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DITZ + JENNIFER IN PARADISE - Wishlist Club (ROMA), 12.04.2025

L’ultima data di una lunga tournée si porta sempre addosso tanta stanchezza e un pizzico di malinconia.

Sai già che se sbagli il tiro conclusivo potresti rovinare tutta la partita che hai giocato fino a quel momento; per cui, vuoi dare il massimo, ancora una volta, ancora per l’ultima volta. Se lo merita il disco che porti in presentazione, la gente che ci ha lavorato, i sacrifici durante i mesi di vagabondaggio in giro per il mondo, i fan che ti hanno seguito ovunque. E te le meriti tu, come band.

Allora strumenti alla mano e si spacca tutto. Senza riserve.

Per l’ultima tappa del loro tour europeo, la band (post-)post-punk di Brighton Ditz ha scelto il Wishlist Club di Roma come scenario dove espiare ritualisticamente la catarsi live di Never Exhale (secondo disco in studio uscito lo scorso gennaio). Inutile dirlo, era sold-out.

Prima di loro, ad aprire la serata sono saliti sul palco i Jennifer In Paradise, band capitolina che ha presentato alcuni dei pezzi che confluiranno nel loro disco d’esordio, atteso per i prossimi mesi, dal quale hanno già estratto i singoli “Fucsia”, “Blu Violento” e “Rovine”. Con le loro commistioni di hardcore, post-punk, shoegaze e grunge ci regalano un live pieno di momenti in cui, tra groove immersivi e derive psichedeliche, si fanno strada interessanti appigli screamo.

Dopo mezz’ora e un cambio palco che si prende le sue dovute tempistiche, dandoci modo di respirare aria prima di venire risucchiati in quello che sappiamo già si sarebbe prospettato come un vortice di distorsioni e scariche deflagranti, arriva il momento che tutti stavamo aspettando.

Salgono sul palco verso le 23,00. Cal Francis, cantante androgino che si veste deliziosamente da signorina con una voce estremamente baritonale e sgraziata, condivide una bottiglia di vino con il pubblico prima di iniziare il sodalizio dell’ultima cena.

Il live si snoda lungo un tragitto irto di riff corrosivi e deviazioni industrial che esplodono, destrutturando il suono in vertigini claustrofobiche, trascinate da ritmiche che hanno la potenza di vibrarci nello stomaco. Mentre veniamo tutti travolti da questa schizofrenia no-wave abrasiva e delirante, il cantante passeggia tra il pubblico, cercando refrigerio nel ventilatore posto sul bancone del locale. Siamo tutti un bagno di sudore, anche senza esserci inoltrati troppo avanti nel mosh pit. E lo sono anche loro, che cercano disperatamente un posto dove farsi la doccia prima di ripartire. Chissà se sono tornati a Brighton con addosso l'odore di morte (come il tiolo di una loro canzone) o se si sono lavati.

Il live ripercorre in un'ora e un quarto circa alcune delle tracce più antiche del loro repertorio (come “No Thanks, I'm Full”, “Ded Würst”, “The Warden”, “hehe”, “I Am Kate Moss”) e altre estratte dal loro ultimo disco ma già diventate super iconiche (“God on a Speed Dial”, “Space/Smile", "Smells Like Something Died in Here”, “The Body as A Structure” e “britney”).

Mi aspettavo un concerto che mi avrebbe lacerata. Ne sono uscita fuori il doppio di quanto mi aspettassi. Suoni incredibili e attitudine a livelli altissimi.

Ah, la perfida albione!

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci