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Intervista Castaways Roaming

Recenti autori di “The Middle End”, i Castaways Roaming sono un volto nuovo della sempre ricca e interessantissima scena rock italiana. Eccoli a voi.

Ciao ragazzi, benvenuti su Ondalternativa. Partiamo col raccontare come ha preso il via questo progetto?

Innanzitutto, grazie a Ondalternativa per questa opportunità! La nostra band è nata ormai quattro anni fa, un po’ per caso un po’ per la necessità di esprimere il nostro mondo interiore. Ci conoscevamo già, sapevamo che ognuno di noi possedeva un background musicale variegato e diverso; all’epoca, suonavamo già in diversi gruppi attivi nella nostra zona, ma dai nostri discorsi usciva forte l’esigenza di esprimerci in una maniera nuova per noi, che non mettesse al primo posto l’etichetta del genere musicale da rispettare o della moda del momento da seguire, bensì del messaggio da lanciare, dall’avere qualcosa da dire, per davvero. Questo per noi è stato e tuttora è il punto di partenza fondamentale, senza il quale una band, a nostro avviso, potrebbe anche smettere di suonare. Il sound è uscito dopo, durante le tante prove fatte, e nei conseguenti live. Ci siamo presi il tempo che dovevamo, per affinare bene il tutto. Quello che ne è uscito, secondo noi, è la rabbia, l’inquietudine e la voglia di urlare in faccia i nostri stati d’animo e le nostre emozioni, ruvide ma allo stesso tempo malinconiche, di pancia, vere. Ci teniamo che questo si colga, dalla nostra musica.

Tre soli elementi in formazione. Cosa vi ha spinto a optare per una line-up così snella? Quali sono i pro e i contro di questa scelta a vostro avviso?

Non è stata, diciamo, una scelta pensata a tavolino. Parlando e parlando ancora si è fatta strada in noi tre la forte esigenza di suonare insieme. Le nostre mire sono state fin da subito, per così dire, piuttosto “alte”: siamo in tre, ma live vorremmo che sembrasse fossimo in sei! Un po’ come quando vai a un concerto dei Muse, che ti sembra di stare davanti a un’orchestra e poi guardi bene e vedi che invece sono molti meno. La line-up è sì snella, ma non ci poniamo limiti di sonorità neanche dal vivo, cerchiamo sempre di suonare a mille e di mettere nei live, momento fondamentale per eccellenza, tutta la carica e l’adrenalina necessaria a risultare quello che vogliamo essere, potenti. Stiamo per questo lavorando per aggiungere suoni là dove secondo noi potrebbero risultare efficaci; lo abbiamo fatto nel disco e ci piacerebbe replicarlo anche sul palco. C’è molta collaborazione tra di noi, e il bello è che ogni idea e sperimentazione nuova viene ascoltata, smontata, rimontata, smontata di nuovo e rimessa insieme per raggiungere ciò che desideriamo. Ad ora, siamo convinti della nostra scelta. Non saremo Bellamy & co., ma siamo i Castaways Roaming, e questo è importante per noi.

“The Middle End” è finalmente fuori. Come lo descrivereste a chi ancora non ha avuto modo di sentirlo?

Il disco ci rappresenta in toto. Siamo davvero contenti di ciò, è quello che volevamo e per cui ci siamo presi il tempo giusto per crearlo. Ci abbiamo messo un po’, è vero, ma prima c’era tutto un retroterra importante da consolidare. La direzione da prendere, l’affiatamento, il sound giusto che esprimesse ciò che diciamo nelle canzoni. Sia durante la lavorazione del disco che prima, abbiamo cercato di porre l’attenzione ai particolari, negli arrangiamenti, nei giochi di voce, nei testi. A nostro avviso, in “The Middle End” questa cura si sente. O almeno vorremmo fosse così. Parlando di sonorità, è un disco ruvido, rabbioso, che vuole sbattere addosso a chi ascolta ciò che si prova dentro, nel profondo dello stomaco. Ma allo stesso tempo, lo vuole fare con la malinconia e la consapevolezza di chi sa che tante volte, anche gridare la propria inquietudine può non bastare. La melodia ha la sua importanza, soprattutto nel formare questi scenari interiori, ma allo stesso tempo non mancano riff decisi che fanno parte del nostro mondo musicale. Poi ci piacerebbe siano gli ascoltatori a farsi un’idea personale del tutto, e magari a condividerli con noi. In fondo crediamo la musica sia questo, e in ognuno di noi diversi sound e stili possono risvegliare stati d’animo ed emozioni differenti; è la vera forza della musica, appunto.

L’alternative rock è un genere molto in voga con moltissimi gruppi intenti a proporlo. Cosa spinge una band ad avvicinarsi a questo genere a vostro avviso? E cosa vi ha spinto personalmente a farlo?

L’alternative rock oggi è un gran calderone in cui tantissime band vengono inserite. E in fondo, forse, questo è e rimane: un’etichetta appiccicata addosso da chi suona e da altri addetti ai lavori. Personalmente abbiamo iniziato a lavorare al nostro progetto non avendo un’idea precisa di qualche genere avremmo intrapreso, abbiamo provato tanto e alla fine la direzione è stata questa. Certo, in noi si possono sentire echi di quello che noi stessi chiameremmo “alternative rock”, ma più che sulle definizioni ci piace concentrarci su ciò che vogliamo dire, su ciò che suscitiamo, nel bene e nel male, a chi ci ascolta. Il “come” lo diciamo, il sound, sono nati ed escono tutt’ora da soli, inconsciamente, quando ci mettiamo a provare e suonare. I nostri ascolti musicali sono quelli riflessi nel disco, tuttavia vorremmo che la nostra musica sia più “alla Castaways” possibile, piuttosto che “somigliante a…”, anche se questo è comunque inevitabile, in qualche modo. Cosa spinge una band ad avvicinarsi all’ “alternative”? Forse nel nome stesso sta il motivo. Non darsi e paletti ben definiti, ma prendersi la libertà di spaziare e sperimentare. La sfida, a nostro avviso, è anche questa.

Quali sono state le maggiori difficoltà in fase di composizione e come sono nati i brani?

Una nostra caratteristica, positiva o negativa che sia, è l’essere puntigliosi, attenti ai particolari, quasi maniacali. Cerchiamo di trattare brano che componiamo come un figlio, ognuno con una sua peculiarità, con i suoi capricci e con le sue sensazioni, umori, stati d’animo. Mentre componiamo un brano e pensiamo di aver già scritto completamente tutte le sue parti, strumentali e vocali, ci vengono di continuo nuove idee su cosa poter aggiungere, rivedere, rifare…chi ha lavorato con noi anche alla registrazione del disco, Andrea Maglia in primis, lo sa bene, e lo ringraziamo tanto per la pazienza e i consigli. Perché forse il difficile è proprio stato (ed è per noi in fase di composizione) “asciugarci”, tirare una sintesi e una somma definitiva di tutti gli ipertesti che ogni volta ci partono. Lui l’ha saputo fare egregiamente. Sia i pezzi di “The Middle End” sia quelli che continuiamo a scrivere, sono sempre il risultato di tutto questo lavoro. Nascono piano piano, partendo da un’idea di base, un messaggio da dire o un riff che arriva, quasi in un flusso di coscienza, e poi si compatta. E’ un mettersi in gioco ogni volta, lo è stato durante la realizzazione del disco e lo è tutt’ora.

Nel vostro DNA è presente a mio avviso una componente fortemente grunge. Da dove nasce l’idea di introdurre queste sonorità nelle vostre canzoni?

E’ vero, siamo consapevoli di avere quel lato. In fondo, le notti consumate ad ascoltare il bootleg del Live in Roma dei Nirvana dovevano pur uscire, in qualche modo. Ma non crediamo sia l’unico. Abbiamo ascolti musicali variegati, idee a volte anche differenti, e ci piace pensare che la nostra musica sia il risultato di tutto ciò che, negli anni, abbiamo sentito, assimilato, sperimentato, imparato a suonare. Non ci mettiamo a tavolino e diciamo: “Okay, ragazzi, questo è il pezzo grunge”. Tutto esce naturale, provando e riprovando, mettendo in pratica tutto il lavoro che dicevamo prima.

Parliamo dei testi: cosa trattate all’interno dei vostri brani?

Domanda che ci piace, molto. I testi sono al centro, perché a nostro avviso attraverso le parole si capisce davvero ciò che uno vuole dire e dare, come band. Non amiamo moltissimo gruppi con un grande sound ma con testi standardizzati o al totale servizio dell’impatto del pezzo. Le sonorità devono, secondo noi, accompagnare il mood generale delle parole, non lasciarle sole, altrimenti il risultato è un bel polpettone commerciale e nulla più. I testi parlano di sentimenti contrastanti, di inquietudine, solitudine, sconfitta. Ma anche di voglia di rivalsa, di non accettare passivamente “ciò che capita”, di interrogarci su quel che ci circonda per cercare di dare una risposta personale al tutto. E’ la nostra reazione a ciò che è preconfezionato. Poi, anche noi sconfiniamo in qualche deriva “pop”: l’ultimo brano del disco, Langley, parla di alieni e teoria della cospirazione. Degno della miglior puntata di X-Files. Deliri a parte, crediamo che le parole abbiano pari importanza di suoni e arrangiamenti, siano un tutt’uno indivisibile, che contribuiscono creare mondi interiori e flussi di idee. Questo ci interessa esprimere.

L’artwork è alquanto “naturalistico”. Cosa si cela dietro a quell’immagine?
L’immagine è stata realizzata in collaborazione con un nostro caro amico grafico, Angelo Sanvito, e ne siamo orgogliosi. Angelo ha saputo esprimere appieno ciò che volevamo dire con l’artwork. Al centro dell’immagine si vede un ponte, che così, a un primo sguardo anche distratto, non dà una gran sicurezza ed affidabilità. Il ponte porta all’interno di una fitta foresta, ma non si sa dove vada a finire. Tutto vuole essere metaforico: il ponte è il percorso sospeso che ognuno di noi fa nella propria ricerca interiore, nel definire il proprio essere, nel darsi una direzione il più possibile stabile nonostante le difficoltà. La foresta è l’ignoto, il mondo che abbiamo dentro, spesso imperscrutabile, che vogliamo esplorare ma abbiamo paura di fare. Non sappiamo dove ciò possa portare, ma crediamo che l’importante sia andare. C’è sempre una “Fine nel Mezzo”, piccoli posti di blocco personali in cui fermarsi a riflettere, ricaricarsi e ripartire con più voglia e rabbia di prima. Questo è l’artwork, questo è “The Middle End”: la nostra visione della vita, ora.

Il disco vanta un’ottima produzione. Cosa vi ha spinto a scegliere quegli studi e quel produttore?

Quando i tempi per registrare erano maturi, ci siamo guardati in giro, consultato, parlato con tante persone, ma alla fine la scelta è andata su Andrea Maglia e il suo “Bleach Studio”. A posteriori, non potevamo fare scelta migliore. Andrea ci ha subito capiti, è entrato in sintonia con noi, ha accettato la visione di ciò che avevamo in testa, sia musicalmente che non, ci ha aiutati, consigliati e ha, come dicevamo in precedenza, dato un apporto indispensabile di “asciugatura” dei brani, per renderli più efficaci. E’uno vero, che non ha problemi a stare fino a notte fonda a parlare della post-produzione, a sezionare ogni virgola per raggiungere ciò che si vuole. Lui e Meme Gerace, suo prezioso collaboratore e “figliastro” artistico, sono stati la scelta che rifaremmo altre cento volte. Un ringraziamento particolare e doveroso va anche a Luigi Galmozzi, che ha curato il mixaggio dell’intero disco. Di lui ricorderemo le lunghe telefonate e i preziosi suggerimenti dati, oltre all’enorme professionalità.

Quali band e album citereste nello specifico come affini a voi?

Mmm, allora, da dove cominciamo…beh, come detto in precedenza, ci piace dire che la nostra musica è il risultato di ascolti anche molto differenti tra loro che ognuno di noi ha. Le basi, forse, partono sì dal grunge (Nirvana, Pearl Jam) e da quell’alternative rock americano di fine anni novanta e inizio millennio, che poi ha dato origine a fenomeni come il nu metal. Ma crediamo che non siano le uniche influenze. La nostra musica è più contaminata; per esempio, nelle linee vocali ci ispiriamo molto a quello che è stato l’emo a stelle e strisce di metà anni ’90 (The Get Up Kids su tutti), e anche le tematiche dei testi ricalcano quel filone. Il background è vario, dunque, a 360 gradi. Pensate uno dei generi preferiti di Santo (chitarrista) è il jazz, e di formazione proviene da lì. Vorremmo raggiungere gli ascoltatori come Castaways Roaming, è questo il nostro (grande e ambizioso) obiettivo.

L’approccio live dei brani è posto ben in evidenza. Quanto è importante per una band come la vostra avere questo tipo di attitudine a vostro avviso?

Ha un’importanza vitale, necessaria. Sfido qualsiasi band a dire il contrario. Teniamo ben presente, già a livello di composizione, che poi porteremo i pezzi live; ci interroghiamo su che tipo di show realizzare, sull’impatto che i brani potranno avere, sulla resa vera e propria, e ci confrontiamo il più possibile con persone e addetti ai lavori a noi vicini per avere un feedback. Dal vivo ti giochi tutto, soprattutto la credibilità. Si nota subito se un progetto è costruito o è reale, siamo i primi ad accorgercene da fruitori di concerti. Live sei faccia a faccia con chi ti viene ad ascoltare o con chi è nel locale perché si suona, e ti devi conquistare entrambi. Come? A nostro avviso, credendo nella propria musica, nel lavoro fatto, nella spontaneità, nell’essere veri e credibili, appunto. Se una band lo è, viene tutto naturale. E il pubblico, in genere, ti premia.

Parlando di live, come vanno le cose? Si riesce ancora a suonare in Italia?

Crediamo si riesca ancora a suonare in Italia, certo. Bisogna avere la volontà di non mollare e arrendersi davanti alle difficoltà, che comunque si incontrano. Nessuno dice sia la cosa più semplice del mondo. La musica è un’industria e, in quanto tale, ha al suo interno persone che vivono e devono anche giustamente poter vivere di questo, o quantomeno considerarlo non solo un semplice hobby, ma una professione (anche perché la professionalità è richiesta sempre in quest’ambito, a tutti i soggetti e a qualsiasi livello). Spesso però, ci si dimentica delle band, che sono, per così dire, la “materia prima” necessaria senza le quali nulla si potrebbe creare. Non vogliamo qui fare nessun tipo di polemica, ma secondo noi la mera logica dei ricavi è la morte di un’arte come la musica.ds E’un aspetto presente e inevitabile, ma chi vuole produrre band o farle suonare dev’essere conscio anche della fatica che un gruppo, soprattutto emergente, compie per farsi conoscere. Fortunatamente, nello specifico, ci sono ancora persone e locali che la pensano in questo modo, ed è lì che ci piace proporci, ed è sempre lì che abbiamo suonato e suoneremo. L’underground è più vivo di quel che si pensi, e piangersi addosso non serve proprio a nulla. Crediamo si possa formare una rete virtuosa, è così che ci muoviamo.

Avete in cantiere un tour per il 2016?

Certamente sì, ci saranno alcune date di presentazione primaverili ed estive e poi cominceremo presto a lavorare al tour vero e proprio che partirà in autunno. Si potranno trovare tutte le informazioni sulla nostra pagina Facebook, costantemente aggiornata, e sugli altri nostri social. Non vediamo l’ora di far conoscere anche dal vivo “The Middle End”, e ci stiamo preparando a puntino per questo! Sarà uno show carico di adrenalina…scaldate le orecchie!

Un saluto ai nostri lettori?

Un grande saluto ai lettori di Ondalternativa, grazie di averci letto e…Stay Castaways!

Intervista a cura di Golem

Autore:

Alessandra Sandroni