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AMERICAN FOOTBAL – L4

I’m scared, and I don’t want to grow up
I only feel alive at night,
so during the day I cover my eyes.

-Bad Moons

C’è un’immagine, chiara, netta, inequivocabile, verso la quale viaggia la nostra mente tutte le volte in cui si parla di Midwest Emo. Più di qualsiasi altro genere musicale, probabilmente, esiste in questo caso un vero e proprio correlativo oggettivo degli umori e delle scelte stilistiche che ne hanno delineato i connotati e questo ha l’aspetto della copertina di un disco specifico. Se chiudete gli occhi, la vedete anche voi la casa ritratta sul primo disco degli American Football con tutta la sua valenza simbolica, nel suo rievocare quei riverberi emozionali diventati ormai iconici, tra malinconie sussurrate e tempeste strumentali in partiture scomposte.

Qualcosa che la band di Urbana-Champaign (nell’Illinois) sa bene di non essere mai più riuscita a raggiungere, ma senza troppo rammarico. Perché in fondo è giusto così. Ma ci piaceva partire da questa immagine proprio perché il loro ultimo disco dal titolo – senza troppi colpi di scena – LP4 è stato scritto proprio nel frangente del tour celebrativo per i 25 anni del disco d’esordio (uscito nel 1999, ndr), anche se di celebrativo in fondo non ha nulla. Anzi.

Mai come stavolta Mike Kinsella fa i conti con l’essere un emo-kid in un’età ben lungi dalle crisi post-adolescenziali. Toccando corde talmente intime con un’onestà tale da lasciarci spiazzati, affronta senza mezzi termini tutte le complicazioni e le conflittualità che l’età adulta ha accumulato sul palinsesto della sua vita. Insieme a lui, nel dipingere questo profondo rosso di desolazione abissale, oltre che la band ormai storica composta dal fratello Nate (basso), Steve Holmes (chitarra) e Steve Lamos (batteria), troviamo anche il produttore Sonny DiPerri, che certamente ha contribuito alla virata post-rock e shoegaze intrapresa in questo disco (DiPerri da tempo lavora, tra gli altri, con i My Bloody Valentine, ndr)

Il risultato è un lavoro estremamente stratificato, sia a livello sonoro che tematico, nel quale viene desemantizzato il concetto stesso di malinconia per come ce lo avevano sempre raccontato; troviamo, al contrario, un nuovo significato più complesso e rassegnato associato al proprio malessere interiore che non poteva non farsi carico del dolore per il fallimento di un matrimonio, delle dipendenze, del rapporto problematico con l’essere genitori e anche dell’ombra lunga di una pandemia che ha iniziato ad isolarci da troppo tempo senza farci riconnettere più a noi stessi. È brutalmente onesto Kinsella quando descrive un’esistenza che ormai si gioca tutta a sasso-carta-forbice ché tanto tutto quello che si ha da perdere non è più la vita stessa, quanto forse solo la morte (“Fuck it! Let’s play roshambo” canta in “In Patron Saint of Pale”).

“Bad Moons” nei suoi otto minuti di lunghezza rappresenta bene questa dicotomia: inizia lieve con voci di bambini, tintinnii ed intermezzi jazzati fino ad essere poi letteralmente squarciata a metà da una spirale in cui Kinsella ripete in modo ossessivo l’epifora “in the dark”, vorticando con la voce spezzata tra droni incombenti che infine esplodono nelle chitarre tremolanti post-rock, corredate da convulsioni ritmiche sbilenche. A proposito delle pelli, ottimo il lavoro di poliritmia cervellotica che Lamos scandaglia nel pezzo d’apertura “Man Overboard” che a quanto pare il batterista ha registrato in solitaria rispetto al resto della band proprio per ottenere questa sorta di effetto da marcia sconnessa, quasi alienante.

Rispecchiando strutturalmente la materia di cui tratta, come si è visto, il disco si snoda tutto in modo a tratti talmente tanto evanescente da risultare difficile da afferrare e a tratti così intenso ed immersivo da far male. Pianoforti, vibrafoni, synth, trombe e violini si allineano a profondità sonore cosparse di tappeti dronici e sample vocali di mantra, brusii, chiacchiericci lontani, onde. Due parentesi totalmente strumentali (“The One With The Piano” – che riecheggia l’analogo pezzo con Wurlitzer del primo disco – e “Lullabye”) e tre feat. Tra questi, quello che probabilmente spicca di più è “No Feeling” con Brendan Yates dei Turnstile dove il connubio tra le due voci si annoda perfettamente alle melodie dreamy agrodolci dei synth e dei riverberi chitarristici arpeggiati.

Compatto, sostanzioso, evocativo, ma anche ostico e disarmante: LP4 è l’espressione di quanto possa risultare difficile (ma al contempo, forse, anche liberatorio) essere onesti con se stessi e mantenere una propria identità quando tutto intorno, compreso il suono, sembra voglia sgretolarsi. Sfido a non lasciarsi intrappolare in questo tessuto che abbraccia e respinge costantemente, senza dare la possibilità di presagire la direzione verso cui essere sospinti.

TRACKLIST:

  • 1. Man Overboard
  • 2. No Feeling
  • 3. Blood On My Blood
  • 4. Bad Moons
  • 5. The One With The Piano
  • 6. Patron Saint Of Pale
  • 7. Wake Her Up
  • 8. Desdemona
  • 9. Lullabye
  • 10. No Soul To Save

 

 

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci