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Gli album del 2023 di Ondalternativa

Se tutti i bilanci che vengono normalmente stilati negli ultimi giorni di un anno fossero parimenti qualificabili con il grado di interesse con cui vengono accolti, sarebbero di certo un ottimo esercizio di analisi e riflessione per tutti gli addetti ai lavori nei vari settori del vivere pubblico. Quale sia poi la loro effettiva valenza e utilità continuo a chiedermelo, mentre sono in procinto di stilare quella che è la nostra lista delle migliori uscite sulla lunga distanza di quest’anno che si sta pian piano affacciando al suo tramonto.

Gettare uno sguardo indietro sui dodici mesi appena trascorsi dal punto di vista discografico ovviamente ci fa fare qualche incursione anche al percorso che abbiamo intrapreso come webzine quest’anno. Il 2023 è stato infatti un anno che ci ha portato tante soddisfazioni a livello redazionale e ci ha fatto crescere, facendoci affacciare sul social che per tanti anni avevamo allontanato dalla nostra linea editoriale per paura che le tempistiche lapidarie e la lusinga di un apprezzamento dai contenuti facili potessero essere in qualche modo fattori contrari al nostro modo (anacronistico, ve la lascio passare) di interpretare il concetto di divulgazione musicale. Ma instagram si è rivelato infine un prezioso alleato, che ci auguriamo resti sempre una porta verso la Narnia dei nostri articoli, live report ed interviste.

Senza addentrarmi su quanto ci abbia reso grati aver fatto parte della cerchia dei grandi festival (anche di generi che fino a qualche tempo fa non avevamo avuto modo di approfondire), e senza neppure passare in rassegna le bellissime interviste che ci sono state concesse, credo sia giunto il momento di terminare questo preambolo e snocciolare alcune delle uscite che a nostro parere hanno scandito i momenti salenti della discografia annua, a cui farà seguito una (ormai tradizionale) playlist in cui inseriremo un corollario maggiore dei nomi degni di nota.

Iniziamo.

Il 2023 è stato un anno molto ricco dal punto di vista discografico che ha visto molti ritorni, alcuni dei quali preceduti da un ampio carico di aspettative e attese, possiamo dire con tranquillità ben ripagate.

Pj Harvey è tornata a tessere la sua rete lirica con un capolavoro dal punto di vista testuale, che ha avuto l’ardore di presentarsi come un tributo ai grandi poeti della letteratura inglese passando per  William Shakespeare fino ad addentrarsi nelle lande romantiche di John Keats e Samuel Taylor Coleridge. I Inside the Old Year Dying è tutto incentrato sull’edonismo verbale, esaltato dalla vocalità suadente di Polly Jean che segue il flusso ritmicamente cadenzato su un incedere che sembra scandire il tempo nella sua lenta monotonia degli istanti, tra chitarre pulsanti, riverberi abrasivi, incursioni pianistiche e un sound chiaroscurale dolce e malinconico.

Altro atteso ritorno è stato poi everything is alive degli slowdive, punto di riferimento assoluto per lo shoegaze britannico degli anni Novanta (Souvlaki del 1994 resterà sempre una pietra miliare indispensabile per il genere e capolavoro assoluto). Il disco è una carezza piena di amore, e al contempo di sofferenza, nei confronti della vita. Tra toni malinconici e quella potente miscela di arpeggi elettronici  e sintetizzatori oscuri, che si fanno strada tra linee di basso evocative e riff distorti, si insinuano le sempre presenti melodie dream pop eteree e trasognanti. Il sound della band resta riconoscibile e la resa stilistica non li tradisce minimamente, ma si percepisce anche qualche punto di sgancio  con le produzioni iconiche del passato.

Ma possiamo dirlo, il disco più atteso dell’anno è stato The Ballad of Darren dei Blur. L’ultima fatica della band simbolo del britpop è un lavoro ambizioso, annunciato dagli stessi come il loro disco della maturità. E così è. Con sguardo nostalgico, ma ben attento a non cadere nel dedalo degli anni ormai andati, Damon Albarn e soci  arrivando a trascinare lentamente l’ascoltatore in un vortice pervasivo con ballad suadenti, volte a ripercorrere gli stilemi più classici ed elaganti delle rock-ballad con quella punta di sfrontatezza sonora che sempre li ha contraddistinti. Leonard Cohen è il nume tutelare di questa fase della loro produzione, attentata e curata, frutto di una ricercata competenza tecnica. Ipnosi ritmiche adagiate su strascichi sophisti-pop dal sapore smaccatamente albionico e percorse da incisi elettrici deflagranti ma mai troppo ficcanti. Nella top 3 dei dischi migliori dell’anno.

I National anche sono tornati, dopo una profonda crisi depressiva per Matt Berninger che stava mettendo seriamente a repentaglio le sorti della band. First Two Pages of Frankenstein, nono album in studio della band originaria di Cincinnati, si presenta come il disco della rinascita: raffinato e sofisticato sposa perfettamente l’estetica del gruppo, senza lasciare che questa gli resti mai troppo incollata. È una lente che scruta l’abisso per capire come si riesce a restare a galla. Al disco ha fatto seguito, soli cinque mesi dopo, Laugh Track, presentato come sua sorta di b-side; non lo abbiamo accolto con lo stesso entusiasmo del suo prodromo, pur riconoscendone la valenza qualitativa di fondo, puzza troppo di marchettata per apprezzarlo fino in fondo.

 

Átta dei Sigur Ros arriva a rompere un silenzio discografico durato dieci anni. Nel loro ottavo album in studio (come suggerisce il titolo stesso del disco che significa, semplicemente, “Otto”), ogni singolo brano inizia e finisce con qualche istante di totale assenza di suono. Si entra e si esce dai brani in una sorta di rituale ipnotico che è una carezza, un invito velato all’ascolto attento e concentrato, alla catarsi. L’attenzione che i Sigur Ros pongono sui singoli elementi è la chiave di volta di un disco estremamente scarno e raffinato, introspettivo. (Recensione completa del disco a cura di Alessandra Sandroni qui).

 

Grandi conferme e belle scoperte in ambito di quel moderno post-punk che il wrapped di Spotify ci ha insegnato chiamarsi crank wave (alzi la mano chi, vedendoselo apparire tra i propri ascolti frequenti, non lo ha googlato).

Sostanzialmente, il 2023 ha mostrato una comprovata e diffusa tendenza alla svolta sperimentale tra le band che ne fanno parte, dando sfoggio di una particolare attitudine verso l’interpretazione avanguardista del genere.


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Food for the Worm Il terzo capitolo in studio del quintetto di South London segna un passaggio importante per la loro discografia. Il risultato è un disco che Charlie Steen, frontman della band, ha definito come la loro personale Lamborghini, epiteto con il quale ci sentiamo di essere d’accordo per una serie di fattori; primo fra tutti, proprio per quell’immediatezza sonora che pure risulta accurata rielaborazione della potenza ritmica di derivazione post-punk. Denso e ricercato, non privo di sbavature, ricco di sonorità oblique più o meno fruibili, nel suo modo di trovare espressione in composizioni che scardinano l’incedere lineare dei pezzi in termini di progressione.

Tra tutti, però, il disco che con molta probabilità si aggiudica il podio per chi scrive, è Gigi’s Recovery  dei Murder Capital. A lungo (erroneamente) considerati come “fratelli minori dei Fontaines D.C.”, i Murder Capital dimostrano in maniera lampante con questo disco quanto tale etichetta risulti più che mai fuori luogo, confezionando una tracklist nella quale danno un’interpretazione matura e del tutto personale di un genere che seppur li definisce, certo non li inquadra. A livello musicale, gli scenari plumbei del primo disco si liquefanno in un’abrasività che risulta più soffusa laddove, pur mantenendo le dissonanze, le intarsia con geometrie melodiche dalle trame meno fitte. Un post-punk raffinato che tocca corde profondissime mentre James McGovern intona versi che risuonano per la loro incredibile forza evocativa.

Degno di menzione speciale anche l’ultimo lavoro dei Protomartyr, la cui produzione incessante nel corso di questi anni non ci ha mai delusi.  Post-punk made in America, funereo e dissacrante quanto parimenti impegnato. Formal Growth In The Desert è un disco che spinge l’asticella verso lande che lambiscono addirittura lo shoegaze, ma restando sempre fedele alla matrice più verace del genere di cui si fanno ambasciatori oltreoceano. Le declamazioni di Joe Casey, leader strambo e carismatico, riescono a valorizzare perfettamente la consistenza sonora tenuta insieme da un tessuto di ritmi convulsi e squadrati, chitarre irte e avvolgenti linee di basso. Restano i più old-school e ci piacciono incredibilmente proprio per questo.

Disco di cui si è parlato poco, ma che a mio avviso risulta particolarmente degno di nota è Perfect Saviors dei The Armed, la “punk band from Detroit, Michigan” come in maniera lapidaria si autodefinisce il collettivo americano. Questo ensemble, di cui non si sa specificatamente chi ne faccia parte, fonde in maniera ardita post-hardcore, elettronica, math-rock e pop: sì, tutti insieme, e sì anche all’interno di uno stesso pezzo. Un disco ambizioso e folgorato, sapientemente confezionato dal produttore Tony Wolski e arricchito da illustri collaborazioni (tra cui Julien Baker, Troy Van Leeuwen e Ben Chislom tanto per citare dei nomi) che contribuiscono a realizzare un lavoro plurale, a tratti caotico e ridondante, ma facilmente passibile di loop.

Li abbiamo nominati prima i Fontaines Dc. Sveste i panni di sciamano post-punk, Grian Chatten concede alle stampe quello che definisce il suo lavoro più intimo. Chaos For The Fly  è un concentrato folk-rock che in nove capitoli raccoglie storie di luoghi e persone (l’Irlanda è sempre presente, ma stavolta ci spostiamo a nord di Dublino) con una narrazione che raggiunge un livello lirico ineccepibile. Placa l’irruenza e si concede la delicatezza di note arpeggiate, beat soffici che si avviluppano a fluttuanti riff, dando spazio a gioielli che non avrebbero potuto trovare altra forma se non questa.

Lil Yachty –  Let’s Start Here L’eccentrico rapper di Atlanta lo aveva annunciato così: “non-rap, alternative e psichedelico”. La descrizione è appropriata, ma il disco è anche tanto altro. I saliscendi sono tanti e difficili da tracciare: si passa dalla neo-psichedelia alle influenze di matrice black, episodi soul ed r’n’b in stile Frank Ocean per un totale di 57 minuti che si ergono come una pietra angolare, allontanandosi in numerose esplosioni sonore e contaminazioni di genere che per lunghi tratti disorientano l’ascoltatore, creando una compagine intrinsecamente magnetica (recensione complete a cura di Davide Capuano qui)

 

Primo posto in lizza per il miglior esordio sulla lunga distanza di quest’anno Dogsbody del quartetto di Brooklin Model/ Actriz, musicisti eccentrici e performativamente conturbanti che confezionano un disco che già al primo ascolto colpisce per la prepotenza espressiva con cui si articola. Chiaramente riconducibili alla scena post-no wave americana, si contraddistinguono per un modo estremamente sensuale e prorompente di articolare un’estetica avanguardista fondendo edonismo e nichilismo, tra deviazioni industrial, noise e sasscore.

Gran bella conferma per il trio composto da Julien Baker, Phoebe Bridgers e Lucy Dacus, che dona alle stampe il primo disco sotto il nome di boygenius (il precedente ep omonimo del 2018 non aveva l’ambizione di consacrarle come progetto). the record è un disco corale, nella piena tradizione del cantautorato femminile americano indie-rock tra arrangiamenti strumentali, carezze melodiche, e portentosi riff di chitarra elettrica. Un racconto a tre voci in cui le tre artiste danno spazio di espressione alle rispettive sensibilità che pure nei loro nodi di congiunzione non si distaccano molto l’una dall’altra. Emozionale ed impegnato nella ridefinizione dei canoni di genere, suona come una ventata di aria fresca.

Concludiamo con il capolavoro di Steven Wilson, The Harmony Codex: un’altalena di sonorità, un viaggio intenso tra stacchi di silenzio, tappeti di synth e divagazioni chitarristiche, tutto incastonato in maniera coesa e organica con una produzione di primissimo livello. Con questo lavoro, Wilson svela la sua identità da demiurgo di universi musicali sognanti, incanalando sagacemente quelle spinte che lo avevano allontanato – non senza qualche fatica – da un progressive di nicchia, in un’opera la cui cura dei dettagli è degna di un pittore rinascimentale ma con un nucleo estetico accessibile ad una larga fascia di ascoltatori. (Recemsione a cura di Davide Capuano qui )

 

Infine, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare ogni singola persona che ha creduto in noi e ci legge costantemente, dando un senso a quello che facciamo e supportando una realtà che speriamo possa crescere sempre di più.

Vi auguro di avere sempre tanta curiosità e voglia di scoprire nuova musica. Di non restare mai ancorati ai pregiudizi (musicali et al.) e di sentirvi liberi nel lasciarvi invadere dalla passione per la musica.

Noi faremo del nostro meglio affinché questo accada.

Grazie a tutte e tutti,

F

 

 

Autore:

Francesca Mastracci