Devo essere onesta: credo di essere stata una delle pochissime persone sulla faccia della Terra (perlomeno in ambito musicale) a non aver vissuto la Brat Summer. Ovviamente, in maniera contingente sapevo di cosa si trattasse; la sua estetica talmente tanto pervasiva e il linguaggio così netto e riconoscibile rese Brat un vero e proprio fenomeno culturale nel giro di pochissimo tempo.
Ma come tutte le cose che vengono accolte dall’hype collettivo in maniera spropositata, ho sempre cercato di distaccarmene assumendo una sguardo critico che in questo caso, però, si era trasformato in vero snobismo. La ritrosia dettata dal non voler soccombere a una moda (alias un gusto) solo perché di dominio plateale mi aveva portata a non darle una concreta possibilità. Male. Ma ogni cosa ha il suo tempo.
Conoscevo Charli XCX – insomma, chi non conosce Charli XCX? – e mentre sto scrivendo queste prime battute, al telegiornale hanno passato la notizia che un suo ritratto verrà esposto alla National Gallery di Londra per essere una delle donne più influenti in ambito artistico e musicale di questa generazione.

Ma torniamo a quello iato che c’è stato tra l’estate del 2024 e il mio attuale status di fan di Charlotte Aitchison (eh già, è andata proprio così: come quando diventi bbf di una persona che all’inizio ti stava altamente sulle – let’s say – scatole).
Galeotto fu il libro e chi lo riadattò. Esatto, perché a farmene innamorare è stata proprio la colonna sonora della trasposizione filmica di Wuthering Heights ad opera di Emerald Fannell a inizi 2026. Doveva scrivere una canzone, ha scritto un intero album. “House” con John Cale dei Velvet Underground mi aveva rapita e per giorni non sarei riuscita ad ascoltare altro. Elettro folk dai toni gothic, a tratti cupo a tratti abitato da un fascino atemporale; praticamente, quanto di più lontano potessi immaginare dall’universo compositivo della cantautrice inglese.
Eppure, anche senza sbagliarmi, mi ingannavo. Ho ripercorcoso a ritroso la sua cospicua discografia fino a quel momento (oltre i cinque album precedenti, figuravano innumerevoli ep, remix e bsides). Restai colpita dalla sua capacita di reinventarsi, giocare con i suoni e con se stessa, senza prendersi mai troppo sul serio ma allo stesso tempo affrontando qualsiasi cosa con il massimo del rispetto e della cura. Un calderone di stimoli che però non si erano mai spinti a varcare soglie così tanto distanti dalla sua area compositiva prima di Wuthering Heights. Finché, inaspettatamente per tutti (lei stessa in primis), viene colta da una nuova ispirazione e annuncia d'emblée un nuovo album per quest'anno.
Un nuovo album rock: questo si dice in giro e non a caso il primo singolo estratto a inizio maggio è stato proprio “Rock Music”. “I think the dance floor is dead so now we're making rock music” fu presa come la dichiarazione d’intenti che avrebbe accompagnato la release dell’album, per poi, in un botta-e-risposta con le sue stesse provocazioni, essere smentita quasi immediatamente. Dal singolo si ascoltano strumentazioni organiche che fondono “musica suonata” e produzioni che non si distaccano in maniera troppo netta con quello che è il background dell’artista. Ma non basta questo per fare un disco rock; ci vuole una visione, un immaginario, un marketing ad hoc che lo sostenga. E qui arriva la rivelazione di Music, Fashion, Film con tutto il pacchetto annesso.
Esce la copertina del disco che ritrae i tre numi tutelari di ognuna di queste arti: torna John Cale, accompagnato da Marc Jackobs e Martin Scorsese. In bianco e nero, senza scritte, senza nient’altro che la loro presenza. Contemporaneamente, esce anche il secondo singolo estratto, forse il pezzo più rock in senso precipuo di tutto il lotto che andremo ad esaminare, ovvero “SS26” in cui compare anche la frase che racchiude il titolo: “Nothing's gonna save us, not music, fashion or film”.
Eccolo qua il rock.
Se volessimo tracciare un fil rouge che tiene insieme tutto MMF sarebbe proprio questa riflessione più o meno sottesa circa il rapporto di un artista con la propria arte. Nel divario tra identità e persona (ma su questo torneremo), la cantautrice si interroga su cosa ci sopravvive (o anche a cosa sopravviviamo noi) una volta aver capito che non sarà la nostra arte a salvarci. È la finale “Nothing’s Gonna Last Forever” a ovviare ogni dubbio con le parole penetranti del regista David Cronenberg adagiate in maniera eccelsa sulle note sintetiche in sottofondo (a quanto pare Cronenberg non aveva ascoltato la traccia prima di registrare il monologo, ma la sua musicalità enunciativa è stata pressocché lungimirante). Al centro dei due minuti e mezzo di commiato, prima del loop ossessivo che ripete il titolo, compare la frase: “Oblivion Is Freedom”. E non c’è niente di più rassicurante, probabilmente, della consapevolezza di poter avere un destino indipendente rispetto a ciò che creiamo. Quello che resta di noi dopo la nostra morte non è per noi. O, più in senso generale, non si può controllare l’incidenza delle proprie intenzioni artistiche perché esse esistono ed esisteranno a prescindere dalla nostra finitezza.
Nel mezzo troviamo tutto uno spettro che è percorso da chitarre distorte, compressioni ritmiche simil-analogiche, sbavature electro-clash. Troviamo i clangori che non ci prendiamo delle riserve nel definire proto-industrial in pezzi come “Card Declined” (che sul finale si trasforma quasi in un adagio celtico sintetizzato prima di aprirsi ad una sorta di mini hidden track che ho scoperto trattarsi di uno dei tre bsides del disco, pubblicati esclusivamente su iTunes e YouTube) e “Persona” (brano molto interessante da analizzare, nel quale la cantautrice fa riferimento all’omonimo film di Ingmar Bergman del 1966 mentre intavola un dialogo con se stessa allo specchio, chiedendosi dove termini Charlotte e inizi Charli).
Non mancano certo le scariche EDM ("Yeah"), i loop super acidi hyperpop ("2007") e quel gusto irrinunciabile per la pc music che ha caratterizzato la sua produzione da almeno dieci anni a questa parte, o comunque da quando ha iniziato a lavorare insieme al produttore e dj A.G. Cook, al quale, tra l’altro, è dedicata la decima traccia del disco “Magic, Metal, Montana”, che invece ammicca all’indie (come fanno anche "Camera" e “Wink Wink”, anche se con inflessioni più vezzosamente poppish).
Uno dei momenti che più difficilmente ci saremmo aspettati, invece, è da ricercare nel frangente dal sapore nirvana-unplugged di “I’m Afraid” il quale, incastonato tra fanfare cinematografiche, rapperesenta il brano più contemplativo del disco. Qui la voce di Charli subisce il minor lavoro a livello di effettistica, che comunque in generale viene svolto in maniera più parsimoniosa.
A tal proposito, non possiamo non fare una menzione all’ottimo lavoro di squadra con i membri ormai fissi nel team Charli XCX: oltre Cook, troviamo Finn Kane alla produzione e Aidan Zamiri nella cura dell’aspetto visivo (video/foto). Di seguito, lo splendido video realizzato per “Camera” con un Vincent Cassel che cita se stesso nel film La Haine di Mathieu Kassovitz (1995).
Non avrà forse la potenza evocativa immediata di Brat, ma con questo lavoro Charli XCX stabilisce in maniera inequivocabile la sua genialità e la forza inarrestabile del suo estro. Non inventa niente di nuovo con il suo settimo disco, ma stilisticamente va verso una direzione di crescita come mai aveva fatto. Ridona dignità al senso di leggerezza, mostrando come anche le persone che sembrano in apparenza superficiali ne abbiano fatto consapevolmente una forma di esistenzialismo per non soccombere dietro quegli squarci di ansia e insicurezza che riescono a perseguitare chiunque. Ribalta l’assunto “dancefloor is dead so now we’re making rock music”, facendoci vedere come il dancefloor possa essere rianimato attraverso le contaminazioni con il rock, ma soprattutto attraverso la voglia di non stare mai incastrati in schemi di nessun tipo.

TRACKLIST:
- Rock Music (01:55)
- SS26 (02:47)
- Card Declined (03:27)
- Camera (02:31)
- 2007 (02:04)
- I’m Afraid (02:11)
- Yeah (02:17)
- Wink Wink (02:02)
- Persona (02:37)
- Magic Metal Montana (02:30)
- No One Lasts Forever featuring David Cronenberg (05:42)
