiere e ai cori; e una tuttofare Mariagiulia Degli Amori, che a quanto pare è in grado di suonare anche le pietre. Si cambia pure alla batteria con Alessandro: un’esplosione d’energia, davvero uno spettacolo vederla in azione. Un’incursione sul palco, alla seconda chitarra per buona parte del concerto, la fa anche Bruno Germano: produttore, tecnico, musicista e proprietario del Vacuum Studio di Bologna (dove, a parte gli …A Toys Orchestra, hanno registrato artisti del calibro di Iosonouncane, Daniela Pes, Massimo Volume e molti altri).

Ad aprire le danze c’erano gli Oodal, band fiorentina che ha intrattenuto bene il pubblico nell’attesa di Enzo Moretto e compagni. La scaletta degli …A Toys Orchestra, un po’ tirata per motivi di tempo (il concerto è iniziato davvero tardi, dopo le 23.00) prevede un tuffo nel passato come inizio, con “Wake me up” (Butterfly Effect, 2014) e “Welcome To Babylon” (Midnight (R)Evolution, 2011) per poi riportarci dritti nel presente, con cinque brani estratti direttamente dall’ultimo lavoro in studio. Come è normale che sia, il protagonista della serata è Midnight Again, con qualche intrusione (“Invisible”, “My heroes are all dead”, “Look in your eyes”), mentre il finale è lasciato a quattro grandi classici del repertorio della Toys Orchestra, che trascina il pubblico del Glue con un’energia contagiosa. Enzo Moretto ringrazia più volte il pubblico di Firenze per il caloroso bentornato (non dimentica nemmeno Grazia, Graziella…) e si diverte a coinvolgere i presenti trascinandoli nei cori.

È stato davvero bello ritrovare gli ...A Toys Orchestra sul palco ed altrettanto bello e interessante è stato potermi confrontare con Enzo sul nuovo disco. Ho avuto modo di incontrarlo subito dopo il soundcheck e ne è uscita una piacevole chiacchierata che trovate qui di seguito. Buona lettura!

Ti devo confessare che quando si è prospettata la possibilità di fare questa intervista sono stata davvero contenta. La vostra musica per me è qualcosa di molto personale, la sento anche un po’ mia, i vostri dischi hanno accompagnato una parte significativa della mia vita. Quindi quando ho iniziato a preparare le domande da farvi ho dovuto fare un bel passo indietro, per guardare con distacco questo album. Mi sono chiesta se anche a te, che sei dall’altra parte ma in qualche modo devi andare a parlare di una cosa molto personale, facesse lo stesso effetto. Se parlare del disco ti aiuta, in qualche modo, a distaccartene per lasciarlo andare nel mondo.

In parte sì, e in parte semplicemente cerco di rispondere in maniera molto obiettiva e in maniera molto veritiera a quello che mi si chiede. Trovo che l’intervista non sia altro che una conversazione che si fa valutando insieme quello che si sta raccontando, ecco. Un filino mi aiuta nel distacco sì, da un’altra parte però cerco anche di non rendere alcuni argomenti un tabù. Nel senso che è un disco molto intimo, molto profondo, ed è chiaro che viene anche da trascorsi abbastanza importanti, ci sono stati momenti pesanti per me che sono inevitabilmente finiti all’interno delle canzoni. Preferisco ovviamente raccontarli attraverso i miei testi, però ci provo anche chiacchierando insomma.

Il tour intanto come sta andando?

Per adesso sta andando benissimo. Abbiamo fatto quattro concerti, sono stati uno meglio dell’altro, tutti sold out… qualcuno più bravo di me diceva che i concerti si fanno in due: noi sul palco e il pubblico giù. Quindi abbiamo fatto insieme al pubblico dei bei concerti.

Ve lo aspettavate, dopo tutto questo tempo?

Lo speravamo. Però, se devo dirti che mi aspettavo di fare dei sold out all’inizio, no. Considerando com’è cambiato il mondo, il mondo della musica oltre al mondo in generale, e visto che ci siam presi una pausa così lunga che è quasi un suicidio, mi aspettavo di dover sgomitare un pochino. Invece c’è stata un’accoglienza subito molto focosa e questo è stato bellissimo e ci ha fatto partire con le energie a mille.

Sono passati sei anni, infatti, da Lub Dub (2018, ndr). E vi ritroviamo anche un po’ cambiati nell’assetto. Se ne sono andati Andrea Perillo e Julian Barret, è subentrato Alessandro, è arrivata poi Mariagiulia…

Questi sono eventi che capitano quando fai una pausa così lunga come questa. Due degli ex Toys, Andrea e Julian, hanno preso strade diverse. Andrea è tornato a vivere ad Agropoli dove ha fatto un suo progettino, non aveva in programma di tornare a Bologna. Una serie di combinazioni han fatto si che non fosse possibile la cosa. Noi avevamo urgenza a quel punto di andare avanti, e ci siamo incontrati con Alessandro.

Mariagiulia quando è subentrata invece?

È subentrata all’ultimissimo giro. Lei è la compagna di Bruno, il proprietario dello studio di registrazione (Bruno Germano, ndr) che è anche il fonico di stasera e suona sul palco con noi, e spesso assisteva alle registrazioni. È una polistrumentista, una innamorata della musica. Si era presa molto bene durante le registrazioni, io amo quando le persone si prendono bene e le ho detto: “comincia a registrare qualcosa!”. Prima abbiamo cominciato solo a registrare delle percussioni, poi si è inserita nei cori, ed è stata molto brava a dirigere le ragazze che erano molto timide, lei che invece è esuberante ha tenuto bene insieme il coro e quando poi abbiamo finito il disco, le registrazioni… a quel punto mi è venuto naturale chiederglielo. Noi siamo una band che deve andare in giro live in cinque, come minimo, perché i nostri live sono molto ricchi, molto carichi. Lei all’inizio era un po’ terrorizzata, perché nasce come batterista percussionista, però ho visto che sapeva mettere le mani un po’ ovunque e le ho detto: “ora vieni nei Toys.” “E cosa suonerò?” “Tutto!” (ride, ndr)

Anche perché, nei Toys, tutti suonano tutto!

Si, esatto (ridiamo, ndr)!

Quand’è stato in questi anni il momento in cui avete deciso: ok, ora facciamo un altro disco?

Ma guarda, io non ho mai smesso di scrivere durante questi sei anni. Però devo anche dirti che c’era bisogno di una pausa fisiologica per gli …A Toys Orchestra. Eravamo proprio in stand by e, mettici anche i due anni del covid di mezzo, ci siamo proprio allontanati per un periodo, è stato un lungo periodo di silenzio degli …A Toys orchestra. Io ho continuato a scrivere le mie canzoni a casa e poi, man mano che mi mettevano la pulce nell’orecchio: “Si rifà un disco dei Toys?”, me lo diceva Ilaria, me lo diceva Raffa… e io mi son reso conto di avere praticamente delle canzoni che erano già un disco. A quel punto ci siamo riuniti, abbiamo discusso, io ho detto quella che era la mia idea per fare questo disco, per rimettere in piedi gli …A Toys Orchestra, per non riscaldare la minestra e per non rifare sempre noi stessi. Per tornare in maniera differente. Ed è quello che si sente nel disco: l’utilizzo di nuovi tipi di arrangiamento, una libertà totale, senza nessun tipo di logica di mercato da seguire. La canzone più breve dura quattro minuti e mezzo. A quel punto, senza stare lì a girarci troppo in torno, senza andare troppi mesi in sala prove: c’erano le canzoni, c’era l’intenzione, c’era la complicità, abbiamo trovato lo studio, le modalità per farlo, siamo andati direttamente in studio e… siamo partiti.

L’idea della trilogia ce l’avevi dall’inizio?

Non sono partito dicendo “a questo giro facciamo la trilogia”, però era qualcosa che mi stava stuzzicando, mi stava divertendo da un po’ di tempo. Anche perché così come l’avevo inteso sempre io, questo concetto della mezzanotte, questo limbo temporale che è sospeso fra l’oggi e il domani, l’adesso, era proprio quello che stava succedendo agli …A Toys Orchestra: c’era stata una lunga pausa e in quel momento ci stavamo riallacciando al nostro ieri, puntati al nostro domani e quindi ho pensato “siamo di nuovo a mezzanotte”. Midnight Again. Poi mi sono imbattuto nella foto di copertina e lì ho detto: il titolo è quello.

A proposito della foto di copertina, è un’immagine molto potente. Di chi è l’artwork?

L’artwork è di un fotografo islandese che si chiama Marino Thorlacius. È quasi un pezzo unico questa foto, perché di solito i suoi lavori sono diversi, fa cose diverse. Questa è più surrealista, mentre lui normalmente si presta di più alla foto naturalistica. Aveva fatto questo pezzo unico, mi aveva flashato, mi ha preso tanto: l’ho contattato, e lui è stato d’accordo da subito.

Torniamo a parlare un attimo degli arrangiamenti che, fra parentesi, sono spettacolari. Avete fatto un lavoro bellissimo.

Grazie davvero.

E ci sono tanti di musicisti di un certo livello, ci sono Beppe Scardino, Lorenzo Manfredini, Giovanni Tamburini, c’è un quintetto d’archi (WKO- camera degli ammutinati, ndr) … Come sono nate queste collaborazioni?

Sono nate proprio perché io stavo scrivendo, mi stavo divertendo in questi lunghi anni a immaginare appunto questi arrangiamenti orchestrali: di fiati, di archi, di cori… e lo facevo però solo nella mia testa. Poi quando ho cominciato a frequentare alcuni posti si sono concretizzate delle cose. Nella fattispecie, per Lorenzo e gli altri fiatisti, è successo tramite un amico in comune che mi portava spesso allo “Sghetto”, che è un localino di Bologna dove fanno delle improvvisazioni soul, jazz, funk. Li ho visti lì, ed è stata una folgorazione! Quindi ho approfittato subito per dirgli: “ascoltatevi due provini e facciamo un disco insieme!”. Chiaramente te la sto sintetizzando, però più o meno è andata così, li ho ascoltati in una jam session e mi son piaciuti un sacco.

Quindi tu il sound del disco ce l’avevi già in testa quando hai cominciato a scrivere?

Sì. Però non mi voglio prendere io tutti i meriti, perché altrimenti faccio come Giuliano Sangiorgi… no, non Giuliano… come si chiama? (si ferma a riflettere chiedendo aiuto con lo sguardo, ndr)

Giuliano Sangiorgi, il cantante dei Negramaro?

Sì, sì, lui! Diceva “Io, Negramaro” (ridiamo, ndr)! Dai, scherzi a parte, chiaramente io gli ho dato delle linee, mi son divertito a casa a scrivere le partiture per i fiati, per gli archi, per i cori… ho dato loro delle grandi linee e poi una volta che ci siam visti insieme loro hanno iniziato da quella scrittura e io gli ho dato carta bianca. Gli ho detto “voi siete una bomba di musicisti, partite da queste linee e da qui in poi improvvisiamo!”. In studio abbiamo improvvisato tanto e, alle volte, facevamo una/due take ed era già tutto apposto perché c’eravamo capiti. Quella è stata la cosa più importante, c’eravamo afferrati proprio dal punto di vista energetico, non so come dirti.

Beh sì, si percepisce questa chimica. E trattandosi di arrangiamenti molto corposi è stato un lavoro difficile pensarli successivamente per i live?

È stato difficile, sì. Però c’erano le teste giuste, che delle volte valgono molto più delle mani giuste. Esistono grandi musicisti che in due minuti imparano tutto quello che devono fare, però poi magari non c’è quell’interplay, quella connessione. Invece tra di noi c’era una connessione già dal punto di vista umano che era fortissima, ormai dopo quattro mesi sempre nel casolare insieme eravamo diventati molto legati e connessi tra di noi. Una volta in studio le difficoltà sono state superate soprattutto con la testa. Le mani, ad un certo punto è meccanica, vanno da sole. Ma l’importante è che ci sia connessione.

Se parliamo di connessione mi viene subito in mente “Take Me Home”, che ha questi cori, ha una coda strumentale che è bellissima, ci sono questi rintocchi molto potenti, un finale un po’ alla Morricone… come l’avete sviluppato questo brano?

È nata che io volevo fare questa canzone che sembrasse quasi un pastorale, quasi una canzone natalizia. La prima parte è quasi tutta così, no?

Sì, molto alla Nick Cave.

Esatto, volevo dare l’enfasi, in stile classicone molto rassicurante, con questo mantra nel testo: “Portami a casa, portami a casa”, quasi ad infondere un senso di sicurezza in chi ascolta, ma anche a noi stessi. Però mi serviva un colpo di scena, perché il testo poi non parla di qualcosa di confortevole e di confortante. Ho sentito la necessità di cambiare registro, per dare il vero significato alla canzone. È una canzone che, mentre è in una pace serafica, fa esplodere una tempesta all’interno delle mura casalinghe. Quella è la vera chiave per capire la canzone.

Molto bella anche la storia che c’è dietro la canzone e che hai raccontato sui social. L’incontro con questa comunità ha in qualche modo indirizzato il sound di Midnight Again?

(presentando il singolo Take Me Home, Enzo ha raccontato sulle sue pagine social l’incontro con una comunità africana che utilizzava la loro stessa sala prove per delle funzioni religiose, ndr)

Assolutamente, ha aperto tantissimo lo spettro. Io avevo già l’idea di marcare molto su questo tipo di influenze e di solito i cori li gestiamo da noi, abbiamo sempre fatto tanti cori ma è normale che utilizzando sempre le nostre voci la soluzione sarebbe stata simile a quella che abbiamo utilizzato già in passato. Quindi, una volta che ho avuto la casualità di incontrare queste persone, che condividevano tra l’altro la sala prove con noi, ho detto: “non me la posso perdere questa occasione!”

Un incontro fortunato.

Un incontro davvero fortunato e, quando abbiamo fatto la prima prova insieme, sembrava che fosse quasi una sorta di miracolo. Perché loro andavano benissimo dall’inizio, erano già dentro le canzoni anche non essendo delle professioniste. Tu pensa che una delle coriste aveva tredici anni, un’altra diciotto, e semplicemente loro facevano delle funzioni religiose. Ci siamo messi insieme a provare un pochino, in coda alle loro funzioni e doveva essere solo un pezzo, solo “Take me home”, poi abbiamo cominciato a provare insieme e abbiamo detto: “ok, i cori li fate voi!”

Nel video di “Goodbye Day” è evidente il feeling!

Non ci sono tutte purtroppo però, perché non erano tutte disponibili a fare il video per motivi di impegni, una delle ragazze lavorava…

Magari ci sarà l’occasione di vederle tutte su un palco con voi?

Io spero proprio di sì, ho un progetto… non voglio parlarne troppo presto, anche un po’ per scaramanzia. Però ho un progetto, che se riesce sarà proprio bello. Mi piacerebbe vedere tutti insieme.

Invece ho visto che nel video di “Life Stars Tomorrow” sei tu il regista… 

Hai visto? (lo dice in tono scherzoso, ridendo, ndr) Sì, mi sono divertito!

Raccontami un po’ com’è andata!

È andata che all’inizio non avevo pensato di fare un videoclip, di realizzarne uno, chiaramente perché non ne ho le competenze. Però volevo creare una sorta di loop da utilizzare successivamente. Alcuni gruppi oggi fan così, piuttosto che un videoclip con uno storyboard e tutto quanto, utilizzano un’immagine che si ripete e per caricarla si usano questi, credo si chiamino, Canvas: sulle piattaforme, dove per non mettere solo l’audio, si può mettere anche il video. Io volevo questo loop, e cercavo un volto che trasmettesse tensione o comunque trasmettesse qualcosa di difficile da captare. Per cui mi son messo a fare una ricerca di volti in questi archivi video…

Archivi video di cosa? Dove li hai trovati?

Si trovano online, ci sono a pagamento. Tu selezioni delle clip, chiaramente se la prendi troppo lunga alla fine ti costa quanto un colossal (ride, ndr)! Quindi ho preso tutte queste immagini e ho cominciato a montarle sul pezzo, per vedere che effetto facessero sulla canzone. E poi ho capito che l’effetto invece lo facevano in sequenza. Soprattutto questi personaggi molto diversi fra di loro, con atteggiamenti molto diversi: c’è chi è triste, chi è arrabbiato, chi è sexy, varie etnie…

Ci siete voi…

Ci siamo noi sì, anche per renderlo più videoclip. E’ interpuntato da noi e ho visto che quella roba funzionava benissimo. A quel punto ho detto: “sai che c’è? Ci provo. Alla peggio mi son divertito a fare questo tentativo. E quindi ci ho lavorato, ho lavorato tanto sul montaggio e quando poi l’ho fatto vedere agli altri, erano straconvinti che fosse figo. L’unico aiuto che abbiamo avuto è stata la color correction finale perché, essendo stati presi da tante sorgenti diverse, abbiamo uniformato un po’ la fotografia in modo che non risultasse troppo frammentato, che risultasse più fluido.

Il risultato è bellissimo. Senza nulla togliere a “Goodbye Day” ovviamente, bello anche quel video, che risulta un po’ western…

Sì, sì, perché lì dove abbiamo registrato il disco sembra di stare in una di quelle lande desolate americane!

È la prima volta che registrate in questo studio a Bologna (il Vacuum Studio, ndr), giusto?

Sì, a Bologna abbiamo fatto parecchi dischi ma in altri luoghi più tipicamente studio: il classico studio con le insonorizzazioni, un po’ più asettico, più freddo… senza nulla togliere alla bellezza degli studi classici, però questo è molto diverso. È un casolare sperduto in campagna alle spalle del carcere della Dozza, che è un monolitico gigante. Ci sono tutti i campi della pianura intorno e questo casolare perso in mezzo al nulla. Sembrava veramente di essere, che so, nell’Ohio. Al regista, quando ha visto la location, è scoccata la scintilla e ha voluto enfatizzare questo aspetto.

Parlando dei testi, come raccontavi prima, la base di partenza è molto personale. Ci sono delle immagini molto forti, riesci a dare vita a dei veri e propri personaggi: c’è l’ossessivo compulsivo che battezza i granelli di polvere con i nomi dei Beatles, l’eroe disperso, ci sono post sbronza, funerali… è un connubio di anime perse.

Più o meno, sì. Forse sono più capace a scrivere le canzoni che a raccontare i testi. Una base di vissuto c’è in tutto quello che leggi, che ascolti. Tutto viene da un vissuto personale che io poi rielaboro attraverso l’immaginazione, meno in forma di cronaca diciamo. Però ad esempio, anche per “OCD Lullaby”, dato che io soffro di DOC (disturbo ossessivo compulsivo, ndr), sono partito da quel concetto lì. Poi mi sono divertito ad inventare cose, ci ho giocato sù.

Quindi sei tu che dai i nomi ai granelli di polvere?

Esatto… (ridiamo, ndr)!

 

Allora sei anche un tifoso di calcio…

Sono un tifoso, seguo il calcio, sì… hai beccato la citazione del Liverpool?

(parla di “Life Stars Tomorrow”, dove nel testo si fa riferimento ad una canzone diventata un inno per i tifosi del Liverpool, “Yo’ull never walk alone”, ndr)

 

Sì, mi ha fatto sorridere perché nel disco troviamo Johnny Cash, Nick Cave, che in queste ambientazioni qua sono un po’ a casa loro; quando invece ho sentito questo riferimento calcistico mi ha fatto un po’ drizzare le orecchie, non me lo aspettavo in quel contesto.

Ogni tanto, quando scrivo i testi, mi piace creare questi diversivi improvvisi con citazioni, oppure dei nomi tirati dentro a caso che accendono una scintilla all’interno della canzone… perché è chiaro che se tu stai ascoltando una canzone che non conosci e senti nominare Johnny Cash, Nick Cave, pensi: “cazzo, ha detto Nick Cave, ha detto Johnny Cash!”. Vedi, tu hai pensato: “perché ha detto you’ll never walk alone?” (ride, ndr) ed è esattamente quello che voglio, quando scrivo.

 Per chiudere, vi ritroviamo questa estate live?

Assolutamente. Queste erano le prime cinque date di presentazione ma ci sarà un lungo tour che a breve annunceremo, ci sono fortunatamente un bel po’ di richieste, noi abbiamo voglia di girare e quindi…

… quindi ci rivediamo sicuramente (ridiamo, ndr)!

Stravolentieri!

Enzo, sei stato gentilissimo, ti lascio andare.

Ma figurati, è stato un piacere. Tu ci sarai stasera?

Eh certo, sono venuta apposta (ridiamo, ndr)!

 

 

Live Setlist

Wake me up

Welcome to Babylon

Goodbye Day

Miss U

Midnight Gospel

Our Souls

Life stars tomorrow

My heroes are all dead

Invisible

Hallelujah

Take me home

Look in your eyes

Encore

Midnight revolution

Celentano

Powder of words

Lub Dub

Autore:

Alessandra Sandroni