La giovane band indie rock bolognese formata da Giorgio Drago, Gaia Cumetti, Francesco Tramuto e Virginia Boffo ha recentemente pubblicato il brano “Will I Rise Again” e ha preso parte alla rassegna Suoni dal Futuro di Siae e Manuel Agnelli tenutasi al Covo Club di Bologna. Ho scambiato due parole con Giorgio e Gaia per parlare della band, di esigenza artistica e della situazione delle rock band nel 2026.
Come nasce la band?
Giorgio: Ci siamo incontrati a fine 2021 qui a Bologna. L’ho conosciuta perché accompagnava un’amica a vedere una casa in cui abitavo all’epoca; parlando mi ha detto che suonava la batteria, e da lì abbiamo cominciato a seguirci e a suonare insieme. Lei era appena arrivata da Bergamo, io ero appena tornato da Palermo, dopo tre anni. Stavo cercando di reinserirmi — anzi, di inserirmi per la prima volta davvero — nella musica bolognese.
Una tipica band di fuori sede, quindi.
Giorgio: Sì, solo Virgi, la bassista, è di Bologna. E si sente: ha una sensibilità ritmica non comune.
Gaia: È proprio uno dei nostri punti di forza. C’è un ritmo che funziona.
Da dove viene il nome Vision Division?
Giorgio: Da un libro di John G. Neihardt, un antropologo che raccoglieva le storie dei nativi americani — un po’ come Alan Lomax faceva con il blues. Il protagonista è Alce Nero, un medicine man che racconta la propria vita: le battaglie con Cavallo Pazzo, la distruzione progressiva della cultura nativa. Alce Nero aveva avuto visioni da ragazzino, e la sua visione era collettiva — un popolo unito. Quello che secondo lui ha distrutto i nativi è che ognuno ha cominciato a seguire la propria piccola visione individuale invece di quella grande condivisa. La visione si è divisa, e la comunità si è spezzata. Vision Division, appunto. C’è anche qualcosa di più personale. Io non ho mai voluto suonare da solo. Tornato a Bologna, la prima cosa che ho fatto è stata cercare una band — per me costruire qualcosa insieme è fondamentale. Everybody wants the village but nobody wants to be a villager: tutti vogliono una comunità che li supporti, pochi sono disposti a fare il contrario. Io voglio esattamente quello.
Ascoltandovi ho l’impressione di una band con riferimenti precisi — shoegaze, psichedelica — ma sento anche molto “classico”: il pop rock anni Sessanta e Settanta, la chitarra elettrica protagonista. E c’è una vocalità, Giorgio, che di solito in questo genere non si sente.
Giorgio: Ho cominciato con Elvis, poi è arrivato l’hard rock — avevo una band da ragazzino. Col tempo ho scoperto il falsetto, che considero una cosa fondamentale. Mi ispiro alla voce di testa: Thom Yorke, Jeff Buckley, Chris Cornell, anche Billie Eilish. Nello shoegaze, tendenzialmente, i cantanti non esistono. E a me è sempre mancato qualcuno che cantasse davvero. L’immaginario è emotivo — l’emotività è la nostra cifra.
Gaia: Tu la chiami emotività, io la chiamo nostalgia. È una musica che ricorda qualcosa: non parla al presente, parla al passato. Noi non abbiamo mai discusso questa cosa a tavolino — Giorgio porta i pezzi e li arrangiamo insieme, viene fuori così.
Giorgio: L’opinione di tutti conta. Decidiamo insieme quali pezzi fare, come li arrangiamo. La cifra estetica del gruppo si costruisce collettivamente, anche se finora le canzoni le scrivo io.
Che musica ascoltate?
Gaia: Cerco di stare dietro alle uscite recenti, ma poi faccio sempre il salto all’indietro — mi riascolto Horses di Patti Smith, i classici. Tra i moderni, sono in fissa con le Mannequin Pussy: suoni che spaccano, una batterista fortissima. Le ho viste dal vivo. Poi i Wednesday, che mi hanno preso tantissimo. E poi c’è una vena folk che mi appartiene: i Big Thief, Phoebe Bridgers.
Giorgio: I Big Thief per me sono uno dei migliori gruppi in circolazione. E in effetti noi abbiamo qualcosa di “folkettaro” — Never Again è suonata con le unghie sulla chitarra acustica, folk americano puro, Bob Dylan, Joan Baez. Però la mia formazione è un’altra. L’indie degli anni Duemila mi ha cambiato la vita: LCD Soundsystem, Arcade Fire, Grizzly Bear, Black Keys, Arctic Monkeys, l’elettronica di Burial. Al liceo leggevo Pitchfork, seguivo le uscite settimana per settimana — a Palermo non lo faceva nessuno. Un’ossessione solitaria.
Come mai cantate in inglese?
Giorgio: Mi è venuto naturale, perché ascoltavo quasi solo musica in inglese. Quando mi sono trasferito a Bologna la prima volta stava esplodendo la scena di Calcutta — e quella musica non mi prendeva. Non mi prendeva l’itpop, non mi prendeva la trap. Intanto usciva Spotify, potevi ascoltare un disco il giorno stesso dell’uscita: era fuori di testa. Di quello che succedeva in Italia non mi importava — forse i Tre Allegri Ragazzi Morti, Maria Antonietta, poco altro. La mia scrittura si è formata su quelle radici. E poi l’itpop, nel suo momento d’oro, ha mescolato mainstream e indie fino a renderli indistinguibili: secondo me ha fatto molto male alla musica indipendente.
Suoni del Futuro ha provato a dare spazio alle band, che sono la categoria più penalizzata in questo momento. Come la vedete, nel 2026, la situazione per chi suona in formazione?
Gaia: I cachet sono miseri. Se sei in quattro o cinque, i conti non tornano quasi mai. Mandi decine di mail e non ricevi risposta: l’unico modo per suonare è attraverso i contatti di persone che già ti conoscono. Se non hai una rete, è durissima. E poi c’è il problema tecnico: nei palchi piccoli non c’è posto per la batteria. Finisci per fare set acustici, e il suono diventa un’altra cosa.
Giorgio: Spesso capita anche ai solisti: li fanno suonare in acustico, senza band. Noi a volte facciamo uscite in duo, piano e voce, per fare cassa. Ma per me le date in banda sono quelle che contano davvero.
Cosa vi motiva, sapendo quanto è difficile?
Gaia: È una cosa che va oltre il calcolo. Non te lo sai spiegare fino in fondo.
Giorgio: Suonare è divertimento — soprattutto nelle jam in cui ci perdiamo tutti insieme. Ma il motore vero è voler fare qualcosa di bello. Quando ascolti tanta musica accumuli un gusto, un’estetica, e a un certo punto vuoi farla uscire. È un’esperienza in cui sei attivo, non più spettatore. E poi c’è la connessione col pubblico dal vivo, che non ha paragoni. Ma c’è anche un’altra cosa: il sogno di costruire una scena, di avere a che fare con persone che stimi, di sapere come stanno. Quello mi manca tantissimo — e mi sembra la cosa più importante.
