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Phoebe Bridgers - Lost Weekend

Possiamo declamarlo a piena voce ormai: questa è un’ottima stagione per il cantautorato femminile. Abbiamo già decretato come papabili candidate ad essere nella nostra finale rosa dei migliori dischi dell’anno Mitski, Olivia Rodrigo, Charli XCX e ora aggiungiamo, senza averne la minima riserva, anche Phoebe Bridgers.

Il suo ultimo lavoro, uscito il 14 agosto via Dead Oceans, arriva a sei anni di distanza dal precedente Punisher del 2020 e si ispira nel titolo al celebre “lost weekend” di John Lennon, ossia il modo con cui l'ex Beatles definiva i 18 mesi trascorsi lontano da Yoko Ono nella prima metà degli anni Settanta. Il weekend perso di Phoebe Bridgers è durato un po’ più di qualche mese, trasformandosi in un lungo iato necessario alla cantautrice di Pasadena per staccarsi da se stessa e ritrovare la sua voce. Nel mezzo non si può certo dire che non sia stata attiva, però. Anzi!

Insieme alle sue boygenius (Lucy Dacus and Julien Baker) ha realizzato un disco – the record – che ha vinto ben tre Grammy nel 2023 (come Best Alternative Music Album, Best Rock Song e Best Rock Performance per la traccia "Not Strong Enough"); e nello stesso anno ne è uscita come artista più premiata grazie alla collaborazione con SZA in “Ghost In The Machine” nella categoria Best Pop Duo. Ma stavolta torna a guardarsi dentro con una sincerità e una maturità che, nonostonate non le siano mai state aliene, non sono mai state così penetranti. Perché di cose in questi sei anni ne sono successe: dalla morte del padre, con il quale aveva sempre avuto un rapporto conflittuale, fino alla conclusione di una relazione importante, destinata al matrimonio (qui i rumors già infiammano la rete riguardo la sua storia con Paul Mescal alla quale fa riferimento in “ Lost Weekend” – I'm supposed to be married, but I called it off" – e al suo attuale rapporto con Gracie Abrams in “Governor’s Walz” dove senza avere peli sulla lingua canta “And she can pretend to be me / Since she took my place in my bed on that stage” alludendo a questo momento specifico),  passando per la difficoltà di intraprendere una nuova relazione con l’amico di lunga data Bo Burnham, aka Bobby, la cui presenza si affaccia in modo cospicuo  a intermittenza in questo disco (oltre ad aver scritto insieme a lei sette pezzi e aver cantato in tre di essi).

A proposito di collaborazioni, anche se torna a mettere se stessa al centro del mirino con questo disco, non è da sola. Lost Weekend vede infatti una foltissima schiera di partecipanti, tra cui gli amici di sempre Conor Oberst, Julien Baker e Lucy Dacus in più tracce, nei cori e agli strumenti. Ma troviamo anche le chitarre di Mike Kinsella degli American Footbal in “Bobby” e Isaac Wood (che sarà suo opening act per alcune date del tour) in “Best Dressed”, che compare in versione hidden track nel formato fisico del disco. Interessante anche la presenza nel nuovo singolo estratto “Can’t Wait” del crooner più magnetico di questi anni Cameron Winter (la cui voce compare anche sul finale di “Kill Me” nella parte squarciata dalle chitarre elettriche mentre ripete una frase in persiano, tamám shud, che significa “è tutto finito”).

Un tale affollamento orchestrale (si contano più di trenta artisti coinvolti) si riflette nella stratificata costruzione sonora in cui convivono oltre agli elementi familiari del suo universo sonoro indie-rock tra arrangiamenti strumentali, carezze melodiche e portentosi riff di chitarra elettrica, anche un’intensificata componente folk (particolarmente in "Hunted" e "Still Standing") e, aspetto ancora più innovativo, degli inattesi territori shoegaze/ambient. Gioca con immagini e stimoli sonori senza creare un flusso, ma piuttosto lasciando che le intersezioni si incastrino da sole seguendo un loro corso; un indomito stream of counsciousness articolato in suggestioni che si susseguono subitanee, confondendosi l’una nell’altra o interrompendosi bruscamente. Sembra ricercare costantemente la tensione per poi scioglierla, capricciosamente, fermandosi un istante prima di raggiungere il climax o anticipandolo in modo prematuro. Voci che sono sussurri ma anche urla sguaiate in lontananza, cori angelici (“Still Standing”, “Liberty Tree”) e vocoder alienanti (in “The Ousider” e nell’intro del primo singolo estratto “Lost Boys”). Fanfare drammatiche (“Lost Parade”) e interminabili strascichi effettati (“Panorama”), dialoghi sommessi tra pochi semplici arpeggi (“As Above”) e synth espansi (“Bobby”).

In realtà sarebbe quasi improprio isolare le singole tracce poiché spesso si interseca tutto insieme anche nella stessa traccia o travalicando in quella seguente. Tuttavia, il risultato non è certo un bailamme scomposto; tutto viene amalgamato con una fluidità estremamente curata anche grazie al lavoro dei produttori storici Tony Berg e Ethan Gruska, coadiuvati da Jack Antonoff e Alex G in alcune tracce, che contribuiscono a renderlo il lavoro piu audace in termini di strutture sonore che Phoebe abbia realizzato finora.

A livello di lyrics anche troviamo una scrittura che traduce il caleidoscopio sonoro in sketch penetranti, che non seguono una linea narrativa unica ma vengono tratteggiati in maniera rapsodica con una schiettezza pungente che sconfina a volte con il black humor (come in “The Outside” dove canta “crying in a suit and tie but you should see the other guy" – l’altro tipo a cui si riferisce è il padre morto nella bara). Ad unire il tutto la constatazione liberatoria che nulla sarà mai come prima (“Never Going Back!” – da notare il punto esclamativo finale – in cui compare una nota vocale del padre che le dice di richiamarla anche se sa che sarà sicuramente molto impegnata perché “being a rockstar takes up a lot of your time”) stemperata dall'altrettanto rassicurante consapevolezza che tutto ciò che non tornerà comunque resterà sedimentato in noi come un'eterna reprise (e appunto l'ultima traccia).

Un’americana avanguardista retta da accenni intimisti e contrappunti folk vivaci, stravaganze elettro-glitch e sferzate elettroniche in grado di toccare corde molto profonde e toccare una ricchezza compositiva davvero notevole.

Al netto di tutto: Lost Weekend è esattamente la carezza gentile di cui avevamo bisogno da molto tempo, ma fatta con uno spietato guanto di carta vetrata.

TRACKLIST:

  • 1          The Outside
  • 2          Lost Boys
  • 3          Kill Me
  • 4          The Governor's Waltz
  • 5          Bobby
  • 6          Lost Weekend
  • 7          Haunted
  • 8          Panorama
  • 9          Still Standing
  • 10        Liberty Tree
  • 11        Never Going Back!
  • 12        Other Plans
  • 14        I Can't Wait
  • 15        As Above
  • 16        Lost Weekend (Reprise)
Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci