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Intervista a Gian Maria Accusani (Sick Tamburo)

A cura di Francesca Mastracci

Lo scorso aprile è uscito Non credere a nessuno, sesto disco di inediti della band capitanata da Gian Maria Accusani che, dopo la parentesi di Back to the Roots del 2022  (riarrangiamento in chiave punk di alcuni loro pezzi storici), torna sulle scene musicali con un disco molto intenso e difficile da realizzare, il primo scritto dopo la morte di Elisabetta Imelio (cofondatrice della band, ndr). Ciononostante, i pezzi ritracciano quella che è da sempre la cifra stilistica dei Sick Tamburo nel modo, del tutto personale ed identificativo, di articolare il dolore scavando nel profondo, senza però perdere mai di vista una sorta di slancio per non affondare.

Ho avuto modo di poter scambiare qualche parola con Gian Maria e ne è uscita questa lunga intervista che potete leggere qui di seguito in cui parliamo di radici, stanchezza e pioggia dell’anima.

Le foto sono state scattate da Daniele Maldarizzi durante il live al Largo Venue di Roma lo scorso 6 maggio.

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Ciao Gian Maria, intanto grazie per questa intervista. Non ti nego di essere abbastanza emozionata nel farla.

Grazie a te! È un piacere.

Sono passati un po’ di anni ormai da quando ho assistito per la prima volta da un vostro concerto. Voi avete esordito come band negli anni in cui in Italia stava proliferando una nuova scena musicale indipendente; la  prima decade degli anni 00, infatti, spesso viene considerata come l’età d’oro per l’emergere di quello che, anche erroneamente, con una sorta di appropriazione anacronistica del temine, viene definito l’“indie italiano”. Voi eravate consapevoli che stavate smuovendo e cambiando le carte in tavola nel modo di fare musica per tutta una generazione di musicisti che da quel fermento è emersa?

Mah, guarda. Erano anni che comunque, in qualche modo, facevo già parte in effetti di quel movimento che pure si chiamava con un altro nome, ma in realtà era legato alla cosiddetta musica alternativa. Poi ha cambiato vari nomi e dopo, oltre ad aver cambiato nomi, ha cambiato anche il significato dei nomi, ma fino ai primi anni 2000-2010, come dici te, era quello. Onestamente, come ti dicevo, essendo partito anche abbastanza tempo prima, mi sono sentito sempre dentro una sorta di movimento “diverso” e quindi non non ho mai avuto la percezione che stesse succedendo qualcosa in più, perché ormai erano anni che era successo quel qualcosa in più.

Certo, capisco. E per chi non ha vissuto quella scena che vi ha visti nascere, chi sono stati e chi sono i Sick Tamburo?
Ma guarda i Sick Tamburo sono semplicemente delle persone che, avendo iniziato tempo prima con altre formazioni e avendo sempre militato all’interno, come dicevamo prima, di un genere che si contrapponeva a ciò che andava, quindi alternativo, si sono ritrovate a fare quello. Era questo, del resto, il vero significato di alternativo: alternativo a ciò che va. Quindi i Sick Tamburo sono semplicemente delle persone che avendo passato quello, essendo nate dentro un movimento di quel genere lì, hanno semplicemente continuato per la loro strada, continuando a fare ciò che volevano, ad essere ciò che son sempre stati. E quindi, tutto sommato, un percorso di una naturalezza unica direi.

Che poi è un po’ lo stesso discorso che c’era stato a partire dal Great Complotto insomma, no?

Sì, esatto. Proprio per quello che dicevamo. Io a 13 anni sono entrato in questo movimento che si chiamava appunto The Great Complotto, che era un movimento che si rifaceva a quello del punk britannico del ‘77. Io ci sono entrato proprio da piccolissimo; sono stato l’ultimo ad entrarci negli anni ‘80. Essendoci entrato così giovane, ho iniziato ad avere a che fare da subito in pratica con la musica in un mondo che non era quello della massa. Poi ho anche avuto la fortuna di passare dei momenti in cui il nostro mondo alternativo ha preso spazio nei canali della massa, quelli ufficiali. Per un po’ di anni è successo questo, poi adesso le cose sono ri-cambiate ulteriormente, però, tutto sommato, diciamo che è da quando avevo 13 anni ed ero dentro questo movimento che mi sono avvicinato alla musica di un certo tipo, fatta con un certo tipo di intenzione. Queste sono sicuramente le mie origini e me le porto dietro ancora.

Certo! E a proposito appunto della coesione che c’è stata con tutti gli altri musicisti che hanno militato all’interno del Great Complotto (tra cui Davide Toffolo, ndr), e anche dopo, secondo te ora un movimento del genere ha o avrebbe modo e voglia di nascere nelle nuove generazioni di musicisti?

Beh no. Non lo so, però credo che sia più difficile proprio per come è improntata la nostra vita in questo momento. Con internet ora c’è una facilità ad ottenere tutto ciò che si vuole e con una velocità che, chiaramente, in qualche modo, non non ti spinge ad aggregarti e fare cose che erano difficilissime, quantomeno una volta, da ottenere e da fare. Quindi credo che sia proprio il nostro tipo di vita che allontani questa possibilità. Poi mai dire mai, ma all’epoca non c’erano i mezzi e soprattutto nelle cosiddette piccole città di provincia era più facile aggregarsi per cercare di ottenere ciò che nelle piccole città non c’era. E da lì la forza del fare queste cose in provincia.

A proposito di provincia, che ruolo ha avuto Pordenone per te? Cioè, ovviamente sì ha avuto un grande ruolo nella tua formazione di musicista per quello che dicevi, ma nella tua vita? Tu vivi lì ancora giusto?
Sì, sono stato anche via da Pordenone. Ma comunque resto a vivere qua anche perché sono sempre in giro a suonare, quindi poi tornare e stare nella mia piccola tana non mi dispiace per niente. Ci sto anche bene eh. Cioè, in certi periodi vivo proprio come un eremita, figurati.

Posso dirti che capisco benissimo la sensazione. Perché poi si può essere girovaghi e raminghi quanto si vuole, ma c’è sempre un porto ed è bello anche avercelo, no?
Esatto, esatto, esatto.

Invece, per quanto riguarda Back to the Roots, l’hai definito anche tu in un’intervista che avevo letto una sorta di parentesi un po necessaria, per sbloccarti dopo la morte di Elisabetta, con la pandemia di mezzo che aveva favorito una sorta di ristagno. Come è stato performare i pezzi live la prima volta, dopo che avevano preso forma?

È stato abbastanza semplice, anche perché, per quanto mi riguarda, io con quel tipo di roba lì, cioè con quel tipo di arrangiamento che poi abbiamo usato per Back to the Roots, ci sono quasi nato, almeno dal punto di vista della chitarra. Perché quando ho iniziato a suonare la chitarra ho iniziato a fare quel quel tipo di cose lì. Quindi è stato un passaggio estremamente semplice dalla registrazione a mettere in piedi i pezzi per il live; è stato un passaggio veramente così naturale. Poi ci siamo divertiti tantissimo perché comunque è una roba molto energica, infatti l’anno scorso siamo andati in giro con quel disco ed è stato un sacco bello.

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Invece, arriviamo adesso al nuovo disco: Non credere a nessuno. Chi è il nessuno a cui non bisogna credere? E a chi o a che cosa, se c’è, bisogna credere secondo te?

Mah, allora, parto dal concetto che secondo me l’unica cosa a cui bisogna credere è a quello che riusciamo a sperimentare, perché ciò che riusciamo a sperimentare diventa la nostra vera realtà e ciò che proiettiamo dentro noi stessi. Non credere a nessuno è una sorta di bandiera, di fotografia del fatto che, almeno per quanto mi riguarda, è giusto ascoltare tutti perché comunque tutti hanno qualcosa di potenzialmente molto interessante da dire, ma poi finché quelle rimangono nozioni che gli altri in qualche modo ti appioppano, ti vogliono regalare, e non sono tue, non sono realtà. Diventano realtà quando tu, come dicevo prima, le introietti dentro te stesso e le sperimenti. Quindi l’unica roba a cui bisogna credere, secondo me, umile parere, è proprio la sperimentazione su se stessi. È una cosa che tu provi e può anche essere sbagliata, però nel momento in cui fai quell’errore e ti rendi conto che basta andare nella direzione contraria ed è la strada giusta o, se la sperimenti e vedi che è la strada giusta, ti trovi immediatamente a tuo agio e continui per quella strada. Cioè, quando sperimenti una cosa, la fai tua, mentre quando la senti dire dagli altri, per quanto con intelligenza uno possa capire che abbia un senso, non è mai tua veramente. E quindi non è mai veramente reale.

Sono totalmente d’accordo.  In “Fino a farcela” c’è un verso secondo me bellissimo in cui dici “ogni sensazione arriva da un pensiero stanco”. È così che nascono i pezzi? Cioè, a livello compositivo, parti da una sorta di stanchezza dell’anima?

Beh, in parte anche sì, è una stanchezza psicologica e faccio riferimento ovviamente a quello. Io l’ho definita stanchezza ed è un momento in cui senti che le cose non ti quadrano. Ecco, diciamo che per me quella è sempre stata una grande spinta alla scrittura e ho sempre usato la scrittura come il modo più efficace per risolvere delle questioni difficili o, se non riesco a risolverle, almeno a renderle più leggere. E quindi sicuramente quella cosa mi facilita molto.

 

E in questo modo mi hai risposto anche ad un’altra domanda che volevo farti. Negli anni ci hai insegnato un po’ a vivere in pieno la nostra pioggia interiore. Mi aggancio al pezzo del disco “Piovere ancora”, in cui tra le righe si legge che ok, pioverà per sempre, però poi arriva un momento in cui capisci un po’ come affrontarla questa pioggia.

Certo, la pioggia ci sarà sempre e l’importante è godersi i momenti in cui non c’è e soprattutto, ancor più di questo, capire che la pioggia va accettata. E nel momento stesso in cui l’accetti, e torniamo al discorso dell’esperienza, ti rendi conto che non è neanche così brutta poi alla fine.

È così! Nel disco c’è anche un feat. con Roberta Sammarelli in “Per sempre con me”. Come è nata l’idea di fare questo pezzo insieme con Roberta?

Mah guarda, con la Roberta ci conosciamo da tanto tempo, però negli anni della pandemia, ci siamo avvicinati per varie ragioni e ci siamo resi conto che avevamo diversi gusti musicali in comune, un feeling musicale abbastanza marcato insomma. E quindi, quando stavo facendo questo album, avevo questo brano che non ero convinto se mettere dentro al disco dei Sick Tamburo. Ho sentito Roby e le ho detto: “guarda ho questo brano che non son sicuro di metter dentro al disco; se te lo mando e lo ascolti, mi dici cosa ne pensi?”. Quindi gliel’ho mandato, adesso cerco di sintetizzare, lei mi dice subito che le era piaciuto molto e questo mi ha reso contento. In quello stesso preciso istante, mi è venuta in mente questa roba e le ho detto: “guarda, secondo me dovresti cantarlo tu con me”. E lei mi ha risposto: “beh dai, sì, ci provo”.

E ci è riuscita alla grande.

Sicuramente.

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Per quanto riguarda invece l’artwork del disco, l’illustrazione è a cura di Alessandro Baronciani, che aveva già lavorato con voi.

Con Baronciani diciamo avevamo già avuto un’esperienza lavorativa perché la copertina del primo disco del 2009 l’aveva proprio fatta lui e chiaramente quella lì per noi è stata una copertina molto importante perché quello è rimasto un po’ il logo dei Sick Tamburo. Siccome comunque poi siamo rimasti amici, ci siamo sentiti quest’estate per altre cose e quindi è venuto spontaneo quasi mettersi a lavorare sul disco nuovo. Quindi possiamo dire, almeno al momento, che lui ha fatto la prima e l’ultima copertina dei Sick Tamburo. Sperando che non sia proprio l’ultima definitiva ecco (ridiamo, ndr).

Beh no, certo! L’ultima per ora. A proposito di immagini identificative, voi avete questo passamontagna ormai da 15-16 anni. Senti mai il desiderio di liberartene?

Mah guarda, tante volte ho sentito desiderio di liberarmene e alcune volte, anni fa, ci abbiamo anche pensato ma in realtà poi il passamontagna ci è sempre piaciuto. Poi è anche una sorta di, come si può dire, cifra estetica, no? E quindi alla fine abbiamo sempre deciso di mantenerlo proprio per una questione estetica anche se ogni tanto, almeno negli ultimi anni, nelle interviste lo tolgo. Ogni tanto mi piacerebbe tirarlo via anche nei live, ma ma non per chissà quale ragione, semplicemente per non avere un filtro con la gente. Perché il passamontagna, per quanto bellissimo almeno dal punto di vista estetico, chiaramente è sempre un filtro con la gente e quella roba un po’ mi secca. Ma credo che ormai tutti abbiano capito come siamo e chi siamo, quindi sono relativamente tranquillo in questo.

Per noi ormai è talmente identificativo che non lo percepiamo più come un filtro.

Specialmente all’inizio era così, ora sempre meno. Uno che ti vede in faccia è sempre più facile, no? Però per ora va bene così, dai.

D’accordo. Ti faccio l’ultima domanda: prima stavamo parlando dei tuoi esordi. Nello spettacolo che hai messo su lo scorso anno “Da grande volevo fare il musicista”, che è un po’ la tua sorta di autobiografia musicata, fai un intreccio tra racconto e canzone. C’è una forma espressiva che ti è maggiormente confacente oltre quella musicale, o comunque hai intenzione di cercarla in qualcos’altro che non sia la musica?

Non credo serva che la cerchi. Perché comunque a me quando un’espressione mi piace, la uso più che posso. Cioè vado dalla lettura alla fotografia, o altro, ma diciamo che la musica per quanto mi riguarda è la cosa che più mi tocca dentro e questo è il motivo per cui probabilmente ho scelto di entrare in quel mondo. Però diciamo che ci sono dei libri che ogni tanto ho ancora il bisogno di leggere e rileggere ancora, perché comunque alla fine è scrittura che rientra nella scrittura. Voglio dire, non sono un amante delle poesie in generale, però ci sono dei poeti, anche meno famosi di altri, di cui ho letto qualche poesia e sono rimasto talmente colpito, quasi folgorato. Quindi diciamo che non ho un limite e non serve che cerchi niente perché quando mi arriva una roba la prendo e ne usufruisco a modo mio sicuramente.

A prescindere insomma dalla forma nella quale il messaggio viene espresso. Assolutamente d’accordo.

Assolutamente.

Io ti ringrazio molto ti abbraccio. È stata molto bella questa chiacchierata.

Io ringrazio te. Mi fai contento! Un abbraccio.

 

Autore:

Francesca Mastracci