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SPRINTS – Monk (Roma), 20.09.2025

È durata soltanto qualche anno quell’ondata di nuove band provenienti dall’Irlanda, capitanata dai Fontaines D.C. e seguita da altre grandiose realtà come Murder Capital, Gilla Band e — non ultimi — gli Sprints. Sembrava l’inizio di una nuova rivoluzione musicale post-post-punk targata Irlanda, ma qualcuno nel 2025 ha deciso di spostare l’asse creativo verso l’Australia. Restano sicuramente fenomeni emergenti interessanti, come i Kneecap, ma l’ondata irlandese pare ormai un ricordo.

I tempi corrono veloci, e ciò che conta davvero è sapersi confermare e consolidare.

Gli Sprints proseguono il loro percorso incuranti del contesto musicale, forti del sostegno di BBC Radio 6 Music e di una fanbase in costante crescita.

Ad aprire la serata i Jennifer in Paradise, band romana di hardcore melodico. Non me ne vogliano amici e fan — e non voglio certo sminuire l’impegno che questi ragazzi mettono in ciò che fanno: la presenza sul palco c’è, la scelta dei suoni anche è azzeccata. La domanda però sorge spontanea: che ci azzeccano con gli Sprints?

È poi la volta proprio degli irlandesi, che attaccano con “Something’s Gonna Happen”, tratto dal disco in uscita il prossimo 26 settembre: All That Is Over.

I pezzi “nuovi” occupano circa metà del set, anche se alcuni singoli li conoscevamo già: “Descartes”, “Beg”, “Better”, e la courtneyloviana “Rage”. La potenza degli Sprints era già evidente dai lavori in studio, ma devo ammettere che in versione live le loro canzoni ottengono un upgrade non indifferente.

Questa è stata, per molti di noi, la prima occasione di vederli dal vivo in Italia.

Notevole anche lo stile estetico della band, molto eterogeneo ma super efficace sul palco. Il chitarrista Zach Stevenson (subentrato da poco) sembra uscito da un cult degli anni ’80, sfoggiando un supermullet stilosissimo. Il bassista, più dark, con giacca di pelle sotto un caldo infernale (stavo soffrendo solo a guardarlo). Il batterista, look totalmente hipster anni ’10. E infine lei, Karla Chubb: presenza scenica e voce incredibile, capelli rossi al vento, e una t-shirt di The Number of the Beast. Che je vòi dì?

Non mancano pezzi qua e là dal primo EP A Modern Job e da Letter to Self del 2024. Non mancano neanche i mai numerosi appelli Free Palestine e sulla difesa delle minoranze.

Il tutto in un’ora e mezza di concerto garage/post-punk tiratissimo, con a chiudere “Desire” (“il pezzo più bello che abbiamo scritto”, cit. Karla Chubb — ma non sono d’accordo, nda) e “Little Fix”, dove viene invitato a salire “qualcuno che sa suonare la chitarra” dal pubblico, e dove la rossa cantante si sfoga in un liberatorio stage diving e canto tra i poganti.

 

Scaletta:

  1. Something’s Gonna Happen
  2. Descartes
  3. Feast
  4. Heavy
  5. Rage
  6. Beg
  7. Need (Live debut)
  8. Up and Comer
  9. Pieces
  10. Better
  11. Literary Mind
  12. Desire
  13. Little Fix
Immagine che rappresenta l'autore: Charlie Fuzz

Autore:

Charlie Fuzz