Lo abbiamo potuto ammirare durante il suo ritorno live in Italia dove lo abbiamo trovato in divina forma sul palco de La Prima Estate lo scorso giugno, e adesso Jack White torna a incantarci anche su supporto fisico dandoci in pasto tredici inediti che confermano il suo attuale stato di gloria, tutti riuniti sotto il nome di Frozen Charlotte, che sarebbe poi la scultura fotografata in copertina, quel cranio blu elettrico combinato al busto bianco di un marinaretto che fa parte della collezione dell’artista, esposta alla Newport Street Gallery di Londra fino al prossimo settembre. Le Frozen Charlotte altro non erano che una serie di bamboline di porcellana in voga negli States nel secolo scorso, che prendevano il nome da una canzone popolare nella quale si narrava la triste vicenda di una ragazza morta assiderata sulla propria carrozza mentre era diretta ad un ballo, perché non voleva nascondere il bel vestito sotto al proprio mantello.

Jack White sul palco de La Prima Estate '26
Il musicista di Detroit è rimasto talmente affascinato dall’infelice leggenda da idearci intorno un concept che non si articola solo nei testi ma abbraccia varie forme d’arte: musica, scultura e scrittura sono al servizio del genio di White che, ispirato come pochi, ha tessuto intorno a questo mito trame di chitarra sature, ricamato con variopinti testi allegorici costruendo lo scheletro dei brani intorno a sonorità seventies, blues e hard rock in una sorta di ritorno alle origini, modellandoli con il suo personalissimo tocco, come fossero creta. Se tutto sembra ad un primo ascolto costruito in funzione della chitarra, che assume comunque il ruolo di protagonista, a ben vedere l’intera struttura che tiene in piedi il meraviglioso sound di questo suo settimo disco è in realtà un incastro perfetto di tanti e variopinti, essenziali frammenti. Una indispensabile mano la danno in questo Patrick Keeler alla batteria, Dominic Davis al basso e Bobby Emmett alle tastiere, ovvero la medesima band che lo sta accompagnando live in questo tour e con cui è evidente una solida alchimia.
A prendere per mano l’ascoltatore e scaraventarlo dentro Frozen Charlotte è "G.O.D. And The Broken Ribs", con un benvenuto davvero poco rassicurante:
Welcome to the Garden of Eden / There's nobody here but me and you
Se pensiamo poi che nel video diretto da Liam Lynch (se vi sorgesse il dubbio lo chiarisco subito: non ha legami di parentela col celebre David), a recitare questi versi ed accoglierci in questo infernale giardino dell’Eden è un demone che sfoggia denti bianchissimi, un’ombra scura con cilindro in testa e occhi infuocati, tutto appare ancora più inquietante.
Ma ormai non c’è più tempo di guardarsi indietro, stiamo correndo a cavallo tra schizofrenici riff di chitarra e batterie sincopate, galoppando tra il garage sporco e distorto di "Derecho Demonico" e il rock blues di "There's Nobody There", nel quale White appare a metà fra lo sperduto e il divertito anche se, così su due piedi, oserei sbilanciarmi più verso la seconda opzione.
Sì perché se nei testi - frammentati, criptici ed essenzialmente metaforici - è presente una velenosa critica verso il potere, l’influenza insana della tecnologia nei rapporti umani ("Dollar bill", "Making Contact") e una più generica difficoltà di espressione, né la scrittura di White né il suo sound risultano troppo appesantiti, grazie ad un’ironia e una spensieratezza palpabili che alleggeriscono naturalmente le atmosfere del disco. È evidente l’approccio scanzonato e disinvolto dell’ex White Stripes al processo creativo e l’ascoltatore, di conseguenza, esce dall’esperienza di ascolto naturalmente coinvolto e divertito. In "You’ll never fix me", un inno all’indipendenza e all’essere fedeli a sé stessi, canta: “Just 'cause I don't speak, that don't make me a mime”, mentre in "I Can’t Belive What I’m Hearing" fa strike con un divertentissimo “And I need you like a horse needs shoes”. Anche il titolo dell’album, di tanto in tanto, è apparso modificato sulle piattaforme di streaming in Frozen Charlatan, lasciando gli utenti confusi e stupiti a chiedersi se, dietro a questo apparente gioco, si nascondesse in realtà un altro significato.
Ironico, pungente e spavaldo, il Jack White di Frozen Charlotte è la fotografia di un artista consapevole di non dover dimostrare più niente a nessuno e, soprattutto, di essere totalmente padrone di sé stesso, tanto che gli omaggi al suo mentore Jimmy Page e agli dei dell’olimpo, i suoi amati Led Zeppelin, sono lì ben esposti alla luce del sole. Eppure, anche se manifeste, le sue influenze risultano esclusivamente come un tocco di colore in più ad un sound che ormai è divenuto suo unico e indelebile marchio di fabbrica.

Tracklist
- G.O.D. And The Broken Ribs
- Derecho Demonico
- There's Nobody There
- Raising The Grain
- You'll Never Fix Me
- Nobody Knows
- Dollar Bill
- I Can't Believe What I'm Hearing
- Thick As Thieves
- All Alone Again
- She's In A Frenzy
- Making Contact
- Neighbors Blues
