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Sharp Pins - Largo Venue (Roma), 20.02.2026

Metti un tintinnante venerdì sera nella capitale in compagnia dell’ennesima promessa dell’indie Kai Slater a.k.a. Sharp Pins.

Non è un caso che abbia scelto proprio questo aggettivo. “Tintinnante” rimanda infatti a quel jingle-jangle coniato da Bob Dylan in Mr. Tambourine Man e diventato poi cifra stilistica nella versione resa celebre dai The Byrds. Un suono brillante, scandito da chitarre che riverberano leggere e cristalline: esattamente l’atmosfera che ha accompagnato la serata.

A partire già dal gruppo in apertura, i giovanissimi e italianissimi Odd Socks, che hanno portato sul palco un sound decisamente più “recente”, debitore degli anni Zero: un indie rock nervoso e spigoloso à la Strokes e Futureheads, sorretto da interessanti intrecci chitarristici che richiamano un dialogo tra Albert Hammond Jr. e Johnny Marr.

È poi la volta di, anzi in questo caso DEGLI Sharp Pins da Chicago, in formazione trio. Lo show dura circa un’ora, ma è densissimo: una raffica di brani brevi e fulminanti, come ci si poteva aspettare. La scaletta pesca qua e là da una discografia ancora breve ma già sorprendentemente intensa: tre o quattro dischi in appena due anni, pubblicati da un ragazzo poco più che ventenne che, parallelamente, milita anche nei Lifeguard insieme a due ex Horsegirl.

Prima del concerto avevo letteralmente consumato il loro ultimo album, Baloon Baloon Baloon: in cui puoi trovare non solo power-pop di matrice sixties, ma anche tanto lo-fi. “I Beatles in cameretta”, li ha definiti qualcuno – ed è forse proprio questa dimensione domestica, fragile e frusciante, che dava loro una forte caratteristica. Dal vivo, però, è mancato esattamente quel fruscio. Niente polvere sui solchi, niente romanticismo da quattro piste: la band suona compatta, pulita, quasi impeccabile. Molto più mod di quanto suggeriscano i dischi. Azzarderei che fossero persino “troppo bravi” rispetto all’immaginario un po’ noisy che mi aspettavo.

Sia chiaro: è stato un ottimo concerto, suonato da tre musicisti giovani ma già sopraffini. Eppure viene da chiedersi se uno spazio come il Largo Venue non sia fin troppo ampio per un progetto che, su disco, si presenta con un’attitudine più garage e raccolta.

Scaletta comunque impeccabile, ordine e disciplina sul palco, ma tra le pieghe si sentiva meno K Records e più Cool Britannia; meno Guided by Voices e più Paul Weller e The Who –  guarda caso omaggiati nel bis con “Substitute”.

Gran concerto che però mi ha fatto però pensare e ripensare. Il “difetto” era la troppa derivazione dai gruppi mod e sixties, roba che abbiamo visto centinaia di volte. OK il jingle-jangle ma che ne avete fatto del lo-fi?

 

 

Immagine che rappresenta l'autore: Charlie Fuzz

Autore:

Charlie Fuzz