Andare ai concerti di artisti italiani all’estero mi ha sempre dato la misura di come in fin dei conti basti poco per sentirsi riconnessi alle proprie radici e di come, per una strana ironia della sorte, riusciamo ad avere un forte senso della nostra identità nazionale (nel valore più etimologico del termine, senza ovviamente alcuna implicazione politica di sorta) solo se ci guardiamo al di fuori di questo “paese che sembra una scarpa” (cit. non a caso). Non siamo in fondo così brutti quando non abbiamo un contesto circostante che ci abbrutisce. E se ogni tanto bisogna ritrovarsi all’estero per capirlo, ben venga.
Ma mettiamo da parte queste poco elucubrate divagazioni antropologiche per parlare del fatto in questione.
L’evento stavolta era addirittura un festival di due giorni organizzato dalla booking toscana LOCUSTA (in collaborazione con Citizen Live e TIJ Events) nel cuore di Camden Town a Londra, in un locale – il Dingwalls – che ha fatto la storia della musica live in UK (nel locale si sono esibiti, tanto per citare dei nomi, anche i Clash, i Sex Pistols e i Ramones).

La line-up del Londra Festival ha visto alternarsi sul palco band veterane nel panorama della musica alternativa italiana con uno spiraglio aperto sulle nuove leve. È stata infatti Lamante il 25 aprile ad aver dato avvio al festival, catalizzando immediatamente su di sé l’attenzione di tutti i partecipanti, anche di chi non la conosceva, con solo la sua chitarra (che qualche Andrea Appino a caso potrebbe dire scordata) e quel modo di cantare squisitamente sguaiato che mi ha fatto inevitabilmente pensare al Vasco Brondi di Canzoni da Spiaggia Deturpata. Ruvida e straziante, la sua performance, in grado di restituire uno spirito punk che riecheggia sottotraccia tra le note del set acustico. Ci racconta del nuovo singolo in uscita a breve, corredato da un video girato in Lituania, nella Collina delle Croci, si lascia sfuggire qualche spoiler e ci fa cantare insieme a lei nelle ripetizioni ossessive e struggenti dei suoi cori.

Un buon inizio, insomma, che apre la strada per la dimensione intima da cabaret triste che solo Dente riesce da sempre a mettere in scena in maniera totalmente sui generis. Il cantautore emiliano, con il suo humor agrodolce e la sua tenera malinconia ci fa rivivere istanti di qualche anno fa che sembravano seppelliti lontano dentro di noi. Ma bastano pochissime note di “Baby Building”, “Vieni a vivere” o “Coniugati passeggiare” per farci tornare alla tenerezza (santa, sic.) di qualche decennio fa e sentirci con il cuore sospesi in un limbo di possibilità che devono ancora accadere. Ma in fondo non è forse ancora così? Vent’anni di carriera e sentirli tutti, ma portarseli benissimo (come i suoi presunti 84 anni, del resto).

Terminano la prima serata gli Zen Circus, che toccano Londra come una delle tappe del tour europeo per i 10 anni di La Terza Guerra Mondiale, disco che li ha consacrati verso il grande pubblico. Purtroppo, l’assenza di Karim Qqru (che si è dovuto assentare a causa di un lutto familiare) è stato un macigno che ha gravitato per tutta la durata del loro live, ma ci ha pensato Michele Esposito (preso in prestito dai Ministri) a colmare il vuoto dietro la batteria nel modo migliore in cui potesse farlo. La regola, nonostante tutto, resta sempre la stessa: “più voi fate casino, più noi facciamo casino”. E così sia. La scaletta sciorina ovviamente molte delle tracce presenti nel disco del 2016, dall’imprescindibile title-track a “Ilenia” (che crea un bel panico nel parterre), per poi passare a “Non voglio Ballare” e “Pisa Merda” (perché, ricordiamocelo, il fetore ce lo portiamo dietro anche nei recessi di Camden Town), fino a toccare quella carezza di cui ormai abbiamo tutti imparato ad aver bisogno ai loro concerti de “L’anima non conta”. Non mancano svariate capatine alla discografia più o meno recente: “Andate tutti affanculo” fino a “È solo un momento” e ovviamente “Viva”. Gli Zen ci ricordano cosa significhi sentirsi stretti in un abbraccio collettivo che travalica nazioni, corpi e dolori, con la musica a far da collante e quel bisogno di sentirsi esistere sottopelle che vive nella resistenza; ed infatti ci ricordano fieramnete che il 25 aprile è la festa della Liberazione, la più bella del nostro Paese (e anche per contingenze diverse, del Portogallo come ci insegna Ufo).

La seconda serata prende avvio proprio da queste premesse con il live acustico del Management del Dolore Post-Operatorio. Era un po’ che no li vedevo dal vivo e, con tutta onestà, è stato uno dei loro concerti in cui mi sono emozionata di più (ovvero: ho pianto proprio come una fontana su “Naufragando”). La loro scaletta è un intreccio di pezzi che provengono da tutta la loro discografia; alcuni fa un po’ strano sentirli solo voce e chitarra (tipo “Un incubo stupendo” o “La pasticca blù”), ma Marco e Luca sanno riempire bene le dinamiche sonore e ci restituiscono un set che ci lascia tutti travolti nel vero senso della parola (lo stesso Luca credo si sia portato a casa una serie di lividi in varie parti del corpo, lanciandosi in spericolati stage diving – per anticipare una pratica che qualche ora più tardi avrebbe ben accolto anche Divi dei Ministri). Li salutiamo così, con gli occhi che ci brillano di sogni irraggiungibili (ché i sogni per essere tali devono essere in qualche modo irraggiungibili, altrimenti se li puoi ottenere facilmente, li compri su Amazon come tutte le cose che non servono a un cazzo – parafrasando Romagnoli).

Dopo di loro, il mood si sposta completamente e andiamo a lambire lo spirito ska-punk con i Meganoidi, istituzione vera e propria del rock alternativo italiano degli anni Zero. Il loro live ,sicuramente meno scomposto e più nei ranghi rispetto agli altri della serata, trasuda energia da ogni dove e infonde una carica ballereccia a tutti. La setlist del gruppo ligure ripropone brani iconici che non mancano di essere cantati a squarciagola da tutti. Come non lasciarsi fomentare da inni come “Meganoidi”, “Supereroi”, “Mia” e “Zeta Reticoli” (che appena parte il sax già scatena il tripudio)? Un grazie anche per l’accenno di “Bella Ciao” che ci ha fatto probabilmente sentire meno la lontananza da casa.

Dopo di loro, arrivano i Ministri ad incendiare letteralmente il palco; noi tutti, come Dragogna, siamo in un bagno di sudore dopo i primi due minuti di “Non mi conviene puntare in alto”. Ma in alto abbiamo puntato e siamo stati investiti ancora una volta dalla performance di uno dei gruppi che, a parere di chi scrive, resta da più di quindici anni senza dubbio tra i più validi in sede live che abbiamo in Italia. La teatralità di Divi, l’arte retorica di Federico e la precisione indefessa di Michele ci traghettano verso quell’irrefrenabile voglia di spingere (semi-cit.), con un continuo andirivieni tra i vari capitoli della loro discografia. “Spingere”, “La nostra giornata che tace”, “Comunque”, “Bevo”, “Noi fuori”, “Diritto al tetto” ci sconquassano le ossa. Ci ricomponiamo, ma neanche troppo, sulle note di “La Nostra Buona Stella”, “Aurora Popolare” (manifesto poetico/ideologico del loro ultimo disco, di cui è title-track) e “Il Bel Canto” (che suonano in acustico con Divi che scende a cantare tra il pubblico). Come intermezzo, un interessante tributo al re delle tenebre Ozzy Osbourne con la cover di “War Pigs” (davvero appropriata per i tempi che corrono). Mentre invece, in conclusione, ci salutano con la tradizionale “Abituarsi alla fine” che, come ci ricordano, non è mai solo un modo per “concludere un concerto ma per iniziare un concetto”, per lasciare accesa la luce su un domani di speranza e salvezza.
La dimensione raccolta dei live di band che ormai siamo abituati a vedere su grandi palchi mi ha riportata un po’ a una quindicina (e spicci) di anni fa quando iniziavo a seguirli in modo considerevolmente consistente e loro erano ancora in una fase di crescita. Uno degli aspetti che ho particolarmente apprezzato del festival è stato il senso di condivisione e comunità sia tra gli artisti che tra il pubblico, consolidato anche grazie agli aftershow che sono seguiti dopo i concerti.
È stata una bella festa che ci ha ricordato chi siamo stati e chi potremmo ancora continuare ad essere. Grazie mille a tutti per averci reso presenti.
Qui i nostri video di recap:
day one https://www.instagram.com/reel/DXloTv2CBLQ/?igsh=MWswcHI0bXlsdDd1Zg==
day two https://www.instagram.com/reel/DXoF8A1COgN/?igsh=NjltaGV6aGV0bnQ5
