Kings Without a Crown è l’ultimo disco realizzato da Matteo Agostinelli, mastermind degli Yuppie Flu, scomparso a febbraio. Ho avuto modo di parlare con il fratello Paolo, e lo storico bassista e compositore Gabbo, i quali stanno portando in giro l’album per l’Italia in forma di listening parties e in una lunga chiacchierata abbiamo parlato di nostalgia, degli anni 90 e 2000 in Italia e in Europa e delle canzoni lasciate da Matteo.

Grazie per questa intervista. Partiamo dalle listening parties, come le state vivendo?
Paolo: Stiamo facendo diversi giri: Francesco è venuto a Fano e Bologna, io ho proseguito per Roma, Palermo, poi Napoli, Torino, Milano, Trento, e a inizio ottobre ce ne saranno altri. Il senso è molteplice. Prima di tutto promuovere il disco: dopo la morte di Matteo sapevamo che stava lavorando a questi pezzi e ci siamo detti subito che andava pubblicato. Ma volevamo che venisse ascoltato per quello che è, senza spingere troppo su quello che è successo. Abbiamo fatto musica insieme per tanti anni e crediamo nel valore della musica, più che nelle persone che improvvisamente si ricordano di quanto eravamo bravi. Poi c'è un motivo sentimentale e familiare: con me ci sono i due figli di Matteo. Quando sono nati loro, l'attività della band si era di fatto chiusa, quindi per loro siamo solo dei vecchi boomer. Non sanno che eravamo delle “protorockstar”. È bellissimo che vedano quanta gente voleva bene a Matteo, quante persone tenevano a quello che ha fatto, e che scoprano il padre al di fuori del ruolo paterno che ha avuto in questi ultimi anni.
Avete ricevuto riscontri anche da ascoltatori nuovi, magari più giovani?
Paolo: Per ora poco, ed è una delle cose su cui mi piacerebbe concentrarmi ora che il disco è uscito. Penso che quello che abbiamo fatto, e anche questo disco, possa interessare chi segue il nuovo indie italiano. Per ora agli eventi vengono soprattutto vecchi fan e vecchi amici.
Francesco: La nostalgia bagna un po' tutto in questo periodo, ci sono perfino le partite con Buffon e Baggio. Ma credo ci sia anche un fascino delle nuove generazioni per un'epoca che per noi era normalissima, la nostra post-adolescenza. La morte di Matteo, oltre a quanto sia straziante perdere una persona con cui hai condiviso metà della tua vita, ha avuto anche un impatto culturale, nella nostra piccola scala. Tante persone con cui non parlavo da tempo hanno cominciato a riflettere su quel periodo, ora che è scolpito nella pietra e non tornerà più. Qualcuno lo idealizza, sembrava quasi impossibile che all’epoca dei ragazzi di Ancona facessero questo, mentre per noi era sopravvivere da un concerto all'altro, fisicamente ed economicamente. Era molto duro, però era figo, non posso negarlo.
Voi siete stati un esempio di band italiana che sognava di essere internazionale: siete arrivati a Rough Trade, suonavate accanto ai vostri contemporanei americani ed europei senza stonare. Oggi quel sogno mi sembra non solo un'utopia, ma quasi una cosa non augurabile discograficamente: cantare in inglese rischia di suonare provinciale oggi.
Paolo: Ne abbiamo parlato proprio a Palermo. Eravamo ragazzi di provincia, un po' naif, con ascolti in inglese, in un periodo in cui anche geopoliticamente c'era l'idea di un'Europa unita, di confini che si allargavano. Sembrava naturale cantare in inglese e far parte di una scena almeno europea. È vero quello che dici: oggi chi canta in inglese sembra quasi provinciale. Anche Homesleep, di cui facevano parte Matteo, Daniele [Rumori, ndr] e altri, era pensata come un'etichetta europea, guardava a realtà come Elefant in Spagna, aveva un roster europeo. Trovavamo persone affini negli altri paesi, si costruivano reti, i gruppi e i dischi giravano. C'era una scena.
Francesco: In Italia invece le major ci cercavano, ma la condizione era sempre cantare in italiano. Matteo non ne aveva nessuna voglia, per motivi che in parte conosciamo e in parte non scopriremo mai. E noi eravamo convinti di quello che facevamo. Ricordo lucidamente un episodio che per me è stato uno spartiacque, visto che i testi li ho scritti in buona parte io: all'inizio hai tutte le insicurezze di chi scrive in una lingua che non è la sua. Invece dall'estero il feedback era: “siete esotici, ci piace anche la pronuncia, anzi, cantate in modo che si senta che siete italiani!”. L'opposto di quello che pensavamo, con l'ipercorrettismo di chi non è sicuro. La musica prende la pancia prima della testa.
Del resto molti di noi hanno amato la musica in inglese prima ancora di capirla.
Francesco: Certo, ed è stato anche il modo di impararlo. Mio figlio ascolta poca musica italiana e l'inglese l'ha imparato così, come io l'ho imparato con MTV.
Homesleep rinasce con questo disco. Ci sono progetti?
Paolo: Per rispondere bene servirebbe Daniele, che è la spina dorsale rimasta dell'etichetta. Posso dirti che di sicuro pensiamo alle ristampe in vinile del nostro catalogo. Rimettersi a fare queste cose dopo quasi vent'anni, in un mondo diverso, non necessariamente peggiore, è anche faticoso. E voglio ringraziare 42 Records: senza di loro forse non ce l'avremmo fatta, sicuramente non in tempi così stretti. Hanno seguito tutto in modo ultra professionale, e tante persone ci hanno scritto la mattina dell'uscita perché avevano già il disco nella posta.
Tre dei nove brani erano già usciti nell'EP Hold On del 2021. Erano già pensati per questo album?
Francesco: La gestazione è stata lunga e anche rocambolesca. Nel 2021 c'erano questi tre pezzi e, dopo dodici o tredici anni senza uscite, li abbiamo pubblicati in digitale senza troppe riflessioni, con una promozione organica. Non avevamo nemmeno Instagram: l'ultima volta che avevamo promosso qualcosa c'era MySpace, per farti capire. Poi Matteo ha continuato a lavorare, e a un certo punto ci siamo detti che queste uscite digitali non se le filava nessuno. Meglio un long playing vecchia scuola, un disco intero con un ragionamento e un costrutto musicale, come siamo abituati a fare. E la lunga gestazione si sente: non è un mese chiuso in studio, sono anni passati a pensare a ogni singola battuta, ogni singolo Hertz, attraverso tutte le fluttuazioni d'umore del compositore principale.
Paolo: Se Matteo fosse qui e avessimo continuato a lavorarci, non so se quei tre pezzi sarebbero rimasti. Anche Francesco ha composto tantissimi brani degli Yuppie Flu e stava lavorando a dei pezzi, quindi sarebbe potuto uscire un disco molto diverso. Però mi piace proprio che sia il lavoro di tanti anni. Ogni nostro disco rifletteva l'epoca in cui era nato: Toast Masters [2005 ndr], per esempio, usciva nel momento del ritorno del rock newyorkese, un suono che avevamo già fatto ma che volevamo tirare fuori perché eravamo presi da quel momento. Questo invece Matteo si è potuto permettere il lusso di farlo fuori da qualsiasi scena. È la somma del suono Yuppie Flu, senza tempo.
Questo mi fa pensare a "Chasing What": leggendo il testo ci ho visto una dimensione isolata, in cui ci si rende conto che forse si sta meglio senza inseguire davvero qualcosa. È una mia sparata?
Francesco: È una sparata tua uguale alla mia. Il senso è quello: capire il senso delle proprie azioni e mettere a fuoco, con difficoltà, il motivo che ti ha portato a farle. Tante cose uno le fa come la palla di neve che cade dalla montagna e diventa una valanga, senza nessun motivo.
Come avete lavorato concretamente al disco?
Francesco: Quello che senti è esattamente come Matteo l'aveva registrato. È stata una scelta collegiale: abbiamo preso i brani e li abbiamo lasciati come erano nei suoi drive. Conoscendo non solo la sua perizia da musicista, ma soprattutto quella da arrangiatore e fonico, non avrebbe voluto nel suo disco qualcosa che non fosse prodotto e registrato da lui. Su questo era un maniaco, un talebano del suono. Se avessimo dovuto aggiungere qualcosa alla sua produzione, saremmo dovuti andare da Nigel Godrich.
Paolo: Francesco ha composto tantissimo, ma il suono degli Yuppie Flu, la produzione, era lui, con la sua follia e la sua disciplina. Irreplicabile.
Francesco: Abbiamo solo aggiunto due voci in due pezzi, a distanza: io le registravo nel mio studio e gliele mandavo, lui le sistemava. Per registrare non ci siamo mai visti. Ci eravamo trovati per qualche prova prima del Covid, perché ci avevano chiesto di chiudere il MI AMI nel 2019, [quello che sarebbe dovuto essere, ndr] l'ultimo anno di Carlo Pastore, poi arrivò la pandemia. Abbiamo fatto altre prove qui ad Ancona, ma solo per capire in che condizioni eravamo. Per le session di Kings Without a Crown non abbiamo fatto in tempo.
Veniamo al titolo: a cosa si riferiscono questi re senza corona?
Francesco: È uno statement a testa alta. È figlio del ragionamento di prima: ci siamo resi conto di quanto abbiamo fatto e della strada percorsa, e non serve che nessuno ce lo dica. Per noi va bene così.
Sentite che sia mancato un riconoscimento, che il vostro lavoro non abbia raccolto i frutti che speravate?
Francesco: Non mi sento non appagato. Se avessimo voluto altro avremmo dovuto fare diversamente, ma abbiamo scelto quella strada e quello era il risultato che avremmo avuto. Non ho rimpianti in questo senso. Ho il rimpianto di aver perso il mio amico e di non poter più giocare con lui.
Paolo: Per certi versi è andata anche meglio di quanto potesse andare, per un gruppo di ragazzi di provincia che cantano in inglese e pensano di far parte di una scena internazionale. I momenti più belli sono stati quelli vicini ad altri gruppi, dividere il palco ed essere compagni di etichetta con band che amavamo, italiane e straniere: i Giardini di Mirò, i Quickspace, gli Stereolab o i Notwist. Quello era il mondo in cui volevamo stare. Poi, come nella vita, a volte è un lancio di moneta: c'è stato un momento in cui avremmo potuto firmare con una grande etichetta europea, XL Recordings, ma alla fine è stato preferito un altro progetto al nostro. Chissà cosa sarebbe successo. L'unico rammarico è non aver avuto più successo, non per i soldi in sé, ma perché a un certo punto, diventando adulti, fare musica era diventato faticosissimo. Dovevamo suonare dal vivo tantissimo per riuscire a campare, eravamo in giro ogni fine settimana, poi tornavi a casa, lavoravi, studiavi, e ripartivi. Diventava difficile dare sempre il massimo, e questo ha diluito la qualità di quello che facevamo. È anche uno dei motivi per cui ho smesso: stava incidendo sulla mia salute mentale. Con un'etichetta più grande avremmo avuto strumentazione migliore, il lusso di preparare davvero un tour, magari altri musicisti sul palco.
Come vedete la scena indipendente italiana di oggi, più italiana e meno rivolta all'estero, con meno club e la musica ascoltata soprattutto in rete?
Paolo: Ho una visione ottimista. Francesco tra l'altro ha avuto anche un progetto in italiano, un po' in anticipo sui tempi. Io ho vissuto gli ultimi quindici anni negli Stati Uniti e non sono stato molto dentro la scena, ho ascoltato il primo Calcutta e gli artisti che mi sono sempre piaciuti, da Battisti e Battiato ai Baustelle. Ma tornando qui ho visto tanta roba, soprattutto d'estate: tanti piccoli festival organizzati da ragazzi giovani, con tanti gruppi italiani indipendenti. Un tempo i grandi gruppi internazionali arrivavano fino al Sud, noi abbiamo suonato a Napoli con i R.E.M.; oggi tutti si fermano a Milano. È diverso, meno club e un modo diverso di vivere la musica, ma la scena mi sembra in salute.
Francesco: Mi pare che oggi abbiano più riscontro i mega eventi, dove forse si gode più del grande numero che della musica in sé. La cultura del club, dove vai per ascoltare un gruppo e segui la programmazione, è in recessione.
Paolo: Ne parlavo con Daniele, che per anni è stato legato al Covo di Bologna: non esiste più la “disco indie”, la serata rock, che era quello che teneva in piedi economicamente i club. I festival invece funzionano finanziariamente, e hanno un'aura: una volta il Coachella era un festivalino, oggi è un mito.
Francesco: Anche festival italiani come Ypsigrock stanno crescendo molto. Noi ci siamo andati alla seconda o terza edizione e già si capiva, dalla cura che ci mettevano, che nessuno li avrebbe fermati.
Forse manca una connessione tra scene che fanno gli stessi generi in paesi diversi.
Francesco: Ed è un'assurdità: ai tempi nostri dovevamo telefonarci o scriverci lettere, poi sono arrivate le email; oggi basta un bottone per conoscere qualcuno dall'altra parte del mondo. Probabilmente manca la volontà.
Questo è l'ultimo capitolo degli Yuppie Flu?
Francesco: Temo di sì. L'attitudine di Matteo verso la musica non è replicabile: sarebbe un'altra cosa, e non sarebbe giusto chiamarla allo stesso modo. Come nessuno se l'è sentita di mettere le mani sul disco, credo che nessuno se la sentirà di farne un altro. Noi eravamo lì, siamo parte di tutto, ma ci manca un pezzo, e non un pezzo qualsiasi. Conosco tanti musicisti bravissimi e tanti fonici, ma ognuno ha la sua grammatica, la sua voce, il suo modo di vedere le cose. Quello di Matteo era quello degli Yuppie Flu. Col tempo siamo diventati una cosa sola, una massa unica: se perde un organo, non ha più ragione di vivere. Te lo dico più a me che a te. È una perdita che ci pesa tantissimo, a tutti. Non sono più un bambino e la vita mi ha riservato tanti scherzi, ma questa è una mazzata incredibile.
Sul sito di 42 Records citate un progetto dedicato alle arti performative, a cui andrà il ricavato del disco. Volete raccontarci qualcosa?
Paolo: Tutto il ricavato dalle vendite andrà a un progetto dedicato alle arti performative e alla ridefinizione dell'accessibilità culturale, costruito insieme ad artisti e realtà che da anni lavorano su corpo, scena e disabilità. Lucia Agostinelli, la figlia di Matteo, fa parte della compagnia teatrale Gruppo Elettrogeno: vorremmo che il progetto partisse da lei e dalla sua esperienza, e guardasse al suo futuro e a quello di ogni persona che desidera abitare le arti performative non come eccezione, ma come possibilità concreta di accesso ai processi creativi e di riconoscimento artistico e professionale. Va detto anche che nessuno sta guadagnando da questo disco: hanno lavorato tutti gratuitamente, 42 Records in primis, e ci hanno messo il cuore.
Chiudo sempre con un consiglio d'ascolto. Cosa vi è piaciuto di più di questo disco, e cosa state ascoltando?
Francesco: Adesso ascolto sempre l'ultimo disco di Kim Deal, la bassista dei Pixies, mi piace un casino. E poi i Big Thief, fantastici. Del disco di Matteo mi piace praticamente tutto. All'inizio è stato dolorosissimo ascoltarlo, ma ora che l'ho digerito lo trovo molto a fuoco. Essergli stato accanto per vent'anni, aver visto tutta la parabola del musicista e del compositore, è stato un grande regalo della mia vita. Ho imparato tantissimo da lui. La cosa che mi piace di più è aver visto tutto il percorso, arrivare alla fine e ammirarlo da lontano.
Paolo: Non ho un pezzo preferito. La musica la ascolto per provare emozioni, e in questo disco c'è un bouquet di emozioni: “Be Free Now” mi sembra un pezzo perfetto per l'estate, “Chasing What” è più esistenziale. Ogni pezzo ha il suo momento. Quanto agli ascolti, sono un po' stufo della nostalgia infinita: quest'anno ho visto dal vivo gruppi dei miei anni, i Kings of Convenience, i Notwist [entrambi presenti a questa edizione di Ferrara Sotto Le Stelle, ndr]che sono delle macchine e oggi suonano meglio di quindici anni fa. Ma non voglio fare altri dieci anni di anni Novanta. Ho provato con i Geese, non mi hanno ancora conquistato. Sto ascoltando a ripetizione l'ultimo disco di Harry Styles, che ha gli LCD Soundsystem in apertura, una cosa che non avrei saputo inventare. E poi Blonde di Frank Ocean e i Beach House. Roba degli anni Dieci: almeno non anni Novanta. Devo andare avanti con la nostalgia.
