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PROTOMARTYR - Hotel Usona

Welcome back to the dream of a rotting mind
The rooms are half-empty
The hallways are where you'll survive

The Old Hotel

C’erano una volta gli Eagles e quel brano, diventato poi epitome del grande sogno americano, che è stata la vera indigestione culturale del secolo scorso, in cui veniva cantata la California come fosse stata un hotel incantato; un luogo dell’anima dove anche il viaggiatore più stanco poteva trovare ospitalità e requie.

Ecco, cinquant’anni dopo tutto questo scenario risulta completamente stravolto e l’hotel in questione si è tramutato piuttosto nel correlativo oggettivo del marcio e dello squallore sociale di Usona (acronimo di United States of Northern America) ma più in generale dell’umanità che ad essa continua a guardare come il centro del mondo. Un ritratto spietato, quanto tristemente reale, quello che i Protomartyr fanno a questo grandioso ostello in decadenza che imprigiona ogni speranza in stanze vuote con la carta da parati a stelle e strisce scrostata e le finestre sprangate, autocompiacendosi del proprio tracollo. L’aquila che campeggia in copertina privata dei suoi colori sgargianti, diventa il simbolo di questa anti-epica americana dell'età moderna.

foto presa dai canali social della band

Quando Joe Casey, voce e mente dietro i Protomartyr, ha immaginato il concept alla base di Hotel Usona, il loro settimo disco uscito lo scorso 25 settembre (come sempre via Domino Records), ha cercato di dissezionare con il suo solito cinismo dissacrante la struttura che è diventata oggi l’America nel suo suprematismo becero, la violenza imperante, la xenofobia, l’assuefazione malata verso i media e verso l’intelligenza artificiale, senza mai perdere d'occhio il fallimento quasi irrimediabile che ci rende tutti vittime e implicitamente responsabili dell’ipocrisia che invade la nostra esistenza. E in tutto questo, da neo genitore (Casey è diventato padre da poco, ndr), il peso di aver lanciato dentro un tale marasma sua figlia che pure è l’unico baluardo di speranza per poter resistere e combattere verso un futuro migliore. L’outro del pezzo di chiusura “Checking Out” è proprio una dedica declamata con la voce grave e stavolta quasi rassicurante di Casey, sulla batteria marziale di Alex Leonard, alla figlia e, con essa, alla nuova generazione di abitanti di questo albergo disfunzionale descritto nel corso del disco.

Ad arredare i corridoi spogli di una struttura in disfacimento, ci pensa Dave Fridmann, maestro di una dialettica sonora fondata sui contrasti e sul massimalismo. Il risultato è il lavoro più ricco e sperimentale della band di Detroit (alcuni hanno azzardato la qualifica di “migliore”) che spinge ulteriormente l’asticella già alzata tre anni fa con Formal Growth In The Desert. Potremmo quasi definire l’intera tracklist come una lunga suite che allarga e restringe progressivamente il mantice di ricorsività ossessiva post-punk, alimentandolo con incursioni jazzistiche molto più presenti rispetto ai lavori passati, con i fiati curati in maniera eccelsa da Jon Fridmann (figlio di Dave), gli archi e i fraseggi convulsi di piano che si inseriscono per creare ulteriore pathos alla narrazione.

Al centro del sound dei Protomartyr, resta indefessa come marchio di fabbrica un’abrasività densa, quasi materica, tenuta insieme da un tessuto di ritmi frenetici e squadrati (ottimo a tal proposito il lavoro di drumming del già citato Leonard), chitarre irte e avvolgenti linee di basso che vanno ad annodarsi al cantato di Casey. Ma pur mantenendo le dissonanze al cuore di tutta la produzione, troviamo in Hotel Usona geometrie melodiche dal piglio orchestrale ("The Knife Dream"), soffusioni industrial inquietanti (“Third Country”, “Lavender – Gospel”), fino ad intercettare un certo gusto per l’exotica anni ’50 (come ad esempio con l’uso della marimba in “Feed The Sewer” o le fanfare mediorientali in “Sounds We Can’t Hear”).

Un disco difficile e raffinato che tocca temi sociali molto scottanti attraverso uno stile sempre più ricercato dove la materia post-punk diventa la base per un intricato incastro all’interno dell’andirivieni ora cupo e funereo, ora estroso e trascinante che caratterizza il flusso ritmico. Fila dritto tra i migliori dischi dell’anno, non c’è dubbio!

Tracklist:

  1. The Old Hotel
  2. Sounds We Cannot Hear
  3. Converts
  4. Exalted Eagles
  5. The Knife Dream
  6. Feed the Sewer
  7. Lavender - Gospel
  8. Third Country
  9. Checking Out

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci