Con il loro shoegaze padano il duo cremonese Satantango ci ha regalato uno degli esordi più interessanti della scena alternativa emergente. Tra la pioggia di Bologna e problemi di connessione ho avuto l’occasione parlare con Valentina e Gianmarco in una lunga e piacevole chiacchierata durante la quale abbiamo parlato del loro album, della vita di provincia e di tanto, tanto cinema.
A ottobre 2025 è stato conferito il premio Nobel per la letteratura a László Krasznahorkai, autore di Satantango. A gennaio 2026 scompare Bèla Tarr, regista del film tratto dal romanzo. Che sensazione vi ha fatto esordire con nome Satantango tra questi due eventi?
Valentina: È stato in qualche modo surreale ritrovarsi in questa situazione che coinvolge due autori che amiamo e da cui siamo ispirati.
Gianmarco: Esatto, sia i romanzi di Krasznahorkai che i film di Tarr ci hanno influenzato, nella loro descrizione della desolazione e delle campagne solitarie in cui abbiamo in qualche modo rivisto la provincia da cui veniamo.
E come vi fa sentire il fatto di essere probabilmente il motivo per cui nuove persone si affacceranno a questi nomi? Era in parte nelle vostre intenzioni?
V: Non direttamente, ma ci farebbe piacere che nuove persone scoprissero questi autori.
Dite che cinema, arte e letteratura vi ricollegano in qualche modo anche alla vostra provincia, la provincia che è un po’ la protagonista del vostro album. E il problema delle province in Italia è che mancano soprattutto gli spazi per potersi esprimere la propria arte. Com’è stato crescere in questi luoghi musicalmente sterili? Pensate che in qualche modo questo limite vi abbia fatto crescere? E soprattutto, come mai avete scelto di rimanere nella provincia?
V: Tutti gli ambienti hanno i loro pro e contro. Sicuramente nella nostra provincia ci sono meno possibilità, ma questo ti dà anche fame ed esperienze da raccontare. Questo ha influito anche sul nostro sentire e sulle tematiche dell’album.
G: Direi che siamo rimasti qui prima di tutto perché non siamo amanti della dimensione grande città. Siamo cresciuti in un paese molto piccolo, con una vita lenta e a tratti ancora agreste, con chilometri e chilometri di campi in ogni direzione. Questa cosa sicuramente ti segna, e quando ti ritrovi in una metropoli ti manca tantissimo casa. È un paesaggio anche cinematografico: d’inverno alla Satantango e in primavera/estate alla Chiamami col tuo nome, che non a caso è stato girato a un quarto d’ora da casa nostra.
Mi piace questa cosa del paesaggio double-face.
V: Sì, in primavera sarebbe perfetto per un disco dei Kings of Convenience.

Nel disco parlate molto della delusione di una generazione a cui era stato promesso il mondo e che si è ritrovata con niente in mano, con le briciole di futuro. Ma il disco in realtà non suona arrabbiato, è anzi molto dolce, molto malinconico. C’è della tristezza, ma non è arrabbiato. Non siete più arrabbiati?
V: Sicuramente siamo stati arrabbiati: nel disco c’è rabbia, ma razionalizzata. L’album è nato in tre anni, all’interno ci sono tante emozioni diverse: siamo arrivati a diventare un po’ esistenzialisti e a guardare le cose da fuori, come da uno schermo.
G: La nostra è una generazione arrabbiata, però totalmente inascoltata. Il nostro disco non offre soluzioni, prende atto di certe cose con disillusione ma, a tratti, anche con serena rassegnazione.
So che il vostro disco è composto perlopiù dai vostri provini, su cui poi avete sovra-inciso gli altri strumenti in fase di editing. Com’è stato il processo? E in questo lavoro quando avete capito che il disco era pronto e non c’era altro da aggiungere?
G: A livello di produzione abbiamo fatto tutto in casa e poi ri-registrato qualche batteria, ma in generale sapevamo che i provini avevano già quel qualcosa, quella magia del momento. C’era già quello che volevamo dire nel modo in cui volevamo dirlo – e poi una produzione troppo patinata non avrebbe rispecchiato l’anima del disco.
V: Per quanto invece riguarda la scrittura sapevamo già come strutturare il lavoro, con 9.11 come apertura dell’album e Cinema Tognazzi come chiusura. L’ultima che abbiamo scritto è stata Villa Alluvioni.
In un certo senso vi siete arresi alla vostra musica?
G: Sì, abbiamo riconosciuto che quello che c’era era già bello così, non serviva sovra-produrlo o aggiungere altre cose.
Dalla produzione DIY che avete fatto per lo più in-the-box ora portate il vostro disco in tour, come vivete il passaggio dallo studio al live? Un disco così stratificato e home-made come trova il suo spazio dal vivo?
V: È stato un processo abbastanza lungo, soprattutto per trovare un amalgama con i musicisti che ci accompagnano. Lo shoegaze è difficile da suonare live perché le voci sono cantate a basso volume, mentre sotto c’è parecchio fragore. Però siamo molto soddisfatti del risultato: in live emerge il vero muro di suono del disco, che travolge il pubblico.
Che rapporto avete con il vostro pubblico?
V: Molto bello. Raccontiamo delle esperienze che ha vissuto anche chi ci ascolta: è un po’ come confidarsi.
G: Ci fa molto piacere che arrivino feedback anche da persone geograficamente lontanissime dalla nostra quotidianità. Pur con le sue differenze, la vita di provincia si somiglia un po’ dappertutto, soprattutto per il senso di estraneità.

Ho letto che la centrale in copertina è stata ristrutturata recentemente e che vi dispiace questa cosa.
V: Molte canzoni del disco sono nate camminando su quella strada, eravamo affezionati a quell’alone di decadenza e abbandono… vederla ristrutturata in un certo senso ci dà dispiacere. Ho scattato la foto di copertina circa tre anni fa, appena prima che ristrutturassero la centrale.
Se fosse già stata ristrutturata avreste scelto qualcos’altro come copertina?
V: La copertina non poteva che essere quella.
G: Già agli albori del progetto Satantango, quando provavamo a inviare i primi demo, inviavamo già anche la copertina.
All’interno della scena musicale attuale che rapporto avete con gli altri emergenti con cui state lavorando? Sentite che c’è un senso di appartenenza tra gli emergenti?
V: Dischi Sotterranei ha creato una comunità di artisti incredibile, siamo felici di farne parte.
G: Devo dire che rispetto agli anni scorsi noto un cambiamento abbastanza netto: tantissimi emergenti vengono dalla provincia. Ognuno porta con sé le proprie radici e le racconta in modo specifico — e questo, secondo me, crea una sorta di comunanza trasversale. Penso a Merli Armisa, sempre in area Dischi Sotterranei, che ha quella stessa aura malinconica e nostalgica — declinata con un linguaggio tutto suo, certo, ma riconoscibile. È proprio questo il punto: sta crescendo una scena più provinciale, e la trovo molto interessante. Trovi artisti dal profondissimo nord come Merli Armisa, ma anche voci che vengono dal sud — penso a nomi già più affermati come Marco Castello, Daniela Pes, La Nina — che raccontano la loro provincia, le loro tradizioni, le loro origini.
Sì, parlando un po’ di più dell’Italia profonda, in qualche modo. È bello che questa cosa venga raccontata in modi diversissimi, perché tanto diverse sono le province e le regioni d’Italia.
V: Esatto. Siamo felici di fare parte di questo movimento, che parte più dalla periferia rispetto che dalla grande città.
Avete arricchito il vostro album di un immaginario cinematografico. Sin dal nome che avete scelto è chiaro che il cinema vi piace e fa parte comunque sia della vostra identità. A voi piacerebbe in futuro far parte di un film?
V: Sicuramente ci piacerebbe scrivere musica per il cinema. Anche perché, oltre ai vari riferimenti e citazioni, cerchiamo di dare alle nostre canzoni proprio una sonorità cinematografica.
Mentre scrivevate l’album cosa ascoltavate?
G: Tante cose diverse, dai My Bloody Valentine fino ai Contortionist, da Linda Perhacs ai Genesis. Nel disco abbiamo cercato di condensare il background musicale che ci accompagna da anni.
Cosa guardavate? Volete citarmi qualche film? Quelli che avevate negli occhi mentre scrivevate l’album.
V: Sicuramente Gioventù, Amore e rabbia, da cui abbiamo preso il titolo per il singolo. Poi Godard, Truffaut, Antonioni, Reinette e Mirabelle di Rohmer, The Dreamers, senza dimenticare Appuntamento a Belleville di Chomet, citata nella coda di “Cinema Tognazzi”. E tanti altri.
Bellissimo. Avete della musica che state ascoltando molto e che vi piacerebbe consigliare?
V: Consigliamo sempre The Party di Andy Shauf, Abysskiss di Adrianne Lenker, Mouth Full of Glass di Macie Stewart…
G: Anche i Magic Fig, un progetto esordiente davvero interessante a metà tra la psichedelica e il prog. Mi ricordano i primissimi Genesis, quelli di Trespass.
E avete invece dei consigli cinematografici?
V: Tantissimi. Dei più recenti ti diremmo Le Città di Pianura di Sossai.
Grazie mille!
immagine in copertina di: Lorenzo Spigaroli
