(2026, Columbia Records/Sony Music Italy)
Evita Polidoro è tante cose: è batterista jazz (ha suonato anche con un’icona come Dee Dee Bridgewater), è cantautrice con radici nel grunge (ha suonato anche all’Eurosonic di Groningen), ha lavorato con Francesca Michielin, insomma è una figura estremamente sfaccettata, una a cui non piace star ferma e che è curiosa della musica e della vita: “Mi giurano eternità” è il suo secondo disco e la rispecchia in pieno, perché si tratta di un disco in cui lei è capace di mettere in primo piano le proprie fragilità e di farlo senza risparmiarsi, senza portarsi dietro la “calotta protettiva” e un po’ altisonante del jazz e della scuola jazz in cui si è formata, ma mettendosi totalmente in gioco.
Per certi aspetti è un disco 'caveiano' (nel senso di Nick Cave), un disco che ammicca alle atmosfere dilatate di Carnage o Ghosteen e che però sa essere estremamente efficace e pungente, soprattutto con i fraseggi di chitarra (e l’apparizione di Lee Ranaldo, leggendario chitarrista dei Sonic Youth, in un brano non è per niente un caso - "I see big changes"): voci subacquee, inconscio e capacità di scavarsi dentro, tirando fuori il proprio dolore, sembrano essere il filo conduttore di questi brani che rivelano una voce nuova, fresca, viva in un panorama come quello italiano in cui le voci femminili stanno facendo, scusate il gioco di parole, la voce grossa (penso a Emma Nolde, La Nina, Francamente).
L’eternità sognata da Evita Polidoro è qualcosa che si raggiunge attraverso il dolore, ma solo rinascendo dal dolore si può scoprire se stessi. Questo disco è la giusta guida per iniziare a farlo.

Tracklist
- Ma ero io
- comelecosechenonvogliofare
- the everything happens naturally
- mi giurano eternità
- I see big changes (feat. Lee Ranaldo)
- bear in mind
- as I age