- You know the hardest thing
- Is to say goodbye to someone you love
- That is the hardest thing
- And when the curtains rise
- And the party begins
- Do you love?
- Do you pray?
- Down inside
- Wondering how
- How you got to the afterlife?
Dal momento esatto in cui nasciamo abbiamo prefissato un appuntamento che, nonostante tutti i preparativi che possiamo intavolare, non saremo mai davvero pronti ad affrontare: la morte di una persona a noi cara. Damon Albarn e Jamie Hewlett sono stati, a dieci giorni di distanza l’uno dall’altro, travolti emotivamente dalla dipartita dei rispettivi padri, ritrovandosi all’improvviso catapultati in un universo confuso di sentimenti e sensazioni difficili da fronteggiare. E se un vero artista emerge in casi analoghi a questo, quando chiunque si ritroverebbe ad affrontare il lutto semplicemente attraversandolo, due giganti della musica contemporanea come Damon e Jamie hanno pensato invece di trasformare un preciso e doloroso momento della loro vita in opera d’arte, complice un viaggio illuminante intrapreso nel Paese mistico per eccellenza.
È stata una grande avventura. Ci ha ricordato che per fare qualcosa di veramente buono, devi andare in posti in cui non sei mai stato o vivere esperienze mai provate prima, non basta rinchiudersi in uno studio a Los Angeles o Londra o altrove. Stavolta, il posto giusto è stata l’India. Ci ha dato tantissimo. (Jamie Hewlett)

ph. press
Mentre Hewlett ha frequentato il Rajasthan per motivi legati allo stato di salute della suocera, la fascinazione per l’India subita dal padre di Albarn è stato il movente per il frontman per raggiungere Varanasi, dove ha potuto spargere le ceneri del genitore ultimando le sue volontà e immergendosi lui stesso nelle acque del mistico fiume Gange. Lo storico duo ha assorbito e riversato così nella propria musica un mix talmente energico di stimoli che l’impatto per l’ascoltatore è, in principio, spiazzante.
Registrato tra Londra, Mumbai, Damasco e Ashgabat, The Mountain è un incontro di suoni, religioni, culture, lingue e anche anime, straordinario. Con testi in cinque lingue (inglese, spagnolo, arabo, hindi, e yoruba) e un lavoro di mixaggio dei suoni magistrale di Marta Salogni, il nono album in studio dei Gorillaz pone le sue fondamenta su una ritmica predominante, con bit estremamente variegati e una ricerca di suoni che si avvalgono di strumentazioni anche d’epoca per favorire un gradevole tuffo nei ricordi. Il ponte tra presente, passato e, se vogliamo, mondo dei vivi e mondo dei morti, prosegue negli stessi featuring, onnipresenti – come da tradizione – nelle quindici tracce che compongono questo monumentale lavoro, che sono un patchwork straordinario tra voci viventi e non, grazie al lavoro certosino di Damon Albarn che ha riportato alla luce dai propri archivi sessioni inedite del passato, coinvolgendo così nel suo lavoro anche artisti che non sono più tra di noi.
Il primo omaggio è alla memoria di Dennis Hopper, scomparso nel 2010. L’esecuzione strumentale di apertura della tracklist è un brivido che corre lento su per la schiena fino a penetrare nella testa, tra campionamenti di bansuri (il flauto di Ajay Prasanna), sarod e sitar, per conflagrare al sorgere della voce dell’amico, attore, regista e anche ex collaboratore della band, che sembra recitare un mantra direttamente da un altro mondo.
A poche settimane dal venticinquesimo anniversario del loro esordio discografico, i Gorillaz se ne escono con un album che fugge dagli standard canonici che possano anche solo confinarne le sonorità nel perimetro di un genere specifico, per abbracciare uno spettro talmente ampio di geografie sonore da riuscire ad andare perfino contro la logica risultando nel suo insieme, nonostante le premesse, estremamente uniforme e compatto. In “The Moon Cave” i Gorillaz fanno sembrare il passaggio dall’elettronica, al soul, al rap (qui Black Thought è l’indiscusso protagonista) e il latino americano quasi come uno scherzo; mentre sulle melodie scanzonate degli Sparks in “The Happy Dictator”, la penna di Albarn si tramuta in lama tagliente rivolta contro i poteri autocratici. Melodia e sentimento assumono sembianze all’apparenza contrastanti anche nel pezzo più radiofonico del disco, “Orange County” – direttamente collegata a “The Hardest Thing”, quasi ne fosse il naturale trapasso – dove dietro al sitar e al fischio allegro di Anoushka Shankar si cela uno dei testi più grevi mai scritti dal frontman dei Gorillaz che, per l’occasione, si spoglia anche della distorsione nella voce per prendere meglio la mira e puntare dritto al cuore in un brano che è una carezza preziosa.
Il featuring più iconico lo firma senza dubbio Joe Talbot (IDLES), che dipinge trame dub scandite dalle tabla col suo inconfondibile timbro, adagiandovi sopra questa sorta di sermone ebbro, che porge all’ascoltatore come un calice intriso di verità da mandare giù come una dolce medicina. Fede e verità ritornano come mantra in “The Plastic Guru” e anche pezzi che ad un primo ascolto possono risultare estremamente kitsch (“The Manifesto”) trovano il modo di confluire perfettamente nel lento scorrere di questa fluida commistione.
La peculiarità di The Mountain è che non vuole portarci davvero in nessuna direzione. Non ci sono montagne da scalare, come il titolo sembra suggerire, né mete prefissate da raggiungere. Si tratta casomai di fare un tuffo in acque sconosciute e lasciarsi trasportare dalle loro correnti. E i Gorillaz qui sono stati in grado di compiere qualcosa di veramente straordinario: sono riusciti a dare un suono ad un sentimento, quello della malinconia, che scorre fluido a partire dall’apertura del disco per ricongiungersi perfettamente in “The Sad God”, epilogo dell’album, che racchiude al suo interno tutta la forza catartica delle melodie ancestrali.
In fin dei conti, Albarn e Hewlett non stanno cercando di impartire nessuna lezione sul significato della vita o della morte. Con The Mountain ci stanno solo aiutando a non prenderle e a non prenderci troppo sul serio.
ph. press
Tracklist
- The Mountain (feat. Dennis Hopper, Ajay Prasanna, Anoushka Shankar, Amaan Ali Bangash and Ayaan Ali Bangash)
- The Moon Cave (feat. Asha Puthli, Bobby Womack, Dave Jolicoeur, Jalen Ngonda and Black Thought)
- The Happy Dictator (feat. Sparks)
- The Hardest Thing (feat. Tony Allen)
- Orange County (feat. Bizarrap, Kara Jackson and Anoushka Shankar)
- The God of Lying (feat. IDLES)
- The Empty Dream Machine (feat. Black Thought, Johnny Marr and Anoushka Shankar)
- The Manifesto (feat. Trueno and Proof)
- The Plastic Guru (feat. Johnny Marr and Anoushka Shankar)
- Delirium (feat. Mark E. Smith)
- Damascus (feat. Omar Souleyman and Yasiin Bey)
- The Shadowy Light (feat. Asha Bhosle, Gruff Rhys, Ajay Prasanna, Amaan Ali Bangash and Ayaan Ali Bangash)
- Casablanca (feat. Paul Simonon and Johnny Marr) (03:46)
- The Sweet Prince (feat. Ajay Prasanna, Johnny Marr and Anoushka Shankar)
- The Sad God (feat. Black Thought, Ajay Prasanna and Anoushka Shankar)
