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Mumford & Sons – Ippodromo delle Capannelle (Roma), 07.07.2026

L’alt-folk che ci era tanto mancato

Piccola ammissione prima di iniziare con il live report vero e proprio: una delle loro canzoni è di fatto la mia bio su Instagram praticamente da sempre, anche se, per uno strano scherzo del destino, non ero mai riuscita a vedere la band live prima di ieri sera. Al netto di tutti questi anni di assenza sotto i loro palchi, tuttavia, sono stata molto contenta di averli visti per la prima volta in un momento particolarmente brillante per loro, nel quale si evince, fin dal primo istante in cui salgono sul palco, il grande lavoro che li ha portati a ri-calibrarsi con un linguaggio che sembrava stessero perdendo. I Mumford & Sons sono tornati a calcare i palchi in perfetta forma, toccando anche Roma tra le tappe del tour di Prizefighter (il loro ultimo disco uscito lo scorso 26 febbraio, ndr). Erano nello specifico undici anni che mancavano dalla Capitale e il pubblico ha risposto consegnando loro un bel pienone che certamente ci si aspettava vista la difficoltà nel cercare parcheggio nei pressi dell’Ippodromo già dal tardo pomeriggio.



Per suggellare il ritorno, non a caso aprono la scaletta con “Begin Again” (dall’ultimo lavoro), coronando il loro ingresso sul palco con dei fuochi d’artificio. C’era in me un po’ il timore di trovarli avvolti da quella patina posh che pareva volessero assumere come postura, ma bastano veramente i primi accordi per far scioglie completamente questa impressione. Marcus Mumford e soci si posizionano dietro gli strumenti e iniziano la loro cavalcata inarrestabile in grado di stimolare una pletora di reazioni epidermiche che penetrano dritte al cuore. Nel tessuto che tiene insieme le maglie del live, le trame più consistenti sono quelle delle sonorità alt-folk che tanto ce li hanno fatti amare dal principio (da Sigh No More del 2010 e Babel del 2012), con le pennate svelte e vigorose di banjo, le chitarre acustiche e la sezione ritmica rutilante, l’essenzialismo corale, e la solennità briosa degli archi e dei fiati. Alternano momenti a tratti antemici come l’inno “Hopeless Wanderer” (colpita e affondata, è proprio questa la mia bio) o “Little Lion Man” (in cui il coro del pubblico sul ritornello diventa il vero protagonista del pezzo) a momenti più intimi dove la voce calda e roca di Marcus, avvolta dalle sue sei corde e poc’altro, ci fa letteralmente sciogliere l’anima (ho ancora gli occhi lucidi se ripenso alla poesia di “Awake My Soul” o alla struggente “Prizefighter”).

A tali trame si intrecciano però orditi di varia natura che passano attraverso le ballad corpose e sognanti di pezzi come “Here” (cantata insieme a Taylor Meier dei Caamp, la band folk americana che aveva aperto nel pomeriggio – e che avrei sentito se solo avessi trovato parcheggio più agilmente) e “Badlands”, durante la quale si accendono grandi lingue di fuoco sul palco (mah sì, del resto si sta così freschi senza un filo di vento che soffi nemmeno per sbaglio); fino poi a lasciarsi tingere dalle note elettrificate di pezzi alt come “Ditmas”, “The Wolf” o “Believe”. Generi e umori diversi che convivono per restituirci la narrazione del percorso che li ha portati a reinventarsi negli anni e a ritrovarsi, infine, in un passato che non smette mai di suonare bene insieme a loro. Rimescolano le carte in tavola, rimescolano sfumature ed incisività, rimescolano la scaletta e rimescolano perfino se stessi dietro gli strumenti (anche Marcus su “Lover Of The Light” fa una capatina dietro la batteria). Niente è statico a un concero dei Mumford.

C’è una perfetta sinergia ed interazione con il pubblico che pare pendere dalle loro labbra e li asseconda ad ogni movimento, anche quando cercano di parlare italiano (ancora non è chiaro il significato di una strana frase su delle mani pelose che Marcus pare ricordarsi dai suoi libri di scuola). Ammiccano, scendono tra il pubblico e su “Ditmas” addirittura Marcus percorre una passerella che taglia il pit e raggiunge il mixer. È proprio in questa sorta di isola sospesa che si svolge (quasi a sorpresa) la prima parte dell’encore con un set semi-acustico sulle note di “I’ll Tell You Everything”, “Ghost That We Knew” e “The Boxer” di Simon & Garfunkel (che non era originariamente prevista in scaletta). Abbiamo tutti un po’ invidiato la fan che hanno fatto salire sul palchetto per tradurre qualche frase in italiano, che non si è fatta sfuggire l’occasione per abbracciarli uno ad uno con le gambe tremanti e il cuore pieno. Sei stata la nostra eroina!


photo courtesy Rock In Roma

Tornano rapidamente sul palco per salutarci con “Rushmere” e, giustamente, “The Banjo Song” che decreta il punto esatto in cui la ripresa del folk per loro non è più stata un’opinione. In commiato parte “I Will Wait” che è una sorta di promessa reciproca che ci facciamo. Trascorrono due ore piene, tra rifrazioni di luci ed ombre, momenti intimi e ritmi cavalcanti, fughe e ritorni. E Marcus, che non si sa come ma ha avuto tutto il tempo una gomma da masticare in bocca. Io mi ci sarei strozzata, cantando. Ma del resto non sono Marcus Mumford; sono solo una vagabonda senza speranza.


credits photo Marcus Mumford

 

courtesy photo in copertina: Rock In Roma

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci