a cura di Giorgio Pasquini
Gli Interpol sono la mia band preferita da quasi vent'anni. In tutto questo tempo sono stati la colonna sonora di talmente tanti momenti della mia vita da aver lasciato un segno profondo nel mio modo di vivere e ascoltare la musica, e probabilmente anche in qualche tratto della mia personalità. Recensire un loro disco significa quindi portarmi dietro tutto questo, insieme a emozioni che non riuscirei a separare dall'ascolto neanche volendo. Da loro mi aspetto sempre tantissimo e, dopo giorni interi passati con This Mirror Weighs a Ton, continuo a tornare allo stesso pensiero, per cui tanto vale scriverlo subito: questo è il disco degli Interpol che aspettavo da anni. E lo dico sapendo benissimo che queste canzoni non hanno ancora avuto il tempo di imprimersi a fondo nella mia anima come ha fatto il resto del loro catalogo.
"This mirror weighs a ton, but at least we act sudden", canta Paul Banks nel brano d'apertura. Una frase affiorata quasi dal subconscio per un pezzo che inizialmente doveva essere strumentale e che, forse leggendoci più del dovuto, mi sembra raccontare bene lo spirito con cui gli Interpol hanno affrontato la realizzazione di questo ottavo disco: guardarsi dentro, osservare tutto ciò che negli anni si è accumulato fino a costruire un'identità così forte, capire quanto di quel peso valga ancora la pena portarsi dietro e poi agire, aprendosi anche a percorrere strade rimaste finora inesplorate. Una sorta di decluttering dell'anima che finisce per riflettersi direttamente nel suono. Per aprirsi al cambiamento e non adagiarsi su quanto fatto negli anni, seppur buono, ci vuole una bella dose di coraggio, e quel coraggio può arrivare sia dalla saggezza dell'età che da un lavoro (l'ultimo del 2022, The Other Side Of Make-Believe) non andato benissimo commercialmente. E di cose stavolta i newyorchesi ne hanno cambiate parecchie, come non avevano mai fatto. Dopo una vita trascorsa con Matador Records (che forse negli ultimi anni non li stava valorizzando più di tanto) hanno firmato con la prestigiosa Partisan Records, etichetta che lavora tra gli altri con IDLES e Geese (e scusate se è poco), e sono tornati a registrare insieme a New York per la prima volta dopo più di dieci anni. Alla produzione hanno chiamato Andrew Wyatt, loro amico da tempo e musicista abituato a muoversi in mondi lontanissimi dal loro, con lavori per Charli xcx, ROSALÍA e Dua Lipa, giusto per citarne qualcuno.

C'è poi Brad Truax, bassista live per gli Interpol dal 2011 e coinvolto per la prima volta direttamente nella scrittura. È un cambiamento più importante di quanto possa sembrare. Dopo l'uscita di Carlos Dengler, Banks si era fatto carico del basso in studio insieme alla voce e alla chitarra, sviluppando negli anni un approccio più essenziale rispetto all'eclettismo di Carlos. Con Truax finalmente responsabile delle quattro corde anche durante la scrittura, Banks è tornato a concentrarsi sulla chitarra e sul proprio ruolo di frontman e paroliere, e il basso ha ritrovato una centralità che in questi brani si sente parecchio. Truax è stata una piacevolissima sorpresa, soprattutto perché lascia molto spazio, sa quando affondare e soprattutto si muove molto, evitando di appoggiarsi troppo alle note fondamentali. Quello che apprezzo di più è l'assenza di qualsiasi tentativo di imitazione allo stile unico di Carlos; Truax conosce perfettamente l’importanza del ruolo e lo fa suo con una personalità diversa.
Tutto questo succede mentre gli Interpol continuano a convivere con il peso gigantesco dei loro primi dischi. Turn On The Bright Lights, Antics e Our Love To Admire rappresentano ancora per moltissima critica e per una fetta larghissima del pubblico il loro periodo d'oro, e tutto quello che è arrivato dopo si è trovato a fare i conti con quell'eredità. Turn On The Bright Lights aveva dalla sua un'urgenza quasi irripetibile, alimentata anche dalla fame di una band giovane che voleva farsi sentire dopo anni di porte in faccia, insieme a una forte capacità di costruire un ambiente sonoro completo, carico di quella risonanza crepuscolare che ormai si è cristallizzata nell'immaginario comune. Antics affinava quell'eleganza declinandola in un romanticismo disilluso, dove le oscurità urbane lasciavano spazio a un suono più luminoso e ad un ermetismo pieno di immagini marine per raccontare la fragilità dei rapporti; Our Love To Admire apriva ulteriormente gli spazi, lasciando entrare tastiere e arrangiamenti più ampi. La loro storia successiva è stata molto più movimentata di quanto racconti il vecchio luogo comune secondo cui gli Interpol scriverebbero sempre la stessa canzone. Il disco omonimo del 2010 cercava una libertà compositiva particolare proprio nel momento più delicato della loro carriera, segnato dall'uscita di Dengler, e negli anni è stato molto rivalutato; El Pintor aveva il sapore della rinascita e rimane per me un gioiello, attraversato da un rock chitarristico fortemente cinematico (e le tre b-side di quell'era sono di altissimo livello); Marauder sporcava tutto con un'irruenza quasi garage rock; il già citato The Other Side Of Make-Believe, composto in buona parte a distanza durante la pandemia, rallentava i tempi e lasciava emergere una dimensione più contemplativa.
Ho amato canzoni e interi passaggi di tutte queste fasi. Negli ultimi anni, però, mi era mancata la sensazione di entrare in un album degli Interpol e sentirmi risucchiato dentro un'atmosfera totale. Mi era successo solo con Turn On the Bright Lights e con El Pintor. Non parlo della qualità dei dischi, che per me è sempre stata molto alta, quanto più di coesione d’insieme. This Mirror Weighs a Ton mi ha restituito esattamente questo, oltre a una libertà di scrittura che dagli Interpol del 2026 non mi aspettavo e che mi ha sinceramente estasiato.
La title track lo ha fatto capire dal primo ascolto; è un abbraccio liquido dall’anima trip-hop, con qualcosa dei Massive Attack nella lentezza ipnotica con cui lascia emergere i dettagli. Era dai tempi di "Untitled" che una traccia di apertura degli Interpol non riusciva a descrivere così bene un certo tipo di mood che poi si riverbera nei pezzi successivi. La voce di Banks si prende i suoi tempi per entrare e quando arriva lo fa da lontano, mentre le vocalizzazioni di Juliet Seger-Banks, sua compagna, aggiungono una componente onirica stranamente rassicurante che convive con quel senso di tensione che continua a crescere sottopelle.
Pubblicarla insieme a "See Out Loud" è stata una delle prime mosse della Partisan che ho apprezzato parecchio. Proprio quest'ultima ha tutt'altra energia: dentro ci sono gli intrecci di chitarre taglienti post-punk a cui ci hanno abituato gli Interpol negli anni, una saturazione molto sporca anche nella voce, e Truax e Fogarino che spingono senza tregua. Se non bastasse a scaldare il cuore di chi ama l'anima più rock degli Interpol, c'è persino una parte cantata da Daniel Kessler, come ai tempi di "PDA". Anche in un brano così riconoscibile, però, si sente già la mano di Wyatt, con i synth che si affacciano in certi passaggi e l'organo e le tastiere a dare spessore. Il testo di Banks si amalgama bene all’euforia del suono, con immagini quasi sinestetiche ("I start to feel pixelated / As we get buried in the sound").
"Iron City", il terzo singolo, spinge quel discorso ancora più avanti, perché qui campanelli, piano e loop reggono l'intera architettura del brano. È una ballata in cui New York riaffiora nella scrittura di Banks in una forma futuristica, inscenando un dialogo tra un essere umano e una coscienza artificiale del futuro, con il punto di vista che si alterna. Banks non è nuovo a questi giochi di prospettiva nei testi; su “Pace Is The Trick” (da Our Love To Admire) c’erano due narrazioni parallele, ricomponibili mettendo strofe e ritornelli in un ordine diverso; in pratica la stessa relazione osservata in due momenti lontani tra loro nel tempo. Qui quell'ambiguità è a servizio di un’idea che trovo inquietante, soprattutto in questo nostro presente dove la memoria e il modo spontaneo in cui percepiamo il mondo vengono sempre più alterati dalle intelligenze artificiali, che rendono la realtà percepita sempre più opinabile.
Con tre brani di questa caratura ero arrivato al 28 agosto con attese altissime. Ora che il disco è uscito posso dire che per me This Mirror Weighs a Ton è quello che in America definirebbero un no-skip album.
Quello che mi esalta di più è la naturalezza con cui convivono canzoni molto diverse tra loro, dentro un disco con questa compattezza. "Wings On Fire", già rodata dal vivo nei mesi precedenti, ha un tiro pazzesco, con dentro l'aggressività di A Fine Mess, qualcosa dei passaggi più tesi di Antics e la ruvidità di Marauder. È il momento più classic Interpol insieme a "See Out Loud". "Ever the Actor" invece è una meraviglia multiforme, attraversata da cambi di umore repentini tra il disincanto delle strofe e ritornelli glaciali, i cui muri di chitarre a tratti mi hanno fatto pensare perfino ai Cure di Pornography o ai The Sound. E tutto intorno la costante sensazione di appartenenza allo stesso mondo, grazie alla produzione di Wyatt; un fiorire di dettagli che arricchiscono le canzoni e creano richiami interni tra brani molto diversi. Gli archi, soprattutto, compaiono nei momenti più inattesi e finiscono per diventare uno dei temi ricorrenti dell'album.
Le due canzoni che si allontanano di più dalle loro tipiche sonorità sono "Wake Up" e "So Rides the Reindeer". La prima gira attorno a un riff magnetico di Kessler e a una spensieratezza danzereccia che mi fa pensare tanto ai Foals quanto a certi Talking Heads, con i bonghi (!) e le percussioni di Gunnar Olsen (che conoscevo già per il suo gran lavoro con i Puscifer) ad aggiungere movimento al groove della batteria di Sam Fogarino. La seconda invece mette per la prima volta la chitarra acustica al centro di un brano degli Interpol, adagiandola però su una drum machine, con i synth dal suono gentile e una manciata di dettagli elettronici a colorare il tutto. Ne esce un brano molto piacevole e abbastanza unico, dalla spensieratezza solo apparente e dal ritornello molto nostalgico che mi ha ricordato i progetti paralleli di Paul Banks, i Muzz e il lavoro solista a nome Julian Plenti. E anche qui, soprattutto qui, continuo a sentirci un'atmosfera che, per me, appartiene soltanto agli Interpol. Nessuno ci si avvicina neanche lontanamente.
"Darling Thoughts" ha l'immediatezza di certi pezzi di El Pintor, con sopra dei synth psichedelici molto anni Ottanta e un ritornello che si pianta in testa già dai primi ascolti. Come in "Wake Up", qui Fogarino è davvero in stato di grazia: fill e accenti agli hi-hat tengono il pezzo in continuo movimento e danno ancora più slancio a una delle tracce più dinamiche del disco. Con "Enemy" invece tutto rallenta. Per gran parte del brano bastano il piano di Kessler, la voce di Banks e i cori di Juliet Seger-Banks, lasciati respirare dentro enormi spazi vuoti in cui fluiscono emozioni profonde, anche e soprattutto per la performance molto sentita di Paul. È una delle canzoni più malinconiche del disco e si prende tutto il tempo necessario per crescere d’intensità, finché le percussioni irrompono nel finale con una violenza quasi militaresca mitigata dalla fragilità degli archi. Anche questo è un brano inequivocabilmente Interpol nelle atmosfere, anche se ci sento dentro qualcosa di Nick Cave e dei The National di Sleep Well Beast.
E cosa dire di "Bird and the Serpent"? Per me è uno dei punti più alti di This Mirror Weighs a Ton (e forse della loro intera discografia). Parte con un incedere sinuoso, cinematografico e vagamente western, guidato da un riff vecchia scuola di Kessler dalle parti di "Lights", mentre basso e batteria lavorano sotto la superficie mantenendo una tensione costante. Fin qui potrebbe sembrare un classico pezzo degli Interpol; con la lunghissima coda però la band entra in territori che non aveva mai attraversato con questa libertà. Le chitarre in tremolo iniziano a fluttuare, a un certo punto si affacciano degli archi quasi lynchiani e il mood diventa psichedelico, poi l'elettronica trasfigura il paesaggio sonoro e la sensazione è quella di essere trascinati dentro una landa desolata in cui può accadere di tutto. Resto ogni volta rapito da questa eleganza surreale, da questa specie di danza tribale tenuta a terra dalla batteria (nei tamburelli e più in generale nella struttura qua ci ho sentito qualcosa del finale di "Leif Erikson", gioiello che chiudeva il debutto). Nell'ultimo tratto c'è anche un synth dal timbro molto industrial che finisce per divorare ogni altro elemento rendendo tutto sempre più straniante; proprio quando il pezzo sembra poter andare avanti ancora a lungo, si interrompe di colpo, nel silenzio. In un album dove molto spesso le canzoni si dissolvono in fade out, uno stacco del genere assomiglia a un risveglio brusco. Secondo me è l'attimo esatto in cui, dopo essersi immersi fino in fondo nello specchio dell'introspezione, si riemerge di colpo nella realtà: se ne esce provati, ma mai così vivi.
Si arriva dunque alla fine completamente ipnotizzati, pronti per la botta al cuore dell'epilogo. "Sudden" è un'altra ballata, con dentro il sapore amaro della consapevolezza, in cui il pianoforte di Kessler accompagna Banks mentre ripete "This is not sudden to me" come fosse un mantra. Rispetto a quel "This mirror weighs a ton, but at least we act sudden" del brano iniziale, la chiusura porta un senso di completezza. Agire all'improvviso è necessario, certamente. Come è necessario accorgersi che certe cose non sono affatto improvvise, anche se lo sembrano: le trasformazioni interiori cominciano molto prima del momento in cui ce ne accorgiamo, e restano improvvise solo in superficie. "Figured out how I'm gonna feel", canta Banks, con una disillusione molto toccante nella sua voce.
Se musicalmente la band risulta ispirata come non accadeva da anni, questo non sarebbe il gran bel disco che è senza i testi di Paul Banks, e qui il discorso per me diventa ancora più personale. Io Banks lo considero davvero un poeta. È una parola enorme, lo so, e la uso con cognizione di causa, perché in quasi vent'anni ho avuto una risonanza fortissima con il suo modo di scrivere. Mi sono portato dietro certi suoi versi per anni, lo faccio tutt'ora. Spero sempre che un giorno decida di scrivere un libro. Il suo ermetismo funziona proprio in quello spazio fatto di associazioni strane, di immagini e metafore che sembrano arrivare da un piano più profondo della coscienza.
In questo efficace ermetismo, a volte Banks lascia cadere quasi completamente il velo. "Wounded Soldier" è uno dei testi più diretti e dolorosi che abbia scritto da tempo. C'è un uomo sepolto nella neve e una famiglia che non saprà mai che fine abbia fatto. Anche vocalmente è uno dei momenti che mi hanno più colpito. Il suo timbro baritonale possiede quella freddezza e quel distacco che fanno parte del fascino degli Interpol; qui però ci ho sentito un calore diverso, oltre a una vulnerabilità che da tempo non mi arrivava in maniera così forte. Questa grandissima prova vocale ha sicuramente beneficiato anche della produzione di Wyatt, che ha dato spesso alla voce una presenza maggiore, molto efficace su un disco in cui il suo modo di cantare è così esposto. L'unico momento in cui è piuttosto in secondo piano è "Wings on Fire", dove il riverbero all'inizio mi sembrava eccessivo, soprattutto avendo conosciuto il pezzo dal vivo con una voce molto più asciutta. Nel contesto dell'album però mi ha convinto. Una piccola riserva invece ce l'ho sul mix di Dave Fridmann, molto carico sui medi e alle mie orecchie più efficace sulle casse che in cuffia. Ma è comunque una mia pignoleria, anche perché quella è la sua cifra stilistica, la stessa che si sentiva su Marauder, di cui anche aveva curato mix e produzione. Qui il suono in generale è senz’altro più bilanciato. A conti fatti io credo che la cosa più difficile da ottenere per i newyorchesi fosse ampliare così tanto la propria tavolozza sonora preservando al contempo la propria identità, e Wyatt aveva davanti un compito ingrato, perché con una band dal suono così definito ci vuole poco a strafare. Eppure in questo disco tutti gli elementi nuovi che ha introdotto, sia in termini di idee che di arrangiamenti, non sembrano affatto forzati o fuori posto. "I'm not here to contain you / I'm just here to let you out", citando “See Out Loud”. Direi che Wyatt ha fatto esattamente questo, riuscendo a far emergere un lato degli Interpol che era già presente dentro di loro.
D’altronde io credo che il loro linguaggio sia sempre stato molto più vasto della definizione post-punk revival che ancora oggi gli viene appiccicata addosso con una certa pigrizia. Chi si è fermato ai primi tre album si è perso parecchie intuizioni disseminate negli anni, insieme a dischi sempre molto raffinati che hanno bisogno di tempo per rivelarsi fino in fondo. Qui quelle intuizioni sembrano finalmente convergere tutte dentro dodici canzoni che sento complete fino all'ultimo dettaglio.
Per cui sì, lo ribadisco: This Mirror Weighs a Ton è il disco degli Interpol che aspettavo da anni. Per me si piazza tranquillamente accanto ai loro dischi più importanti, e da grande appassionato della loro musica sono veramente felice di tutta l’attenzione che sta ricevendo un po’ ovunque. Ci arriva da un'età diversa e soprattutto con un'urgenza che ha cambiato origine. Nel 2002 c'erano la fame e il bisogno di trovare il proprio posto nel mondo; oggi la band ha la maturità e la consapevolezza di occupare quel posto da quasi trent'anni, e a questo fortunatamente si è aggiunta la curiosità su ciò che può succedere spostandosi un po' più in là, senza la paura di deludere i fan o di doversi attenere per forza a un certo sound. Ma più di ogni altra cosa, divertendosi e restando autentici nel processo, che non è cosa da poco. Anzi, forse è proprio questo l’ingrediente più importante, al di là di tutto il resto. Per arrivarci, però, credo sia servito anche fare i conti con il peso che gli Interpol si portano dietro da oltre vent’anni, quello dell’enorme eredità dei primi dischi. Se quello specchio pesa una tonnellata, dentro c’è inevitabilmente anche tutto questo. Stavolta credo abbiano avuto il coraggio di guardarlo fino in fondo e che proprio in quel riflesso abbiano ritrovato l’ispirazione per quello che personalmente considero il loro album più bello da vent’anni a questa parte.

TRACKLIST:
- 1 This Mirror Weighs a Ton
- 2 See Out Loud
- 3 Iron City
- 4 Wounded Soldier
- 5 Wings On Fire
- 6 Ever the Actor
- 7 So Rides the Reindeer
- 8 Darling Thoughts
- 9 Wake Up
- 10 Enemy
- 11 Bird and The Serpent
- 12 Sudden