L’ultima puntata della prima stagione di The OC si chiudeva tristemente con la partenza forzata di Ryan dalla casa dei Cohen, con una scena completamente speculare rispetto alla pilot, e in sottofondo le note strazianti di "Halleluja" nella versione di Jeff Buckley (che Marissa gli aveva messo in un cd all’inizio della stagione). Così molti degli adolescenti della mia generazione sono entrati per la prima volta in contatto diretto con la musica di Jeff Buckley. Mi rendo conto che per i dotti musicali questa può certamente sembrare una betise, ma ditemi il contrario se siete stati millennial anche voi.
Stacco.
20 anni dopo e spicci.
Qualche giorno fa ho finalmente recuperato It’s Never Over il documentario sul cantautore americano uscito nelle sale italiane con distribuzione Nexo per pochi giorni a marzo, diretto dalla regista Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt. L’ho guardato in concomitanza con l’anniversario dell’uscita di Grace, il primo ed unico album di Jeff Buckley, distribuito via Columbia Records in Europa il 15 agosto 1994 e qualche giorno dopo, il 23 agosto, negli Stati Uniti.
Chi lo aveva già visto, mi aveva riferito di essere uscito dalle sale in un bagno di lacrime, e onestamente non ho avuto troppa difficoltà nel crederci — già le sue canzoni tendono a fare questo effetto, figuriamoci un film su di lui — ma certo non immaginavo fino a che punto potesse essere un vero pugno nello stomaco.
Il documentario è un racconto che procede per immagini e canzoni, tra video di repertorio, note vocali e testimonianze dirette raccolte in punta di piedi. In questo la regista è stata estremamente attenta a non invadere gli spazi di nessuno e restituire una visione che si allontanasse quanto più possibile dalla costruzione mitopoietica del personaggio di Jeff Buckley per trasmetterne invece l’essenza più intima con tutte le sue complessità e insicurezze.
Nel cuore della New York a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, il film si dirama esplorando la tensione costante che ha cosparso la sua vita tra fuga e appartenenza, incastrando continuamente assenze e presenze. Berg segue il rapporto conflittuale con la figura del padre, Tim (altra legenda della musica folk-rock, scomparso a 27 anni a causa dei suoi problemi con la droga) che lo abbandona ancor prima della nascita per seguire la carriera, e dal quale Jeff si sentirà sempre affascinato ma dalla cui ombra cercherà di fuggire per tutta la vita. Ci sono poi i suoi compagni di band, gli artisti che hanno condiviso momenti importanti con lui (tra cui anche Ben Harper), ma in particolar modo lo sguardo della regista si sofferma sulle donne della sua vita: le ex compagne, Rebecca Moore e Joan Wasser, e in primis la madre Mary Guibert.

Al centro del documentario, ovviamente, campeggia in tutto il suo splendore Grace che è stato una vera arma a doppio taglio per Buckley, contribuendo da un lato ad imporre la sua statura come cantautore ed interprete incredibilmente dotato e dall’altro, contemporaneamente, facendo insinuare in lui lo spauracchio della creatività.
Grace conta sette brani inediti (tra cui “Last Goodbye” e “Lover, You Should’ve Come Over” – da cui è tratto il titolo del documentario) e tre cover (tra cui “Halleluja” di Leonard Cohen, “Corpus Christi Carol” di Benjamin Britten e '”Lilac Wine'” nella versione di Nina Simone). Le sue cover spiccano perché non sono semplicemente esecuzioni rimaneggiate ma veri e propri universi espressivi intorno ai quali concentra uno studio molto approfondito sulla tecnica vocale e sul trasporto emotivo che questi pezzi riescono a convogliare. Ed è proprio nella forza evocativa della sua voce che bisogna probabilmente cercare tutta la grandezza di Jeff Buckley: una voce angelica e sofferente in grado di toccare corde profondissime e far venire brividi anche alle tavole da stiro.
Dopo questo sorprendente esordio, l’itinerario artistico di Jeff Buckley subisce un’impellente pressione per il nuovo disco. Ma dopo quasi due anni di tour, proprio quando finalmente stava lavorando a My Sweetheart the Drunk, questo il titolo scelto (che aveva tra l’altro Tom Verlaine come produttore) perde la vita – accidentalmente o no – annegando in un affluente del Mississippi.
Spesso la critica si domanda se Grace sia stato così romanticizzato per il semplice fatto di essere stato l’unico disco di Jeff Buckley e questo lo abbia rivestito di una sorta di alone di intoccabilità. L’ho riascoltato tutto di fila dopo aver visto il documentario e non credo sia neanche lontanamente contemplabile una tale posizione. Non sappiamo, certo, se nella sua eventuale futura carriera Jeff avrebbe potuto eguagliare tanta bellezza, così gentile e devastante, superarla o forse no. Ma il punto non credo debba essere questo. Grace è uno dei dischi più influenti degli anni Novanta e la sua potenza trascende ancora oggi i limiti spazio temporali tanto da averlo reso un punto di riferimento per molti artisti anche a distanza di più di 30 anni. C’è qualcosa di (anche inspiegabilmente) toccante nel suo modo di performare le canzoni che investe chi le ascolta senza riserva. E probabilmente resterà per sempre la lacrima che pende dentro la nostra anima a vita ricordandoci che It’s Never Over.
