Tra qualche settimana i The Get Up Kids torneranno in tour nel nostro Paese sul palco del Road To Bay Fest. A trent'anni di distanza dagli esordi, affrontano questo ennesimo tour senza concettualizzare troppo i bilanci, ma vivendo l'esperienza live nel suo aspetto più puro e autentico, divertendosi e lasciandosi emozionare ogni volta come se fosse la prima.
Abbiamo scambiato qualche parola con Matt Pryor (cantante e chitarrista della band, ndr) e alla domanda riguardo cosa sia cambiato in questi tre decenni nel loro rapporto con i palchi in giro per il mondo, ci risponde semplicemente: «Ho imparato a bere più acqua e meno alcol, fare stretching e prendermi più cura del mio corpo in generale». Ci raconta anche del legame a filo stretto con l'Italia e del fatto che si divertono sempre molto quando sono qui perché il pubblico li accoglie ogni volta in maniera calorosa. Ad esempio, durante un concerto sono stati presi letteramente a limoni sul palco e hanno capito solo in un secondo momento che per la nostra cultura si trattava di un gesto che voleva esprimere gratitudine (non so con chi hai parlato Matt, ma non è sempre propriamente così - sic).
Siccome qualche mese fa mi era capitato di parlare insieme a Jeremy Bolm di una traccia specifica dei TGUK che è "Hannah Hold On", affrontiamo insieme a Matt la questione del repertorio e di cosa riesca a sopravvivere nel tempo di un catalogo così lungo: «Quella canzone in particolare è una delle nostre preferite e la adoro, anche se non la suoniamo da un po'. Ma l'abbiamo rimessa in scaletta». Diverso il discorso per "Mass Pike", brano che resta popolarissimo tra i fan ma che la band sceglie ormai di dosare con più parsimonia. Affrontiamo a questo punto il tema, quasi inevitabile per una band arrivata a questo punto della carriera, del passaggio generazionale. Tra il loro pubblico, c'è chi li segue da trent'anni e continua ad esserci, ma ci sono anche giovani che scoprono oggi canzoni scritte molto prima che nascessero. «È bello sapere che la nostra musica può ancora significare qualcosa per qualcuno anche dopo tutti questi anni» riflette. «Penso che il punk rock in generale sia piuttosto senza tempo. Credo che le cose di cui cantavamo siano le stesse cose che i giovani vivono oggi. Essere adolescenti è un'esperienza piuttosto universale».
Impossibile evitare del tutto il discorso sull'etichetta "emo" e su tutto ciò che il genere si è portato dietro nel corso degli anni, con interpretazioni che spesso lo hanno portato verso strade molto diverse da quella originaria. È una domanda che, volente o nolente, li perseguita e sono loro stessi a riconoscerlo con un sorriso: «Ci verrà sempre posta questa domanda. Onestamente non ci facciamo più troppo caso».
Mi aggancio al tema, parlando delle nuove leve musicali e gli chiedo quali artisti sono nelle sue playlist più recenti; con mia sorpresa (devo ammetterlo) lo scopro grande fan di Sam Fender: «Penso che sia un performer straordinario e un cantautore incredibile. L'ho visto dal vivo a Denver, in Colorado, e sono rimasto sbalordito!». Oltre a Sam Fender, ci fa il nome degli High Vis e degli Yard Act.

Se si torna invece all'inizio di tutto, al momento preciso in cui la musica ha smesso di essere un gioco per diventare la loro vita, la risposta arriva senza esitazioni: «Onestamente, dopo il nostro primissimo tour, abbiamo capito molto in fretta che ci saremmo rimasti insieme per tutta la vita». Un'affermazione che ha un peso ben specifico in consiederazione del periodo di iato (4 anni, ndr) che li ha tenuti lontani nei primi anni anni Duemila: «Abbiamo sempre avuto qualcosa da dire; la musica è quello che ci ha riuniti ed è qualcosa che continuerà per sempre ad alimentare la scintilla per noi».
Mentre ci salutiamo, ci anticipa che tra un tour e un altro stanno lavorando a nuove canzoni e forse qualcosa potrebbe vedere la luce il prossimo anno. Fingers crossed!
credits immagine in copertina: Joe Calixto
