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La manipolazione sonora e il grande cinema si incontrano in Metropolis. Intervista a Xabier Iriondo.

Non è certo un segreto la passione per le pellicole di Karim QqruXabier Iriondo e Corrado Nuccini che, ormai da anni, collaborano insieme in progetti musicali che danno sfogo alla loro anima cinefila. L’anno passato hanno deciso di unire le forze con Roberta Sammarelli, che figurava tra i tutor nel 2024 del progetto Soundtrack – Musica da film, che vede la direzione artistica dello stesso Nuccini.

I quattro musicisti insieme hanno dato vita ad una personale sonorizzazione di Metropolis, il capolavoro di Fritz Lang (1927), in seguito alla quale, nel settembre scorso, è uscito un disco via Overdive che hanno portato in giro per lo stivale toccando diversi club, cinema e teatri e destando non poco interesse nel pubblico che ha partecipato con entusiasmo, riempiendo le sale.

 

 

Nel mese di marzo i quattro musicisti hanno annunciato sei nuove date che li vedranno, ancora insieme, mettersi a servizio della pellicola con la loro musica, per sottolineare ed esaltare emozioni e stati d’animo che caratterizzano questo grande classico della storia del cinema. Abbiamo avuto l’occasione di parlarne con Xabier Iriondo, cultore della sperimentazione e manipolazione sonora, appena tornato dal tour che lo ha visto negli Stati Uniti con i Buñuel, band di cui fa parte da ormai una decina di anni, che ci ha raccontato molto della fase creativa e realizzativa che ha portato alla nascita di questo stimolante e ambizioso progetto.

 


 

Ciao Xabier, innanzitutto bentornato in Italia! Come stai?

Io sto bene, grazie. È stata una bellissima esperienza e prendere aria fuori da questo Paese permette sempre di rivederlo anche sotto un’altra luce.

Diciamo che vi siete ritrovati negli Stati Uniti in un momento direi molto delicato.

Sì, beh, diciamo che quando ci sono i momenti di difficoltà nelle singole nazioni o continenti l’immaginario è che non bisogna frequentare quei luoghi, che bisogna starvi lontani. Ma io credo che lo scopo, o uno degli scopi anche, degli operatori culturali – essendo io poi un artista che trasmette con la musica emozioni, parole, suoni, per anche portare a dei cambiamenti, a delle riflessioni – sia anche quasi un imperativo raggiungere quei luoghi quando sono in una sorta anche di difficoltà. Nello specifico per me aver toccato con mano sia nell’estate scorsa che poche settimane fa la situazione e questa stagione degli Stati Uniti con una profondità che, ovviamente, la stampa qui da noi non riesce a portare, è qualcosa di importante. Innanzitutto che mi ha arricchito e mi ha fatto comprendere che cosa realmente sta succedendo e, poi, anche di vedere qual è la reazione che, invece, da noi non arriva se non attraverso le fotografie o i video delle grandi manifestazioni a Minneapolis dopo gli omicidi in strada. E, invece, c’è un qualcosa che si sta muovendo in maniera precisa ed evidente nel quotidiano un po’ in tutte le persone negli Stati Uniti. E l’averla toccata, per me almeno, è stata un’esperienza e una possibilità speciale. Sono grato per questa opportunità che ho avuto.

Specifico per chi non lo sapesse che stiamo parlando del tour appena concluso con i Buñuel, band di cui fai parte ormai da diversi anni e con cui, per la seconda volta, siete stati in tour negli States.

Band di cui faccio parte da dieci anni, sì. Abbiamo un visto lavorativo negli Stati Uniti fino al 2028 e quindi questa pratica continueremo a mantenerla con forza, anche con il disco nuovo che uscirà nell’autunno di quest’anno e nell’anno seguente, nel 2027, faremo un nuovo tour.

Non vedo l’ora di ascoltarlo. Band che, per venire a noi, prende il suo nome dal regista spagnolo, Luis Buñuel. Il cinema è un elemento costante e sempre presente nella tua vita, anche artistica.

Lo è sempre stato. Sin da quando ero un bambino, sin da quando ero un fanciullo e nello specifico rispetto all’arte e alla mia professione, diciamo che gli stimoli che arrivano dal cinema sono presenti anche in moltissimi dei progetti che, soprattutto negli ultimi trent’anni, ho sviluppato. Quindi con A Short Apnea o Uncode Duello o altri progetti che ho avuto, c’è stata una fortissima fascinazione del cinema di Pasolini piuttosto che del cinema di Jodorowsky. Nello specifico ho sonorizzato una pellicola di Paradžanov con un trio che si chiama Mistaking Monks, ho lavorato tanto anche su Herzog. Quindi diciamo che c’è sempre stata una fascinazione per le immagini, per il cinema e, non ultimo, grazie all’aiuto, al supporto e alla spinta anche di Corrado Nuccini ormai svariati anni fa. Avevo già fatto delle esperienze, però ho iniziato con lui a sonorizzare delle pellicole mute.

Ricordo La Passione di Giovanna D’Arco che avete sonorizzato insieme.

Sì, La Passione di Giovanna d’Arco è stata un’esperienza, il lavoro fatto al Centro Professione Musica di Modena mi ha permesso poi di lavorare anche con tanti giovani artisti e di scrivere delle partiture per sonorizzare svariate pellicole e poi, non ultimo, dopo l’esperienza avuta con Corrado e Karim su Nosferatu di Murnau abbiamo deciso, circa un anno fa, di mettere in piedi questa, a mio parere, davvero completa e magnifica sonorizzazione del Metropolis di Fritz Lang con l’aiuto, oltre che di Karim Qqru degli Zen Circus e Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò, di Roberta ex Verdena, ora SI! BOOM! VOILA’! con la quale secondo me abbiamo sviluppato qualcosa di intrigante, bello, completo, rispetto anche ai nostri percorsi personali. Soprattutto perché ha potuto dare frutto anche a un lavoro discografico, un disco che è uscito per Overdrive a settembre dello scorso anno.

Quindi possiamo dire che è stato Corrado il vostro collante. Perché poi con Soundtracks – Musica da Film avete collaborato tutti e quattro.

Sì, esatto. Diciamo che Corrado è stato un pochino la spinta. Anni fa feci un primo Soundtracks, tantissimi anni fa, e da lì venne a lui l’idea di metterci insieme a musicare qualcosa. Da lì siamo partiti con la Giovanna e, poi, diciamo che non ci siamo più fermati (ride)!

E io vi auguro di proseguire su questa strada ancora a lungo!

È nei nostri pensieri!

Ti ricordi quando è stata la primissima volta in cui hai sonorizzato un film?

Allora, la prima volta nella quale ho sonorizzato un film è stata nei primi anni 2000, quindi un venticinque anni fa circa quando ho avuto l’opportunità, con i miei strumenti preparati, di sonorizzare dei film di animazione. Nello specifico erano dei filmati dei Quay Brothers, in un piccolo locale all’epoca del mio quartiere, l’Isola a Milano, che poi si è trasferito nella zona sud, che è il Biko, ma all’epoca avevano uno spazio qua e mi proposero di sonorizzare e fu davvero entusiasmante! Innanzitutto confrontarmi con immagini mute ma, soprattutto, con questi strumenti preparati è interessante capire che cosa può venire fuori sotto il profilo delle texture ambientali, quindi dei paesaggi sonori che costruivo attorno alle immagini e anche di accenni melodici e ritmici. E mi entusiasmò tantissimo. Una cosa completamente diversa dalle improvvisazioni o dallo scrivere musica. E, insomma, non mi sono mai più fermato.

Mi racconti nello specifico cosa intendi quando parli di “strumenti preparati”?

Circa venticinque, trent’anni fa ho iniziato a trasformare le chitarre e a suonarle orizzontalmente, da una serie di passaggi legati a preparare gli strumenti come John Cage preparava i pianoforti. Quindi, inserendo nelle corde oggetti di metallo, di plastica, di legno, di qualsiasi natura e utilizzando degli utensili per suonare gli strumenti. E poi sono passato a sviluppare dei progetti per costruire degli strumenti, dei cordofoni, che potessero adempiere a questo compito in maniera più ampia. Nel 2005 ho ideato un cordofono che si chiama mahai metak che è lo strumento principale che uso sia nei miei concerti in solo sia, e soprattutto, nelle sonorizzazioni o quando improvviso magari con altri artisti nell’ambito dedicato alla musica libera, alla free form. Sono delle specie di chitarre da tavolo, molto più piccole, dove non c’è più il manico, sono tipo dei taglieri pieni di magneti, di elettronica, con tante, tante corde con le quali sviluppo e creo delle texture particolari.

 

 

Vederti suonare il mahai metak è senz’altro un’esperienza divertentissima ed è molto interessante questo racconto di come sei arrivato all’ideazione di questo strumento che, se non sbaglio, hai progettato insieme a Martino Lunardelli.

Sì esatto. Guarda, con il progetto A Short Apnea iniziammo io, Fabio Magistrali e Paolo Cantù a lavorare proprio sull’elaborazione e la preparazione delle chitarre. Usavamo chitarre, bassi elettrici, ne usavamo quasi sei in contemporanea, quindi avevamo proprio delle partiture scritte. Diciamo che il viaggio è iniziato così e poi si è ampliato.

Parlando di strumenti, per quanto concerne l’aspetto creativo dev’essere un’esperienza molto stimolante sonorizzare un film come Metropolis. Avevate già in mente la scelta del tipo di strumentazione da utilizzare quando avete cominciato?

Prima ancora di trovarci quello che ho posto all’attenzione degli altri era che avevamo l’opportunità di rivedere, o comunque vedere, noi stessi sotto una nuova luce. Quindi non Xabier il chitarrista rocchettaro piuttosto che Roberta la bassista che batte la testa (La battuta si riferisce ovviamente all’immancabile headbanging della bassista durante i live, ndr)! Abbiamo cercato di capire innanzitutto quali erano i desideri di ognuno di noi, ci siamo confrontati e abbiamo deciso di ampliare le nostre palette timbriche e sonore. Nello specifico, Karim si è occupato di batterie e percussioni ma anche di sintetizzatori lo-fi, di batterie elettroniche lo-fi, di cose un po’ particolari e bizzarre che lui solitamente nei gruppi nei quali suona non utilizza. Roberta, oltre a portare il basso elettrico ha portato i sintetizzatori, suona tanto il synth in tutta la sonorizzazione, Corrado ha portato la chitarra elettrica e tutta una serie di macchinette, scatolette varie con timbri anche inediti che non aveva utilizzato in passato in altre sonorizzazioni, e anche il sintetizzatore. E io ho portato due cordofoni, il mahai metak di cui parlavamo e il taishōgoto che è uno strumento di origine giapponese dei primi del Novecento. Quindi niente chitarra elettrica, ho messo le mani avanti, ho detto a Corrado: “fai tutto tu su quella parte!” (ride). E questo mi ha permesso di lavorare tantissimo sulle texture ambientali, sui paesaggi sonori o di avere momenti quasi solisti nei quali sviluppare timbri e tipologie inusuali.

Nell’esibizione live seguite le partiture del disco?

Tutto scritto. Non c’è improvvisazione. Diciamo che questo metodo a me è sempre piaciuto tanto, l’ho adottato in tante formazioni, in tanti gruppi. Cioè, si improvvisa prima, si costruisce quindi il telaio e si scrive diciamo la partitura attraverso l’improvvisazione, l’istant composing. Se ne discute e, una volta che viene strutturata, diventa scritta e la si esegue. Ovviamente abbiamo una serie di paletti strutturali nei quali i temi, a valanga, scivolano uno dopo l’altro, i cambi anche dinamici o emotivi che suggeriamo all’ascoltatore, al fruitore, sono bilanciati rispetto a quello che immaginavamo e che potevamo dare in ogni singolo momento e nel susseguirsi di un momento dopo l’altro.

In un momento in cui il cinema sta vivendo un momento piuttosto buio la risposta e la partecipazione che avete avuto allo spettacolo è stata confortante. Avete avuto, in fase di progettazione, il timore invece che potesse esserci poco interesse verso una proposta di questo tipo?

Ti dico il mio pensiero, io ho invece immaginato che questo potesse essere uno stimolo ulteriore. Cioè, in un momento nel quale la fruizione delle pellicole non è più nel cinema, o nel cinema come io l’ho vissuto tanti anni fa, ci ha posto il quesito: cosa andiamo a fare? Cosa andiamo a proporre? E, forse, è stato un bene immaginare di portare una pellicola muta ma molto famosa, molto conosciuta, con degli artisti mediamente conosciuti in questo Paese. Abbiamo fatto questa cosa perché ci andava di farla ma anche perché forse ce n’è un bisogno. Questa pellicola è stata sonorizzata tantissime volte da tantissime persone anche in Italia, ma noi qui, in maniera continuativa, quasi come fossimo un gruppo, un quartetto solido, continuiamo a portarla in giro nei teatri e nei cinema, anche per portare ad un risveglio rispetto ad una certa sensibilità che il cinema – e il cinema muto in particolare, non essendoci la parola che svela tutto – possono dare. Questo secondo me è un elemento importante anche per tornare a sentire quella magia straordinaria che è dello stare in una sala, davanti ad un grande schermo, tutti insieme. Che è quello che, in realtà, il cinema fa.

 

 

ph. Roberto Angelini

 

Quindi la scelta di questo film in particolare, Metropolis, è stata anche dettata anche da questo? 

È stato un processo collettivo, abbiamo cercato di immaginare innanzitutto una pellicola che fosse proprio un masterpiece, quindi qualcosa di molto conosciuto e anche rappresentativo di quel cinema, del cinema muto. E la pellicola più blasonata, ma anche più sonorizzata forse della storia del cinema muto, è proprio Metropolis. Quindi sapevamo che potevamo finire in un cespuglio diciamo un po’ urticante e rischioso, ma abbiamo deciso di affrontare questa sfida. La nostra sonorizzazione sicuramente sarà diversa da quella di Mills piuttosto che di Moroder o di tantissimi altri che l’hanno sonorizzato. Vediamo dove arriviamo. Ci siamo tuffati a capofitto in un pomeriggio di improvvisazioni, dove ognuno di noi ha portato anche dei temi musicali o dei pattern ritmici o quello che erano, e abbiamo sviluppato questo percorso. Abbiamo editato la pellicola perché non ritenevamo che potesse essere fruibile per tutti nella sua lunghezza originaria, quindi ci siamo permessi anche un edit della stessa.

Quindi lo avete tagliato? Nella versione originale ha una durata di due ore e mezza mi pare.

Abbiamo fatto dei tagli sì, però non sconvolgendo la trama e, quindi, arrivando alla misura di un’ora e dieci minuti. Abbiamo realizzato quindi questa sonorizzazione, poi siamo partiti con il primo spettacolo in teatro, e poi siamo andati avanti. Vediamo che cosa nei prossimi mesi potrà sorgere, anche perché il prossimo anno è il centenario di Metropolis e potrebbe essere anche un’occasione interessante per continuare a proporre questa sonorizzazione che fino ad ora abbiamo portato in alcuni teatri, club, cinema. Credo che possa essere uno spettacolo da portare ancora in giro, perché è molto fruibile e anche coloro che l’hanno già visto lo rivedono volentieri e lo risentono e rivedono come nuovo ogni volta. E poi, soprattutto, c’è tantissima gente che non ha mai visto questa pellicola e secondo me merita assolutamente di essere vista. Anche perché cento anni fa è stata immaginata da Fritz Lang, ambientata in questo anno, nell’anno che andremo a vivere, quindi nel nostro contemporaneo. È molto interessante capire e vedere come nella Germania hitleriana si stava sviluppando un pensiero rispetto al potere, alla manipolazione delle masse e al controllo delle stesse cento anni dopo.

Descrizione delle masse di Lang che altro non fa che corroborare la tesi di Walter Lippmann che, qualche anno prima, aveva paragonato il grande pubblico a un gregge disorientato e incapace di gestire il proprio destino. C’è infatti una chiave di lettura secondo cui Metropolis sarebbe un film fatto dall’elite per l’elite perché, in fin dei conti, affronta le preoccupazioni di chi governa suggerendo una soluzione finale che mantenga lo status quo. 

Sì, concordo con questa visione, c’è questa stretta di mano finale nella quale il potere costituito trova l’accordo con le masse, con la lotta, con la rivoluzione, perché è l’amore che mutua un po’ tutto, no? Ovviamente è un colossal, all’epoca vennero spesi dei capitali davvero importantissimi e, quando si muovono queste forme di investimento, è ovvio che in una certa misura ci sia anche un modo per pilotare tutto ciò in un verso. E il verso, ovviamente, è la visione del potere, la visione dei potenti che cercano di immaginare cosa potrebbe accadere, anche trovando una conclusione diciamo benevola al tutto, no?

Sì, ed è un film che suggerisce molte riflessioni tanto che, nell’universo musicale, moltissimi personaggi, soprattutto dagli anni ’80 in poi, hanno iniziato a inserire all’interno dei propri lavori riferimenti a Metropolis. Pensiamo a Freddie Mercury in “Radio Gaga”, il cui volto si sovrappone a quello di Maria, all’androide che ha ispirato Beyonce, Kylie Minogue, Lady Gaga, o a Madonna che si ispira alla scena delle danze erotiche per il video di “Material Girls”. Maria e l’androide sono sicuramente i personaggi che più hanno colpito l’immaginario comune. Qual è il personaggio che a te personalmente ha colpito di più?

Innanzitutto, sai, la versione di Maria androide, Maria robot, è un esordio, nel senso che prima una figura del genere nel cinema non c’era mai stata. Quindi come in tutte le cose primordiali e primitive, poi segnano il passo e tutti si appellano – o comunque fanno riferimento – ad esse, e così è stato. La figura di Maria è senza ombra di dubbio quella che mi ha colpito e che ancora adesso mi colpisce di più, perché è una figura molto complessa, una figura molto articolata. Da una parte il muovere le masse e avere questa specie di dono di comunicazione fortissima, dall’altra il desiderio e la storia d’amore, e poi la trasformazione e queste sembianze che il robot prende di Maria. E questa nuova Maria che arriva, la Maria robotica che è una rivoluzionaria come non lo era mai stata prima e che, a questo punto della storia, è una Maria fortissima, con un desiderio e una rabbia gigantesca di cambiamento che, in realtà, è soltanto un cambiamento pilotato. Mi sembra molto interessante e intrigante la figura della Maria pre androide e, poi, androide. È una figura molto, molto complessa, in un film abbastanza complesso ma, allo stesso tempo, anche semplice per i temi che poi sono diventati così universali e trattati anche in tantissimi altri film.

Xabier, ti ringrazio davvero tanto di questa chiacchierata. Invitiamo tutti a venirvi a vedere ai prossimi spettacoli in programma che, in questo mese di marzo, sono sei.

Sì, se posso li ricorderei tutti. Vi aspettiamo in queste nuove date che saranno il 7 marzo al Teatro Politeama di Tolentino in provincia di Macerata, il 19 marzo a Milano al Cinema Colosseo, il 23 marzo a Correggio (Reggio Emilia) al Cinepiù e poi tripletta nella quale faremo il Bronson a Ravenna il 27, Trieste al Teatro Miela il 28 e, infine, al Teatro Candiani a Mestre il 29 marzo. Non perdete questi appuntamenti! So che molti biglietti sono già andati, quindi se avete l’opportunità o l’occasione non sarebbe male prenderli in prevendita! Ciao e grazie mille a te!

 

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Credits foto di copertina: Alberto Mori

Immagine che rappresenta l'autore: Alessandra Sandroni

Autore:

Alessandra Sandroni