Ci sono modi di scrivere che lasciano il segno per le varie forme che riescono a prendere, ci sono voci che cuciono temi aventi forme di pilastri, importanti basi di pensiero dal potere comunicativo evidente. Ci troviamo immersi nella cornice di Largo Venue ed è palpabile la sensazione di attendere un live in cui andremo ad ascoltare qualcosa che cerca di andare oltre la superficie classica musicale, stiamo per assistere ad un dialogo dilagante, intimo e spesso reso difficile dal frastuono del tempo. I Sanlevigo: Matteo Lambertucci (voce, chitarra), Emanuele Campanella (chitarra), Lorenzo Imperi (Basso), Mattia Leoni (batteria) si preparano a chiudere in questa ultima data l’esposizione del loro secondo LP Spettri, titolo che racconta da sé il principale tema e lascia tra le nostre fauci un sapore dolce amaro che andrà a delinearsi lungo la scaletta preparata appositamente per questa chiusura, per questo ultimo abbraccio, lasciando sicuramente alla band romana il tempo di raccontarsi nuovamente in altre sfumature dal peso sociale e dalla critica tagliente.
Per aprire al meglio questo dialogo i Sanlevigo decidono di portare alla nostra attenzione un trio che ha il sapore di un sound che vuole crescere abbattendo barriere e riconcigliando un gusto alternative alle sonorità testuali italiane, parliamo dei Colle Luna, band di Tivoli formata da Riccardo Voci (chitarra e voce), Ginevra Righini (batteria) e Alice Fratini (basso). Salendo sul palco si nota immediatamente la concentrazione assoluta dei componenti, Riccardo saluta dolcemente il pubblico e lo scaraventa immediatamente nel flusso di chitarra del brano “Nilo”; i componenti si osservano, danzano e hanno la capacità di sciogliersi immediatamente avanti a noi seguendo perfettamente una sezione ritmica che avvolge in maniera accattivante l’ambiente. La giovane band ci regala anche l’ascolto di brani futuri che verranno: “Leggero”, “Mezza Luna” e “Coda di elefante”, dove traspare l’intenzione di evolvere rimanendo fedeli e coerenti alla sperimentazione delle loro sonorità. C’è un’intimità unica nel loro legame che sa di verità ed esplode perfettamente in ciò che visivamente e sonoricamente riescono a comunicarci live: groove ipnotici, distorsioni calibrate al millesimo, un basso che non ti lascia più andare via e una voce potente, romantica e vera.

Arriva così, dopo la splendida sorpresa dei Colle Luna, il momento principale della serata di Largo Venue: i Sanlevigo. Le luci si spengono e lo stage prende la forma di un set ibrido che ci lascia presumere la radice elettronica oltre che classica della band, una voce registrata s’innalza e presenta la serata: “Benvenuti al concerto di elettronica post-punk dei Sanlevigo”. Il silenzio lascia spazio alla carica immensa del primo brano “Spartisci la folla”, il basso accompagna immediatamente le nostre orecchie e i nostri fianchi nella sfera post-punk intima, cupa e piena di energia. La voce di Matteo Lambertucci rapisce immediatamente l’ambiente, ci scaraventa in un contesto chiaro dandoci letteralmente gli strumenti per poi comprendere il cammino di tutto il live set. Potenti e carismatici, continuano con “Idoli” che viene esposto con un’intimità disarmante. Lambertucci racconta perfettamente la disillusione di una collettività oramai divorata dalla propaganda sociale e dalla promessa di un progresso che ci divora, tutto ritorna potente nelle sonorità espresse dalle chitarre viscerali e ripetitive che seguono in maniera incantevole tutto il climax del brano, un tappeto elettronico si appoggia ad un groove curato di Mattia Leoni che s’incastra ad ogni frase e dona la sensazione di voler rincorrere, scappare da ciò che ci viene descritto. Segue successivamente in scaletta “Piccoli Cannibali” che completa un trio di canzoni capace di descrivere pienamente la volontà dei Sanlevigo di accendere domande negli ascoltatori, il basso di Lorenzo Imperi predispone un tema caldo e avvolgente dimensionalmente super post punk, i ritmi serrati inducono al ballo, continua la rincorsa metafisica e il sound cupo lascia molto spazio all’intrigo della chitarra di Emanuele Campanella donando eleganza, malinconia ma allo stesso tempo una speranza che non vuole morire. Finale da brividi con le loro tre voci che s’incrociano potenti e arrivano diretti al messaggio.
Tra i momenti più catartici, arriva l’esecuzione del brano “Nuova cenere”: è qui che personalmente ho percepito un livello onirico davvero devastante, la voce di Matteo Lambertucci assume una chiave sognante, avvolge l’intero ambiente ponendo sulla pelle una soggettività piena di cicatrici, di fragilità e la volontà di esprimere un amore che non avrà mai una risposta. Raggiungiamo un livello di intimità pieno di spessore, la band sembra entrare in un dialogo con i loro sentimenti più reconditi, le luci si appoggiano su synth ben calibrati che non vanno mai a sovrastare la reale struttura del gruppo ma donano un carattere fortemente dark pur brillando di luce; un brano struggente che ci fa capire che oltre il carattere già dimostrato c’è un lato ferito, dolce, disilluso che a tratti ha il sapore di una resistenza infinita.

Spazio anche alla fusione del loro sound con un’elettronica avvolgente nei brani “Monotonia” e “Doppelganger” che contestualizzano la frase iniziale con cui hanno aperto il live: si entra nelle porte dell’intrigo, un unione capace di regalarci immagini nitide e piene di un’ambiguità cinematografica (da notare le immagini di twin peaks dedite a contestualizzare l’intera sonorità presentata), usano il loro set ibrido in maniera sublime, s’intrecciano con caparbietà e mostrano il lato di contaminazione che hanno avuto sicuramente da realtà come i Kraftwerk e una dose di industrial techno. I Sanlevigo tornano indietro e ci regalano due esecuzioni di totale magia: Matteo, Emanuele e Lorenzo si destreggiano tra chitarra, basso e synth, riprendono in mano due brani come “L’evasione, il ritorno” ed “Annegare nel tempo” racchiusi nel loro EP Eterociclico Vol 1, torna il dialogo con sé stessi e una disillusione del mondo e dei rapporti che ti lascia spezzato, probabilmente con il fine ultimo di farci percepire quel vuoto che hanno riempito con suoni elettronici e groove ipnotici.
Siamo arrivati quasi alla fine, Matteo Lambertucci prende posizione avanti al suo set elettronico e si lascia andare ad una fragilissima esecuzione di “Qualcuno d’importante”, riesce a farci percepire interamente il momento di assoluta vulnerabilità che ha caratterizzato la scrittura del brano; non c’è nulla, si innalza solo la sua voce calibrata dall’elettronica e il racconto struggente che caratterizza il brano, a tratti uno sfogo con il pubblico, mettendo nuovamente in evidenza la ricerca di una sensazione che non sappia di plastica, di vuoto.
“Cristalli” anche ci afferra per le costole, cerca di stringerci nel senso di abbandono dopo anni di avvenimenti e storie che possono regalarti maturità nonostante l’inevitabile senso di dolore, è un tirare le somme verso i cambiamenti ricordando tutto ciò che ci si è lasciati indietro. La batteria di Mattia Leoni inesorabile accompagna con leggiadria le parole di Matteo, la chitarra di Campanella rapisce l’aria creando un vortice, un suono che riesce ad immedesimarsi in una pioggia interiore, è tutto perfettamente connesso, è il racconto intimo di un atto di consapevolezza che non ha giudizio.

Da questa data romana nella location di Largo Venue abbiamo evinto che i Sanlevigo hanno la necessita di rendere la musica un ponte di dialogo critico, ponendo e ponendosi domande generate da una filosofia personale ben chiara e decisamente matura. Sicuramente un live onirico, un’ode alle capacità umane oramai sempre più sopite tramite sonorità rimodernizzate e contaminazioni perfettamente calibrate in funzione del proprio messaggio.