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System Of A Down • I-Days, Ippodromo Snai La Maura (Milano), 06.07.2026

Inquadratura sul palco del concerto dei System of a Down, sugli schermi si ripete una parola. Poor, poor, poor

Alla vigilia del ritorno dei System of a Down a Milano, a chi gli chiedeva cosa aspettarsi dal concerto, Serj Tankian aveva risposto a Rolling Stone con una parola sola: “esplosioni”. Nessuna carica pirotecnica, alla fine. È esploso tutto il resto.

I numeri della serata, intanto: sold out da 78.500 persone, di cui il 40% arrivato da fuori Italia secondo i dati comunicati dagli organizzatori. E non è difficile capire perché. La band mancava dal nostro paese da nove anni, Toxicity ne compie venticinque, e il pacchetto prevedeva i Queens of the Stone Age come apertura, una di quelle accoppiate che da sola vale il viaggio. La data chiudeva il blocco di luglio degli I-Days, dopo Florence + The Machine e la serata Foo Fighters con IDLES, prima della ripartenza settembrina del festival.

La Maura, versione Mad Max

La Maura, va detto, in queste giornate ha un che di post-apocalittico. Il caldo si sopporta, la sabbia no: si alza a ogni passo, entra ovunque, e per tutta la sera aleggia sull’Ippodromo una nuvola di polvere permanente che (spoiler) diventerà parte integrante dello spettacolo. Verrebbe da suggerire che un prato risolverebbe la questione, ma tant’è.

Per il resto l’organizzazione funziona: garden ben attrezzato, si paga coi token ma anche con la carta, e nel pit ci sono postazioni di water refill gratuito, poche per la quantità di gente ma preziose, e comunque una civiltà che non va data per scontata. Meno civili i prezzi al banco: nove euro per una birra, dieci per un drink. Situazione ormai normalizzata, ma normalizzata non vuol dire giusta: il biglietto costa già parecchio per un giorno solo di festival, spremere le persone anche al bar è un vizio che andrebbe ridimensionato.


 

photo courtesy I-Days

Chi è arrivato presto ha trovato gli Acid Bath ad aprire la giornata. I Queens of the Stone Age salgono sul palco alle 19 in punto e ne scendono alle 20, un’ora secca e nemmeno un minuto di più, ed è forse l’unico appunto che si può fare loro. Perché il pubblico li voleva davvero: niente effetto band spalla suonata nell’indifferenza generale, il parterre risponde, canta, si scalda. Josh Homme regge botta alla grande, si muove, chiacchiera, sembra sinceramente contento di essere lì, e la band è una macchina precisa. Se devo essere onesto, tecnicamente ineccepibili ma senza il momento che ti strappa l’anima: bravi, bravissimi, con un’ora a disposizione difficile pretendere di più. Il cambio palco scorre via con una musichetta di sottofondo, niente dj set (come invece era succeso nel primo cambio palco), e gli orari vengono sostanzialmente rispettati.

Il ritorno dei System of a Down

Poi, verso le 21:10, succede la cosa. Buio, silenzio, ed entra Daron Malakian da solo. Intona la versione intro di “Soldier Side”, e l’Ippodromo intero risponde all’unisono, ogni parola, ogni nota. Non è un’apertura, è un benvenuto reciproco: la band che saluta un pubblico che aspettava da nove anni, il pubblico che conferma loro di non essersi mosso da lì. Quando entra il resto del gruppo, Serj compreso, e parte “B.Y.O.B.”, La Maura detona. E qui devo dichiarare il conflitto di interessi: “B.Y.O.B.” è il primo pezzo dei System che ho ascoltato in vita mia, in un paio di cuffie prestate da un’amica su un lettore mp3, di quelli brutti, avevo quindici anni, con il cervello che mi si apriva in due. Sentirlo all’inizio concerto è stato come ricevere una telefonata da quel pomeriggio lì.



Quello che segue sono due ore filate, ventinove pezzi, senza nessun momento morto e la parola giusta, per quanto assurda applicata a una band che non pubblica un album da vent’anni, è freschezza. Perché i System non si sono nascosti dietro le greatest hits: le hit dovute ci sono tutte (“Chop Suey!”, “Aerials”, “Hypnotize”, “Lonely Day”, “Toxicity”, “Sugar” in chiusura), ma in scaletta finiscono anche “Darts”, “Suggestions”, “DAM”, “Chic ‘N’ Stu”, pescate a piene mani dal primo disco e dalle retrovie del catalogo, più “Genocidal Humanoidz” a rappresentare quasi da sola la produzione post-2005. Una band ferma da due decenni potrebbe permettersi il pilota automatico; loro scelgono di sorprendere chi li ascolta da sempre.

Nuvole finte, pianeti veri

E non è un juke-box nemmeno nella forma. Il concerto alterna jam costruite, intermezzi parlati, introduzioni pensate. L’esempio perfetto è l’ingresso di “Psycho”: la batteria che porta il tempo, i riff di chitarra e basso che si inseguono, un crescendo ritmico che monta e monta, Malakian che incita (“dance, Milano, dance”) fino alla deflagrazione del pezzo vero e proprio.


photo courtesy I-Days

Dal pit, dove ho passato la serata, il suono era potente e pulito, di quelli che ti vibrano addosso e dentro; com’era la situazione nelle retrovie non saprei dirlo; ho provato ad arrivarci, ma era fisicamente impossibile. I visuals cambiano pezzo per pezzo, con video dedicati per ogni canzone, ma la scenografia più bella è l’interazione tra elementi del luogo e dello spettacolo: i laser, piattissimi, tagliano il muro di fumo e polvere sospesa creando un soffitto di finte nuvole tra il pubblico e il cielo. La sabbia maledetta che ormai permea l’area, promossa a effetto speciale. Ed è alzando lo sguardo verso quelle nuvole che noto, a sinistra del palco, un puntino più luminoso degli altri. È Giove, che se ne sta lì perfettamente indifferente a tutto. Per qualche secondo il pensiero scappa: quanto è strano, e bello, che su questo sassolino, in questo angolo preciso di universo, un gruppo di persone si sia dato appuntamento per farsi attraversare tutto insieme dalle stesse frequenze. Poi Malakian riparte e il pensiero torna giù di colpo.

In mezzo a quel paesaggio Shavo Odadjian, scheletrico e indemoniato, sembrava uno dei musicisti sulle macchine di Mad Max, ed è il complimento più grande che riesca a fargli. È un ciclone dall’inizio alla fine, il bassista più cool del pianeta, e pure fuori dal palco si è divertito: per tutto il giorno ha disseminato Milano di plettri con la Monna Lisa, pubblicando indizi nelle storie per una caccia al tesoro coi fan.

photo courtesy I-Days

Le dinamiche interne sono chiare e, a modo loro, commoventi. Malakian è il mattatore: parla, gioca con il pubblico, dirige il “traffico”, il sing along e tutto ciò che riguarda l’interazione con il pubblico. Tankian interagisce poco, principalmente per gesti, quasi solo voce, ma non è distacco, è pace. Chi ha letto Down with the System, la sua autobiografia da poco tradotta in italiano, sa quanto la band sia stata a lungo un fardello per lui, e quanta strada abbia fatto per capire di poter esistere anche da solo. Dal vivo si vede il risultato: un uomo finalmente a suo agio nel proprio gruppo. Confesso che nelle settimane precedenti, guardando i video dei concerti in giro, temendo una band spenta proprio a causa sua, ma dal vivo cambia tutto: l’energia arriva, ti invade, funziona come una macchina del tempo.

In mezzo all’umorismo, il momento più serio: “Tentative” dedicata ai bambini di Gaza, chiusa da uno “shame on you, Netanyahu” scandito dal palco. La risposta del pubblico è stata più raccolta che urlata, e forse proprio per questo più sentita.


photo courtesy I-Days

Il rito

Poi arriva “Toxicity”, e con lei il rito. Malakian organizza i cerchi dal palco, indica i settori, ordina di ruotare, e l’ippodromo obbedisce. Io ero uscito dal pogo da un po’, mezzo asfissiato dalla polvere; mi tolgo la maglietta, me la lego in viso come bandana e mi rilancio dentro, trascinato dalle onde del sisma. A un certo punto il circle pit ingloba pure i venditori ambulanti di bibite, che continuano a ruotare nel cerchio con le ceste in equilibrio sulla testa: la scena più epica della serata, giuro.

Sono felice di essere stato lì, ieri sera. L’unica altra volta che avevo visto i System dal vivo era anni fa, al Firenze Rocks: impianto mezzo morto, casse centrali praticamente spente. Piansi tutto il concerto lo stesso. Perché loro sono la band della mia adolescenza, e la loro musica mi lega a momenti e persone a cui voglio bene: a volte è stata il collante che teneva tutto insieme. Stavolta, oltre ai ricordi, c’era anche il suono. C’era tutto. E in quel cerchio che ruotava sotto le finte nuvole eravamo tutti uguali, tutti coetanei: quelli che hanno quindici anni oggi e quelli che li avevano vent’anni fa, tutti cresciuti a pane e System of a Down.

Le esplosioni promesse alla fine c’erano, ma non erano artificiali: le abbiamo fatte noi, tutti insieme, loro compresi.

Dance Milano, dance!

 

Immagine che rappresenta l'autore: Stefano Cerelli

Autore:

Stefano Cerelli