Una delle sovrapposizioni più difficili del Primavera Sound di quest’anno per noi sarà sicuramente quella di sabato 6 giugno nella fascia oraria tra le 22.00 e le 23.30. Touché Amoré o My Bloody Valentine? Da un lato una delle band alle quali siamo più affezionati e dall’altra un’istituzione che, più di qualsiasi altra band probabilmente, è l’incarnazione suprema dello shoegaze.
Mentre siamo dilaniati dal dubbio, abbiamo raggiunto in videochiamata Jeremy Bolm (cantante dei Touché Amoré) per parlare insieme di questo appuntamento che si svolgerà la prossima settimana e dell’anniversario di Stage Four, uno dei loro dischi più iconici, che compie quest’anno 10 anni.
Ciao Jeremy, che piacere ritrovarti! Sono stata molto felice quando mi è stata proposta questa intervista con te.
Vale lo stesso! Mi piace sempre molto quando è qualcuno che conosco davvero ad intervistarmi, perché rende tutta la situazione molto più confortevole. Quindi sì, grazie a te.
Come stai? A cosa stai lavorando?
Ho appena ricevuto un’email che mi ha completamente mandato in tilt il cervello. Per il trecentesimo episodio del mio podcast (The First Ever Podcast) che sta arrivando molto presto, stavo cercando di avere un ospite importante. Ho contattato molte persone a cui volevo chiederlo, ma non ho avuto molta fortuna. Poi questa mattina ho ricevuto una risposta da Ian MacKaye dei Minor Threat e Fugazi, all’improvviso, e mi diceva che eventualmente sarebbe stato disponibile stasera. Non ci potevo credere! Così gli ho mandato subito qualche informazione e ho iniziato ad impostare un po’ la puntata.
Fantastico! Cerco di mantenermi sempre aggiornata con gli episodi, stai facendo un lavoro incredibile!
Grazie! Grazie mille, lo apprezzo davvero.
E parallelamente state anche girando molto con i Touché Amoré in tour.
Sì, sì. È interessante perché da una parte sembra che questo tour sia iniziato da una vita, ma probabilmente è perché ci sono stati moltissimi spostamenti, tanti voli, ma anche pause che hanno spezzato il tutto in un modo un po’ destabilizzante, sai? E questo ti fa sentire un po’ come se non fossi mai davvere in un posto per settimane che sembrano infinite.
Posso immaginare! E la prossima settimana sarete al Primavera Sound. Pensavo che fosse la vostra prima volta lì e invece ho scoperto che già ci eravate stati nel 2014.
Nel 2014? Davvero così tanto tempo? Quando è passato così tanto tempo? (ride)
(Rido anche io) Questo è quello che dice il web.
Avrei detto tipo 2017 o qualcosa del genere. Sarà un luogo comune, ma dopo il COVID non ho più alcun senso del tempo. Tutto sembra o l’anno scorso oppure dodici anni fa.
Sì, incredibile! Mi capita lo stesso. L’altro giorno ho chiaramente pensato che sono passati sei anni e davvero non mi sembra possibile.
Lo so, è così – è davvero strana come cosa. Però, in ogni caso, ricordo molto bene la prima volta che ho suonato al Primavera, perché gli headliner erano alcune delle mie band preferite. Ho potuto vedere i Nine Inch Nails e i The National molto da vicino. Perché c’era un’area VIP dove chi si esibiva poteva stare molto più vicino al palco. È stato emozionantissimo. Noi abbiamo suonato tipo alle tre del mattino, cosa a cui non eravamo abituati. È stato fantastico. Sono emozionato all’idea di tornarci.
E hai mai avuto l’occasione di tornarci come pubblico e non come artista?
No, no, ci sono stato solo come performer, ma ogni anno quando pubblicano la line-up è sempre così interessante ed eclettica. La cosa più simile che abbiamo noi, immagino, sia il Coachella.
Sì, stavo per dirti la stessa cosa. In effetti è un festival che sta crescendo progressivamente, anno dopo anno, ed organizzato in modo molto attento alla ricerca musicale, le vibes sono pazzesche. Anche se non sono mai stata al Coachella penso che questo, soprattutto nell’ultimo periodo, sia diventato la nostra migliore risposta europea.
Anche meglio del Coachella, se posso dirti. Qui l’atmosfera è incredibile.
Avrai modo di assistere anche ad altri concerti quest’anno oppure arriverete apposta per il vostro set?
Bella domanda! Devo davvero controllare il nostro programma perché non so a che ora atterriamo il giorno prima. Se arriviamo abbastanza presto, mi piacerebbe davvero cercare di andare almeno a vedere i Cure, però non voglio farmi troppe illusioni. Vedremo.
Incrociamo le dita. A Barcellona c’è un’ottima viabilità quindi è anche abbastanza semplice spostarsi; magari riuscite a raggiungere il Parc velocemente dopo essere atterrati.
Sì, lo spero. Mi ricordo che il primo anno che siamo andati, Ben Russin, il batterista dei Title Fight, che vive a Barcellona, il giorno in cui suonavamo al Primavera, ci portò in spiaggia. Abbiamo trascorso una giornata davvero rilassante, che è stato sicuramente il modo migliore di passare il tempo prima di suonare alle tre del mattino.
Direi di sì. Devo dirti questa cosa che mi sta spezzando letteralmente il cuore. Quest’anno per me una delle sovrapposizioni più difficili sarà il vostro set con quello dei My Bloody Valentine.
Oh, non parlarmene. Probabilmente suoneremo davanti a 30 persone, ma andrà bene lo stesso.
Mi sento devastata e sai che è vero. Potrei pensare di dividere i set, ma credo che deciderò all’ultimo momento.
Sì, sono curioso di sapere quanto sia lontano il loro palco perché l’anno in cui abbiamo suonato, credo che gli Arcade Fire fossero nello stesso giorno o qualcosa del genere, e ricordo di aver camminato tantissimo per arrivare a quel palco.
Sì, speriamo che siano vicini infatti e che non ci voglia mezz’ora a piedi.
Dita incrociate per te stavolta!
Speriamo! Parlando invece della band, quest’anno avete festeggiato i dieci anni di uno dei vostri dischi più iconici, Stage Four. Quindi come ti senti riguardo al fatto che questo album compia 10 anni?
Penso che sia semplicemente un punto di riferimento che segna lo scorrere del tempo. Come dicevo, a volte ci rendiamo conto che anche se è passato tanto tempo, alcune cose possono ancora sembrare successe ieri. E penso anche a quello di cui parlavamo prima, questa specie di mentalità post-COVID in cui è difficile collocare le cose. Con un album come questo è lo stesso e sostanzialmente non sembra che siano passati 10 anni. Abbiamo suonato così tante di queste canzoni dal vivo per così tanto tempo che, in modo strano, sembra quasi che siano sempre esistite. Come se facessero semplicemente parte di noi da sempre. Quindi fermarsi davvero a pensare a una data precisa, tipo il fatto che sono passati 10 anni, quasi ci ricorda che, beh, il tempo in realtà non fa molta differenza quando si parla di dolore.
Sì, sono d’accordo. Per celebrare questo anniversario, lo scorso aprile avete pubblicato una versione rimasterizzata dell’album con remix, demo e live session. Come avete scelto il materiale che volevate aggiungere al disco originale?
È successo in modo interessante, perché avevamo tutte queste versioni demo, e molte erano piuttosto simili da come poi le canzoni sono effettivamente uscite. Però, allo stesso tempo, era da una vita che avevamo anche quel remix di “Benediction” fatto da Cody Votolato dei Blood Brothers, ma non l’avevamo mai pubblicato, quindi abbiamo pensato che questa potesse essere l’occasione perfetta. Ed inevitabilmente che magari avremmo potuto far remixare anche altre canzoni da alcuni amici. Così i Youth Code e Kerry McCoy dei Deafheaven sono stati così gentili da fare un remix ed è stato fantastico perché sono persone che hanno davvero molta esperienza in questo genere di cose. Poi stavamo pensando a canzoni che si prestassero a una versione più intima e minimalista e “Rapture” è stata la prima che ci è venuta in mente. Nick (Steinhardt, chitarrista e produttore della band, ndr) aveva creato una versione più soft della canzone e ce l’ha mandata; ci è piaciuta molto e quindi abbiamo chiesto a Whisp se volesse cantare con noi, perché ha una voce sussurrata e suggestiva che secondo me ha arricchito molto quello che stavamo facendo. Poi una volta avute queste versioni, abbiamo aggiunto delle demo. E alla fine Nick ha insistito molto affinché la registrazione live di “8 Seconds” ne facesse parte. Ero un po’ titubante, perché è stata registrata la sera dell’anniversario della morte di mia madre nella stessa stanza in cui avevamo suonato la sera in cui ho saputo della sua morte. C’è molta profondità, e penso che la profondità abbia prevalso sulla qualità.
Certo, assolutamente, e lo si percepisce chiaramente! Voglio dire, si sente proprio il desiderio di includerlo come una fotografia di questi 10 anni, e come hai detto prima, una fotografia che mostra più o meno come il tempo passi senza in realtà farlo mai davvero.
Sì, assolutamente.
Come ultima domanda volevo chiederti, visto che mi piace sempre molto quando consigli nuova musica, cosa stai ascoltando in questo momento? O, anche se non si tratta di cose nuove, in generale cosa stai ascoltando?
Ehm, ho appena portato a casa questi dischi e stamattina li stavo ascoltando. Gil Scott-Heron, The Revolution Will Not Be Televised, è una versione originale dell’album ed era sul mio giradischi mentre facevo colazione. E poi, questa che però è una ristampa di questo incredibile disco soul di Baby Huey, The Baby Huey Story: The Living Legend.
Oh wow! Che bei suggerimenti d’ascolto, grazie! Io da stamattina sto ascoltando in ripetizione l’album di debutto di questa band di Los Angeles totalmente fuori di testa che si chiama XCOMM, li conosci?
Sì, certo. Perché Ross Robinson, che ha registrato i nostri ultimi due dischi, l’ha prodotto. Lavora con loro da molto tempo e ricordo che ce ne aveva parlato. Poi un giorno sono passato in studio mentre Ross stava mixando del materiale e me l’ha fatto ascoltare. È incredibile, sono così giovani! È sempre bello sentire ragazzi giovani avere qualcosa da dire e farlo con quella veemenza.
Hai ragione. Quest’esordio mi ha molto colpita e sono curiosa di sapere come proseguiranno il loro cammino.
Sì, vedremo. Per ora ci sono buone basi.
Jeremy ti lascio alla tua giornata e ai tuoi dischi. Ti abbraccio e ci vediamo a Barcellona!
Certo, grazie a te e un abbraccio.
foto in copertina di Joe Calixto


