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L’Orso – Monk (Roma), 02.12.2025

Che il 2025 fosse l’anno dei grandi ritorni lo avevamo presagito fin da subito. Per il britpop gli Oasis, per lo screamo i La Quiete e per l’indie i cani e L’Orso.

Qualche sera fa, tornado a casa proprio dopo il concerto de i cani, ricordo di aver pensato chiaramente che l’indie italiano degli anni Dieci fosse piuttosto uno stato d’animo anziché un semplice genere musicale. Ne ho avuto conferma ieri sera, dopo aver rivisto L’Orso su un palco a esattamente nove anni di distanza dal loro ultimo tour. Era dal 2016 che Mattia, Francesco, Omar e Niccolò non suonavano sullo stesso palco tutti insieme ed è stato emozionante riascoltare dal vivo pezzi che hanno incapsulato meravigliosamente il nostro avere “poco più di vent’anni” in un contesto socio-culturale a metà strada tra un forte disorientamento e la voglia di rivalsa. Pezzi che erano diventati il nostro breviario del citazionismo hipster, melodie che avevano il sapore dolceamaro di un’epoca di passaggio, tra arrangiamenti sintetici e atmosfere trasognate.

Tornare a cantarli a squarciagola è stato un po’ come fare i conti con noi stessi e, implicitamente, tracciare un bilancio di questo decennio (e spicci) che nel mentre è trascorso, successo per caso mentre eravamo impegnati a pianificare le nostre vite vedendo capitolare uno ad uno i nostri sogni. Certo, ce ne siamo inventati di nuovi, cercando di riempire lo iato che sentivamo crescerci dentro per poi renderci conto che tante cose possono cambiare, ma alcune no, non lo fanno mai davvero. E tutti quei sogni si riaffacciano ora in questo colpo di coda del 2025 più o meno con la stessa intensità, se non più forti.

Come ci raccontano anche in “9 anni”, brano inedito che è uscito a sorpresa la scorsa domenica su SoundCloud, che live ci ha particolarmente emozionati tutti.

Il pretesto di questi 4 concerti in giro per l’Italia (con il bis della data conclusiva di Milano) è stata la scomparsa prematura lo scorso anno di Matteo Romagnoli (fondatore di Garrincha Dischi) che non solo era il loro discografico e produttore, ma soprattutto un amico. Venne organizzato un concerto poco dopo la sua morte al quale la band partecipò, ma senza Omar, che proprio in quei giorni stava diventando padre. Questo tour nasce per tornare a suonare tutti e quattro insieme, celebrando non solo i 15 anni dal primo EP ma sostanzialmente il significato più profondo del termine ‘amicizia’.

Il concerto si presenta diviso in 4 parti, ciascuna costituita da 5 brani. La prima parte è principalmente semi-acustica e sintetica (troviamo pezzi come “Quello che manca”, “Ti augurerei il male”, “Avere vent’anni”); la seconda invece porta in scena la sferzata elettrica con Niccolò che dal synth passa alla batteria, Francesco che prende in mano il basso e Omar la sua chitarra elettrica (fanno parte di questa sezione “Giorni migliori”, “Il tempo ci ripagherà”, “Essere felici qua”); la terza parte invece è totalmente acustica e la band scende nel parterre a suonare tra il pubblico (pezzi come “Acne giovanile”, “Invitami per un tè”, “Baci dalla provincia”); la parte finale torna ad essere sul palco nella sua forma ibrida (e in questa sezione troviamo un pezzo inedito che probabilmente non vedrà mai la luce e che pare si chiami “Galleggiare”, oltre che altri grandi classici di repertorio come “Con i chilometri contro” e il gran finale di “Ottobre come settembre”).


Mentre lo spettacolo si evolve, emerge un andirivieni di beat e disagi (avere trent’anni o qualcosa in più del resto significa non ricordarsi i testi delle canzoni o slogarsi le dita mentre si suona), tra variazioni cosparse di melodie trascinanti, zampilli midwest, sinuosi tappeti di tastiere e il cantato di Mattia a tratti spoken a tratti ovattato (ma comunque sempre una calda coperta di Linus, bisogna dirlo). Il tutto avvolto da sorrisi e qualche lacrimuccia.

Mi piace chiamarla indie nostalgia questa miscela di sensazioni, consapevole che il fenomeno dell’indie italiano nella sua forma più autentica sia stato una meteora che si è estinta nel giro di pochi anni (e forse, in realtà, da una parte meglio così), trasformandosi in altro dopo essere esplosa, ma lasciando dei solchi fortemente impressi in noi che veniamo da quelle retrovie. E basta davvero qualche nota per catapultarci indietro di una quindicina di anni e fingere per una sera di essere ancora lì.

Dobbiamo fare chilometriPer andarcene via da quiTi prego, amore, riprenditi

E adesso che i chilometri li abbiamo fatti e a riprenderci ci siamo più o meno ripresi, quello che resta è ricordare a noi stessi che crescere non significa certo dimenticare, anzi forse proprio il contrario.

 

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci