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The Zen Circus – Atlantico (Roma), 11.12.2025

L’unica, imprescindibile, inalienabile, suprema regola di un concerto del Circo Zen da circa vent’anni è questa: più voi fate casino, più noi facciamo casino. Uno scambio mutuale di promesse che, quasi immediatamente dopo aver avviato il live, il trio pisano condivide con il proprio pubblico, cresciuto a dismisura negli anni, macinando sold out, raddoppiando date, ma soprattutto facendo ancora e sempre un sacco di casino.

Seguo gli Zen Circus da una quindicina di anni ormai e non avevo mai scritto il live report di un loro concerto, nonostante ne abbia maturati molti in repertorio, semplicemente perché l’ho sempre percepita come una sorta di violazione dell’intimità famigliare; come si può celebrare l’incontro con persone e suoni che ti scaldano il cuore senza che trapeli quel lato intimista che avresti voluto preservare? Non è certo una sensazione esclusiva, la mia. Anche chi viene per la prima volta ad un loro concerto, si rende conto fin da subito del tipo di legame molto radicato che unisce i fan storici, o anche meno storici, a questi tre (ormai da un po’ di tempo cinque) scappati di casa e, soprattutto, musicisti ineccepibili.

Potrei scrivere un report totalmente sulla falsariga dei sentimentalismi e perdermi nei meandri delle rievocazioni di questa sorta di fede incondizionata? Certo! Ma cercherò di risparmiarvelo quanto più possibile. O forse.

La serata all’Atlantico, dopo l’apertura del cantautore Alessandro Fiori, inizia con una sobrissima e rassicurante Marcia Imperiale da Star Wars. Entrano sfilando combattivi AppinoKarim e Ufo accompagnati dagli inseparabili Maestro Pellegrini e Geometra Pagni. Inizia una lunga battaglia di riff, rullanti, groove e tastiere che dura per ben due ore e prende avvio proprio da “Il Male”, la title track dell’ultimo disco della band.

Avvolti da giochi di luci con abbinamenti di colori pazzeschi, smerigli di fumo e una scenografia scarna da cui dietro campeggia solo la scritta THE ZEN CIRCUS, ci regalano un viaggio che ripercorre gran parte della loro discografia recente e meno, mettendo in scena la metamorfosi di un gruppo che ha cambiato tante volte pelle senza mai cambiare di un briciolo l’essenza della propria natura. E questo, a prescindere dall’affetto che mi lega a loro, ho sempre ritenuto essere un elemento estremamente irriducibile quando si fa musica. Mantenere quell’autenticità intrinseca nella propria passione la rende vera, reale, quasi tangibile. Ci sono sempre dei compromessi da accettare, ma c’è sempre il modo di farlo restando se stessi. E gli Zen ce lo hanno dimostrato, regalandoci con questo live una fotografia del loro percorso, che è un insieme di istantanee sparse lungo il filo dei ricordi, come nel video di “Un milione di anni”, tratto dall’ultimo disco.

Sono proprio le tracce de Il Male, oltre le già citate, a campeggiare nella scaletta ed infatti ritroviamo sparse “Miao”, “Vecchie Troie”, “Novecento”, “Caronte”, “Meglio di niente”. Nonostante qualche piccolo dettaglio sonoro fuori posto a livello di settaggi soprattutto nella primissma parte, tra siparietti e battute da ex ventenni da ormai vent’anni, si sfoglia insieme l’album di famiglia e si passano in rassegna i pezzi folk-rock dal piglio scanzonato e barricadero (“Vent’anni, “I qualunquisti”, “Andate tutti affanculo”, “Figlio di puttana”), le ballad più lente e suggestive (“Catene”, “Il fuoco in una stanza”, “Appesi alla luna”, “Non”) fino a toccare le trame elettrizzate sprigionate dall’entusiasmo contagioso di pezzi come “Ilenia” e “Canta che ti passa”.

Non manca certo il momento grat grat in cui Karim imbraccia la washboard e prende vita la versione più busker di “Ragazzo Eroe” che riescono a regalarci su un palco; al termine del quale si anima la sfida tra Appino e Pellegrini a chi riesce a conquistare prima il sottopalco sui rispettivi gonfiabili sospinti dalla folla. Una saga avvincente che ci sta lasciando col fiato sospeso, ma che viene puntualmente vinta con una precisione chirurgica dal Maestro.

L’encore vede i due pezzi che probabilmente hanno segnato i capisaldi della loro carriera: “L’anima non conta” con cui sono arrivati al grande pubblico e ovviamente “Viva” che li ha consacrati verso l’avvio di questa scalata nella storia della musica indipendente italiana ed è un po’ come se fosse il loro manifesto.

Ci sono dei live che riescono ad entrarti dentro anche se non puntano all’esclusività dell’evento in sé; la loro straordinarietà sta piuttosto nel celebrare “istanti di normalità” (ché banalmente anche suonare, per davvero, essendo presenti non con ma ai propri strumenti su un palco non è un dettaglio da dare per scontato) attraverso l’eccentricità della propria inesauribile voglia di far casino. E noi con loro.

Grazie, Zen. Siete le vecchie troie che ci meritiamo!

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci