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Intervista Set In Motion

Mattia ci presenta i Set In Motion, band che molto ha dato all’interno del mini d’esordio “Like Sand, Through Our Fingers” pubblicato da This Is Core Records. Scopriamoli meglio attraverso le sue parole! Attivi da tre anni, arrivate al debutto discografico oggigiorno con “Like Sand, Through Our Fingers”.

A cosa dobbiamo questa lunga attesa? Che avete combinato in questo arco temporale?

Purtroppo abbiamo perso davvero molto tempo a causa di persone sbagliate e inaffidabili, non è stato facile e per praticamente un anno di live, anche occasioni perse di suonare fuori Italia, abbiamo cambiato moltissime persone. Di per sé i pezzi erano pronti a gennaio 2014 e a registrarli ci abbiamo messo una settimana… Quindi… E’ un lavoro davvero difficile trovare le persone giuste.

Siete un quartetto che pone molta attenzione su ogni singolo aspetto legato alla band: immagine, lato artistico e comunicazione. Quanto è importante prestare cura su ogni particolare oggigiorno?E’ qualcosa che alla lunga premia a vostro avviso?

In realtà non saprei, però credo che per noi sia una questione di “fare bene il nostro lavoro” in tutti gli aspetti del lavoro stesso: certo, la cosa più importante, indiscutibilmente, è la musica, però perché scrivere della bella musica e registrarla male? E una volta registrata perché metterla su di un disco dall’artwork orripilante? Se dobbiamo farci vedere dalla gente su di un palco, perché dobbiamo arrivarci conciati male? Credo che sia così, molto semplice. Non posso dire se premia o meno; ma lo scopriremo presto, spero.

Il vostro background stilistico è un mix tra l’alternative rock, il math e il progressive. Pensate che questi elementi siano quelli cardini del progetto Set In Motion? Se sì in quali percentuali?

Prog 0,001%: non ci sentiamo per nulla prog, soprattutto perché non lo ascoltiamo. Alternative rock forse un 19% e math un buon 30%. Per il resto userei svariati termini che ci diciamo tra di noi più o meno seri, come “Venezia-Core”, perché io sono di Venezia e li sto praticamente rendendo tutti veneziani. E certamente il più importante ovvero una buona percentuale di “a caso”.

Siete una band dal taglio esterofilo, il vostro infatti è un genere che ha molto hype soprattutto sul fronte UK/US. Il fatto di essere italiani vi ha in qualche modo “sfavorito” a vostro avviso? Avete in cantiere qualcosa sul fronte estero?

Non saprei, non abbiamo ancora una chiara idea di come le cose funzionino fuori dall’Italia, ma ci piace pensare all’estero come una magica e favolosa terra dove “tutto è pissibile”! Abbiamo qualcosa in cantiere ma, finchè non usciamo da casa, suoniamo e torniamo rimangono sogni.

La scelta di presentarsi con un EP è ormai consolidata nel panorama alternative. Perché avete scelto questo formato e non un full vero e proprio, molto più redditizio sul fronte monetario?

È vero che è più redditizio ma è anche tristemente vero che costa molto di più farlo e più difficile da vendere anche perché non lo puoi vendere come l’EP a 5 euro! Poi credo che un full sia qualcosa da fare quando anche qualcun altro al di fuori della band, in qualche modo “te lo chiede”. Ed è disposto a investirci perché non l’unico a “crederci” in questa cosa.

Il songwriting è un punto sul quale credo siate stati maniacali. Come è stato lavorare sulla composizione delle sei canzoni qui presenti? La maggior difficoltà?

La maggior difficoltà era prendere tutti questi ingredienti e rendere il tutto “fluido”. Quello che proprio non ci piace del prog è una sua certa meccanicità frutto di speculazioni a volte anche extra musicali, quando si sta per forza cercando il “famolo strano”. La cosa più difficile è capire quando “difficile” diventa stupido e “semplice” diventa banale. Lo scopo in questo lavoro era riuscire a essere semplicissimi e complicatissimi allo stesso tempo: stiamo ancora discutendo animatamente tra di noi per capire se ci siamo riusciti.

In mezzo a una miriade di soluzioni intricatissime trova spazio una voce capace di tenere testa al reparto sonoro. Come è stato offrire la propria voce in un contesto decisamente ostile come quello da voi proposto?

In realtà le canzoni vengono scritte “sulla” melodia proprio perché sono canzoni. Anche se a volte si partiva da un’idea strumentale, erano idee sempre che tenevano conto della presenza di una voce che cantava, che era protagonista, anche quando “urlava” e non intonava ma cantava una frase. Certo a volte ci siamo trovati in punti con talmente tante note che davvero non sapevamo più che fare, che non sapevamo più dove lasciarla appoggiare questa melodia come in una canzone fatta di canto e armonia (accordi) e quindi abbiamo cercato di “immergerla”, come a giocare con questa gerarchia data dalla scelta della forma musicale.

I testi credo siano fulcro di quanto fatto in “Like Sand, Through Our Fingers”. Volete parlarcene?

lI fulcro non saprei… Parto prima dalla linea melodica che dalle parole ma era chiara la volontà di far suonare tutto molto “nostalgico” come stato emotivo predominante. Purtroppo i testi li scrivo io e non per scelta! Ho sempre trovato molto distante parlare di cose più grandi di me come politica o sociologia: le cose che capisco sono le cose che faccio, le sensazioni che ho sono le esperienze che affronto, le cose che conosco sono le cose che mi capitano. Cerco di parlare di quello che mi capita ma come se non capitasse a me, come fossi uno scienziato che viviseziona accadimenti: la musica è poi quello che ce li fa esperienziare in tutti i loro aspetti sicronicamente. Per farla breve però, siamo emo! E parliamo di tipe che ci mandano in bianco e di quelle che non…

Dal vivo sicuramente non deve essere semplicissimo riproporre la stessa intensità che troviamo su disco, o mi sbaglio? Come vanno le cose dal punto di vista live?

Purtroppo, come diciamo sempre, bisogna davvero tener conto delle condizioni in cui suoni: se non ti senti bene o il posto “suona” male, non si capisce una mazza e suonare bene diventa veramente difficile oltre che davvero difficile ascoltare, per chi è lì, non riuscendo nemmeno a distinguere qualcosa in maniera chiara. Quindi finchè i “palchi che calchi” non smettono di fare troppo schifo, è difficile mantenere alta la qualità… Certo a quel punto cominci a lanciarti giù dal palco e scapocciare o a farti abbeverare con qualunque drink alcolico, che la gente fronte a te continua gentilmente a passarti e preghi dio di buttare fuori una nota intonata con la voce: true story, more than once. Alla fine deve essere una festa e deve esserci qualcosa che ti smuova: può essere un accordo pulito con la nota di voce giusta, mentre son tutti fermi immobili o può essere il peggio bordello.

Qual è il pregio e il difetto di “Like Sand, Through Our Fingers?

Il pregio credo sia la sua personalità, non è la brutta copia di qualcosa o qualcuno, certo questa non è una garanzia di qualità, ma di impegno. Il suo difetto è che molto presto sarà qualcosa che ci saremo lasciati alle spalle.

E dei Set In Motion?

Il pregio è che lavoriamo per metterci alla prova, che ogni pezzo è una sfida a imparare qualcosa che non sappiamo fare a esplorare un modo di ascoltare la musica che prima non avevamo: non saper fare una cosa è un ottimo inizio per imparare a farla. Il difetto… Dovreste conoscerci e farvi un’idea del bel caratterino che abbiamo tutti.

A quando il debut album?

Quando “qualcuno” ci chiederà di farlo, quando vedremo che non siamo gli unici a crederci. Sicuramente quando qualcuno investirà insieme a noi, non solo denaro ma anche tempo e impegno.

Progetti per questa seconda parte di 2015?

Suonare molto e scrivere un paio di pezzi nuovi. Uno è già pronto, and it’s going to be huge!

Un saluto ai nostri lettori?

Grazie pe la gentile attenzione al nostro lavoro e speriamo di vederci sopra, sotto e ovunque vicino al palco.

Intervsta a cura di Golem

Autore:

Alessandra Sandroni