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Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not: Venti anni di uno dei dischi più belli del rock alternativo

Mentre i social impazziscono in una sorta di frenesia commemorativa del 2016 (chissà perché, chissà per come, ma il 2015 ad esempio non era stato così fortunato), c’è un disco che qualche giorno fa di decadi ne ha celebrate ben due. E se si preme play anche in questo preciso istante, si potrà constatare quanto suoni ancora dannatamente e deliziosamente come quello che è: uno dei dischi più belli ed iconici della nostra generazione e con molta probabilità, mi sento di dire, anche di quelle passate e future.

Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not.

Dai, quanti dischi d’esordio conoscete con un titolo più ganzo di questo?

Era il 2006 quando un gruppo di post-adolescenti da Sheffield (nel South Yorkshire), pieni di estro e voglia di sovversione, decisero che avrebbero dettato la sintassi e l’estetica di un nuovo tipo di fare musica: erano gli Arctic Monkeys (anche qui, ma quanta genialità può esserci nell’avere 19 anni e volersi chiamare così?).

Far Out / Suzanne Plunkett / Alamy

Quello che accadde fu un caso abbastanza originale, anche se comunque non totalmente isolato, di una vera e propria (forse un po’ accidentale, ma in fondo neanche troppo) guerrilla marketing. La band, che aveva iniziato a distribuire gratuitamente cd con le demo dei pezzi ai loro concerti, vide gradualmente crescersi attorno una fandom alimentata principalmente dal passaparola e dall’upload spontaneo delle demo sui profili Myspace della gente che era andata a sentirli. In poco tempo esplose un gigantesco polverone e quando firmarono con la Domino Records (etichetta indipendente di Londra) per far uscire il loro primo disco, le vendite furono impressionanti: si contarono 363 mila copie solo la prima settimana, il che per una band di esordienti alle prime armi è un risultato abbastanza sorprendente, va detto (record che resta ad oggi ancora imbattuto, ndr). La miccia esplose in maniera incontrovertibile a livello globale quando un allora esile ed emaciato Alex Turner con la voce tremante nel  video ufficiale del primo singolo estratto (“I Bet You Look Good On The Dancefloor”) si presentò con il provocatorio “We are the Arctic Monkeys. Don’t believe the hype” che divenne poi il mantra della band.

Il titolo stesso che scelsero per il disco (citazione dal romanzo Saturday Night and Sunday Morning di Alan Sillitoe) in effetti era una chiara proclamazione d’intenti contro un certo tipo di industria discografica mainstream e contro, ovviamente, un inquadramento sociale ed identitario di matrice britannica dentro il quale non potevano certo inserirsi. Raccontavano, invece, la working class inglese agli inizi degli anni Zero, lo scontento nei confronti della classe dirigente, e quel senso di irrequietezza che riesce a comprendere davvero solo chi viene dalla provincia. La scrittura di Turner (che ho definito in svariate occasioni come una delle penne migliori mai esistite nell’ambito, perlomeno, del rock alternativo) si mostra fin dal primo istante come uno specchio impeccabile in grado di restituire con sguardo attento e acuto lo zeitgeist di quel preciso spaccato di realtà che lui conosceva bene (niente abbellimenti posh), attraverso un linguaggio non edulcorato ma allo stesso tempo estremamente immaginifico. La copertina era la quintessenza antropomorfa di quei testi con un amico della band (al secolo Chris McClure) in palese hangover con una sigaretta in mano (ah quanto tutto questo triggerò la perfida Albione all’epoca).

A livello sonoro, si inserirono all’interno dello spaccato indie che già gli Strokes e i Libertines avevano avviato agli inizi della decade, ma lo fecero a modo loro, senza plagi e con delle inflessioni languidamente groovy e stoner che sarebbero diventate poi identificative, nonostante nel corso di questi venti anni ci abbiano abituati a dei cambi d’abito di non poco conto. Ma se ci si pensa bene, anche il rock laccato delle loro ultime prove discografiche è un sistema per non lasciarsi attribuire etichette facili, in uno spazio continuativo la cui essenza più autentica risiede nella progressione costante. E allora ripetiamo insieme: tutto quello che le persone dicono io sia, è proprio quello che non sono. Non è solo un titolo di un disco, anzi più precisamente di uno dei dischi più belli del rock alternativo della nostra generazione, ma è anche il manifesto programmatico di una band che non ha mai voluto adattarsi al pensiero corrente.

Essere scimmie artiche alternative e geniali a vent’anni come a quaranta è un’attitudine che trascende lo stile e ogni sistematizzazione anagrafica. Era già tutto scritto.

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci