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KIM GORDON – PLAY ME

Che sia da intendersi come invito a lasciarsi ascoltare o come provocazione nella capacità di farlo, il titolo dell’ultimo disco solista di Kim Gordon ci pone fin da subito di fronte al carattere sfaccettato e audace che ne è materia. La regina del rumore, che ha fatto delle distorsioni uno stilema identitario ancor prima che descrittivo, ci ha abituati in questo decennio a non ricercare troppo appellativi funambolici per incasellare la sua produzione post-sonica. Prima con No Home Record (2019), poi con The Collective (2024) e ora, forse più che mai, con Play Me, uscito a inizio mese via Matador Records.

Ma nonostante la difficoltà nel ricondurre la materia sonora che maneggia a un genere specifivo, il rumore non ha mai smesso di farsi sentire tra le sue note. Complice la sapiente produzione di Justin Raisen, che continua a saper bene come lasciare a briglie sciolte l’estro sconfinato di Kim, calibrandolo in modo consapevole verso il modo migliore per esprimere il caos che la abita secondo un linguaggio che non ha paura di vestirsi costantemente di nuovo.

shot dal video di “Not Today” (diretto da Kate e Laura Mulleavy)

Pur continuando ad osare nelle scelte, nei pensieri, negli ammiccamenti sardonici, Play Me ci si presenta meno babelico dei baccanali orgiastici di The Collective (2024), ma ne mantiene una certa ispirazione di fondo, che però viene declinata in maniera più diretta ed immediata. Nella sua languida laconicità (mezz’ora circa per dodici pezzi), il disco sciorina una serie di propulsioni sonore attraverso una pervasiva componente industrial-noise a far da collante.

Il risultato è un pastiche art-rock ben allestito che mette insieme suadenti zampilli trip-hop (come la title track con i suoi elegantissimi inserti jazzy) a sovraesposizioni dub con beat che diventano schegge ossessive e deliranti (pensiamo a “No Hands” e “Post Empire”). Ampiamente diffuse sono poi quelle propaggini trap melmose nelle quali Kim sembra sentirsi propriamente a suo agio, facendo un uso accorto di autotune nei cut-up testuali difficili da performare senza dare l’idea che si stia leggendo una lista della spesa. Come in “Black Out” o nella finale “ByeBye25!”, in cui vengono elencate tutte le parole bannate da Donald Trump lo scorso anno su un tappeto sonoro che ipnotizza per lo stridore ritmico di feedback reiterati in maniera perturbante, in perenne collisione con loop elettronici, quasi esasperanti.

Molto ben riuscite sono anche “Busy Bee”, un post-punk rutilante e sbilenco con la partecipazione di Dave Grohl alla batteria, e “Not Today”, un trionfo espressionista dove riff granitici e progressioni morbide, senza troppe sperimentazioni stavolta, si incontrano a metà strada per girare attorno a un vuoto che infine lasciano incolmabile (“there’s hole in my heart” sussurrato come fa Kim ci spezza).

Un disco dalla fruizione facile, ma non scontata, con messaggi dritti, affatto elucubrati, in cui vengono prese di mira senza troppi giri di parole le assurdità tecnologiche e sociali, che sembra vogliano scollarci progressivamente da noi stessi. Play Me è il manifesto electro-noise di una presa di posizione netta sul peso specifico che un disco dovrebbe avere in questo preciso momento storico. Farsi ascoltare in una cultura la cui soglia dell’attenzione non riesce a travalicare la mezz’ora (anche la lunghezza del disco in questo è stata assolutamente significativa) vuol dire riempire il poco spazio che si ha a disposizione con un ritmo che sposti gli animi. E ovviamente Kim Gordon ci riesce con la sua personalissima, e mai stantia, interpretazione dell’estetica del rumore.

 

Tracklist

  • Play Me
  • Girl With A Look
  • No Hands
  • Black Out
  • Dirty Tech
  • Not Today
  • Busy Bee
  • Square Jaw
  • Subcon
  • Post Empire
  • Nail Biter
  • ByeBye25!

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci