- Thеy fear what they can’t love
Thеy can’t love
Be your own light when there is none - AMON AMOK
L’ultimo disco dei Converge è un capolavoro. L’ho detto, forse troppo prematuramente subito dopo averlo ascoltato la prima volta; lo ribadisco ora, in maniera certo più lucida e ponderata, dopo non aver praticamente ascoltato altro per tre giorni di fila.
Per una band all’attivo da trentasei anni con un bagaglio di dischi seminali alle spalle, non è certo cosa da darsi per scontata. I Converge hanno ridefinito un genere e chiunque oggi ami il metalcore non può riconoscere la germinalità che un lavoro come Jane Doe (2001) ha avuto nei confronti di tutta la produzione -core (nel senso più ampio e comprensivo possibile) che ne è seguita.
Dopo la parentesi eterodossa del disco collaborativo con Chelsea Wolfe del 2021 (Bloodmoon: I) in cui avevano scalato la marcia per dirigersi verso sonorità più spettrali e rarefatte, con Love Is Not Enough, pubblicato il 13 febbraio via Epitaph, la band di Salem torna a rimarcare le basi strutturali entro le quali sa muoversi con particolare maestria.

Non c’è, come non c’è mai stato, autocitazionismo di sorta (il che, possiamo dirlo senza il rischio di essere linciati, non è del tutto semplice soprattutto per questo genere), ma c’è una coerenza espressiva che ci lascia disarmati. Basta, infatti, ascoltare i primi accordi di ogni pezzo per respirare quell’aria familiare ma mai posticcia che da quasi quattro decenni ha permesso loro di costituire un sound paradigmatico e una poetica in grado di fondere forza e vulnerabilità, resistenza e nichilismo.
A trainare le redini del disco c’è il desiderio di non soccombere al fascino delle sovrapproduzioni o di orpelli sensazionalistici vari ed eventuali, come ha dichiarato il cantante Jacob Bannon. Con un’onestà compositiva ravvisabile dal punto di vista strutturale, esecutivo e tematico, i Coverge cercano di rubricare il concetto di amore, che pure è sempre stato pivotale nella loro disamina delle emozioni (citatemi un loro disco in cui non compare per meno di una decina di volte il termine ‘love’), secondo un nuovo vocabolario dei sentimenti di questi tempi moderni.
I testi si slacciano un po’ dal lirismo introspettivo (seppur universale) che contraddistingue la penna di Bannon e si rivolgono verso un tipo di malessere endemico, radicato in questa precisa epoca storica. In questo senso, si inserisce il monito di “Distract and Divide” come forma di assoggettamento di cui si nutre in maniera subdola il potere; o gli anestetismi di massa verso cui siamo addotti sia a livello emotivo (“Feel Something”) che a livello psicofisico (“Gilded Cage”- dove, nello specifico, si prende sotto attacco l’industria farmaceutica e l’epidemia di oppiacei).
Dal punto di vista musicale, la dirompenza della titletrack posta in apertura è indicativa delle sonorità che cospargono il resto della tracklist. Senza chiedere permesso, i riff angolari di Kourt Balou (tra l’altro, produttore della band) ci vengono scaraventati contro come una scarica elettrica, indistricabili dalla batteria torrenziale e imprevedibile di Ben Koller e da un basso che Nate Newton lascia sempre sull’orlo dell’esplosione ribollente.
La prima metà del lotto procede spedita su questa traiettoria con pezzi asciutti, brutali, che trovano nel caos più sfaccettato e polimorfo la propria ragion d’essere. A squarciare il disco, nella sua esatta metà, arrivano però i tintinnii incombenti di “Beyond Repair”, pezzo interamente strumentale che ci tiene sospesi su un filo, come in attesa perenne di qualcosa di terribile. Sta arrivando, arriva, eccolo.
È così che veniamo introdotti al doom dal sapore sludge della parte due, quella in cui i brani si distendono e prendono traiettorie in cui si fondono ritmiche serrate a interferenze lugubri. La frenesia si scioglie nella pece e diventa vapore asfissiante (come in “Gilded Cage”).
La chiusa di “We Were Never The Same” è una suite tribale multiforme simile a una cavalcata infernale che non rallenta mai la sua corsa, lasciando un senso di vuoto quasi incolmabile esacerbato anche dalla tematica del brano (“why do we all gather to mourn yet not to cherish?” – perché si sta insieme solo per piangere un lutto e non per gioire?)
Con sguardo lucido e sopraffini cataclismi sonori, i Converge ci portano a chiederci che ne sarà di noi se l’unico modo che a volte ci resta per vivere è sperare di non morire. E, alla fine dei conti, forse accettare che l’amore non basti più può rivelarsi la maggiore forma di empatia al mondo.

TRACKLIST:
1.Love Is Not Enough
2. Bad Faith
3. Distract and Divide
4. To Feel Something
5. Beyond Repair
6. Amon Amok
7. Force Meets Presence
8. Gilded Cage
9. Make Me Forget You
10. We Were Never the Same