C’è un festival in Toscana che ha iniziato a muovere i primi passi nel 2022 ed è cresciuto talmente tanto da arrivare agli albori della sua quinta edizione presentando un cartellone da far invidia a eventi ben più radicati nel territorio. Gorillaz, Richard Ashcroft, Nick Cave & The Bad Seeds e The Libertines sono solo alcuni dei nomi che calcheranno uno dei palchi più belli di questa estate italiana: La Prima Estate Festival. La serata di apertura, lo scorso venerdì 19 giugno, era fra le più attese, avendo come testa di serie un signore che nel nostro Paese non metteva piede da quasi vent’anni (l’ultima apparizione risale al 2008 con i The Racounters) e che si è fatto attendere per regalare ai testimoni del suo ritorno uno dei concerti più sensazionali che potranno mai ricordare: Mr Jack White.
Ma andiamo con ordine. Grazie alla vittoria del contest Next Stage, organizzato da La Prima Estate in collaborazione con Detune, hanno potuto esibirsi su questo prestigioso palco il duo di Pietrasanta Unadasola (Arianna Lorenzi e Francesco Tommasi) col loro raffinato pop alternative a fare da sfondo a testi molto intimi e toccanti, e l’energia esplosiva dei Jagwari che hanno portato una allegra e scanzonata ventata punk rock sotto gli ultimi raggi di sole cocente della giornata, per lasciare il palco alla cantautrice inglese Lissy Taylor col suo indie rock e un’attitudine fanciullesca e sognatrice.
Quest’anno, poi, una bella novità: si inserisce anche il dj set di Virgin Radio che con Andrea Rock e Ringo che hanno tenuto caldo il parterre con le loro scelte musicali per una buona mezz’ora, in attesa dello scendere della sera e dell’avvicinarsi al cuore della serata.

Nel 2011 ebbi l’onore di assistere ad un live dei The Hives per il Rock in Idrho e ancora oggi lo ricordo molto bene: si presentarono in frac e con in testa dei cilindri, scatenando il panico sul palco con un garage punk che ti lasciava frastornato al pari di un pugno sul naso. Dire che ero curiosa di ritrovarli quindici anni dopo è riduttivo. Quando, trionfali, fanno il loro ingresso sul palco, noto che hanno abbandonato i frac in favore di una mise sempre black & white e dallo stile più country, ma basta poco per capire che l’attitudine è sempre, incredibilmente, la stessa di allora. Trascinato da un Pelle Almqvist che nell’animo non è invecchiato di un giorno, il gruppo svedese alterna brani dell’ultimo album, uscito un anno fa, The Hives Forever Forever The Hives – mantra recitato all’unisono insieme al pubblico – a vecchie glorie come Main Offender o Walk Idiot Walk che fanno partire danze polverose e qualche crowd surfing selvaggio.
C’è un dialogo costante tra Pelle e il pubblico presente, un po’ in italiano (e con che stile lo sentiamo chiedere: “siete pronti a ballare? Nessuno è esonerato!”) un po’ in inglese, ed è l’unico a sfruttare il corridoio che divide l’area garden (per capirci, in soldoni, il pit di questo festival) dal parterre per mischiare il proprio sudore a quello di chi, insieme a lui ma senza microfono, ha cantato dall’inizio alla fine di questo breve ma intensissimo set. Un’ora circa di puro e sudatissimo punk rock.
Lapidario e preciso, mi ritorna in mente mentre scrivo queste righe il commento che mi ha mandato, poco dopo la fine del concerto, uno dei fotografi presenti quella sera sotto al palco: “Ma che casino hanno fatto?!” Niente di più vero. Perché dopo trent’anni ancora ci fanno stupire e, allora, diciamolo forte e chiaro: “The Hives forever, forever The Hives!”
E’ stato lo stesso Jack White ad ammettere che il suo ritorno in Italia dopo quasi vent’anni di assenza è stato strettamente legato alla band che lo ha preceduto. A nulla erano valsi gli incessanti corteggiamenti degli organizzatori che da diversi anni lo tentavano per un ritorno. Ma il contesto stesso del Festival e i The Hives ad aprire il suo concerto sono stati la moneta di scambio perfetta per uno che, è chiaro, dell’arte ha fatto la sua ragione di vita. E già il fatto che esista ancora oggi un musicista che non si lascia corteggiare con promesse di luccicanti omaggi ma cede solo quando sente il richiamo autentico del rock’n’roll è qualcosa che profuma di romantico. E tutto, intorno a Jack White, sembra illuminato da quest’aura che conferisce al suo personaggio e alla sua musica un’innata sensazione di purezza.

Il palco che lo accoglie è spoglio, essenziale. Le luci restano blu per tutta la durata del live e l’unica presenza scenografica a cui è concesso di presenziare insieme alla band che lo accompagna è una Frozen Charlotte, scultura che non solo dà il nome ed è l’immagine di copertina del suo ultimo disco (in uscita il prossimo 10 luglio), ma che insieme ad altre simili concepite dallo stesso White, si trova nella collezione esposta alla Newport Street Gallery di Londra. Insieme a lui non potevano che esibirsi dei musicisti dal talento eccezionale: Patrick Keeler (The Racounteirs) alla batteria, poi Dominic Davis al basso e Bobby Emmet alle tastiere. Come si suol dire, pochi ma buoni. E tanto basta, perché aggiungere altro sarebbe stato davvero di troppo.
Jack White è uno di quei pochi, rarissimi artisti che persino da soli potrebbero reggere due ore di concerto e questo perché – e chi lo ha visto esibirsi lo ha letto a chiare lettere nel corso della serata – il musicista di Detroit è senza dubbio alcuno uno di quelli che nasce una volta ogni cento anni. Jack White il rock lo incarna, lo mangia e lo risputa fuori in tutte le sue forme: dal blues all’hard rock, al garage, al grunge, al folk e persino all’hip hop. Tutto quel che entra in contatto col suo spirito sembra mischiarsi e fondersi in un unico, pazzesco, sound. La scaletta con cui il musicista si fa perdonare la lunghissima assenza in Italia ruota attorno ai grandi classici dei White Stripes, qualche brano del suo ultimo lavoro solista No Name ma anche alcuni dei The Raconteurs, inserendo poi qualche inedito da Frozen Charlotte, che uscirà come dicevamo pocanzi in luglio, e dal quale sono stati estratti Dollar Bill e Derecho Demonico. Chiude il concerto un trittico da far esplodere le sinapsi: Lazaretto, Icky Thump e una Seven Nation Army che, se in Italia era diventata negli anni quasi una macchietta dopo la vittoria della nazionale di calcio ai mondiali 2006, ritrova in questa esibizione la sua dimensione reale come uno dei più iconici brani di sempre nella storia del r’n’r.
E’ difficile descrivere davvero quello che è successo nella serata di apertura de La Prima Estate perché, se le parole possono smuovere l’immaginazione, le sensazioni restano ancorate lì, sotto la pelle. E quelle, purtroppo, non si possono davvero raccontare. Posso però dire che vedere Jack White sul palco è come assistere ad un incantesimo: suona l’asta del microfono mentre la sta solo sistemando, canta mentre parla col pubblico, è elegante e sofisticato persino mentre si toglie un sasso dallo stivaletto di pelle bianco. Le sue dita si rincorrono sulla chitarra e ti accarezzano contemporaneamente la pelle trasformando le note in brividi che scorrono lungo le braccia per esplodere, con un assolo, nella tua testa. E tu sei lì, in estasi, testimone ignaro di questa magia che si è appena compiuta sotto i tuoi occhi e dentro le tue orecchie.
La percezione, una volta uscita ancora scossa dal mistico evento, è stata quella di non aver assistito ad un semplice concerto, ma ad un rito che ha consacrato per sempre nelle mia mente ed in quella di tutti i presenti Jack White come il vero ed unico messia contemporaneo del rock’n’roll.
Setlist Jack White
That’s How I’m Feeling
Black Math
The Hardest Button to Button
Old Scratch Blues
Love Interruption
Hotel Yorba
Broken Boy Soldier
It’s Rough on Rats (If You’re Asking)
Derecho Demonico
Cannon
Dollar Bill
That Black Bat Licorice
Archbishop Harold Holmes
Fell in Love With a Girl
Steady, as She Goes
Lazaretto
Icky Thump
Seven Nation Army





