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ECCA VANDAL - Santeria Toscana 31 (MI), 03.09.2026


a cura di Olga Di Bello


A fine agosto, persa nello scrolling su instagram mi imbatto in una storia: c’è Ylenia (magica chitarrista della band di Latina Le Cose Importanti, ndr), che guarda estasiata il palco dell’All Points East a Londra. Ha la faccia ingolfata dall’emozione e ripete almeno tre volte, tra stupore ed emozione: “È Bella! È proprio bella!”. Mi chiedo chi fosse la persona capace di rapire Ylenia in quel modo, controllo i tag nella storia e mi imbatto per la prima volta nel nome di Ecca Vandal. La prima cosa che noto è la spunta blu, la seconda i 446mila follower, la terza è che ha suonato al Coachella.

Ora, per chi non mi conoscesse metto subito le mani avanti: dopo anni passati dietro e sotto i palchi dello stivale, diversi Primavera Sound e festivaloni nostrani di grande caratura ad esempio il Miami, sono finita con l’innamorarmi delle cose piccole come concerti intimi, festival di provincia, concerti sporchi nei centri sociali, il rumore, il sudore, il sacrificio e le smarmellate (cit. Boris) dei piccolissimi emergenti in eventi ancora più emergenti con un pubblico di massimo cento persone. Decido quindi di snobbare questa ragazzina dai capelli blu, se ha suonato al Coachella sarà sicuro un prodotto costruito a tavolino, spinto dal marketing e con dietro grosse produzioni, penso.

La mia vita va avanti, passa una settimana e come per magia un messaggio di Ylenia appare su whatsapp: “ascoltati Ecca Vandal, fidati”. Io e Ylenia non ci vediamo da mesi, ci vogliamo molto bene, ma le nostre comunicazioni sono sporadiche. Se tornata dalle vacanze festivaliere il suo primo pensiero è stato consigliarmi questa artista, forse avrò sbagliato a snobbarla. Del resto grazie a Ylenia ho scoperto Gaia Banfi, fidata una volta, tocca fidarmi di nuovo.

Apro Spotify mentre cammino e mi ritrovo in un mondo contorto, sfacciato, caleidoscopico e rumorosissimo: l’album LOOKING FOR PEOPLE TO UNFOLLOW. Pop, nu metal, nu rock, RnB, Soul, Rap, Trip Hop si intrecciano quasi inseguendosi in un vortice colorato, energico, dirompente.

Passo l’intera settimana ad ascoltare questo e i precedenti brani dell’artista, leggo interviste, comunicati stampa, recensioni. Scopro che ha studiato canto jazz al conservatorio, che alla competizione preferisce la collaborazione, che per quattro anni si è chiusa in una stanza col suo produttore (poi anche bassista, chitarrista e tastierista nei live), ha abbandonato i social, l’iperconnessione contemporanea, si è sgravata del peso del mondo e ha dato vita al suo secondo e ultimo album, dopo quasi dieci anni dalla prima release omonima Ecca Vandal, pubblicato nel 2017.


Il 3 settembre arriva e con lui il live. Gasata dall’album, ininterrottamente in cuffia da sette giorni, decido di andare in bici, i trentacinque minuti passano in un secondo, entro nel teatro di Santeria Toscana 31 e subito vengo accolta dall’energia cucciolissima del pubblico hardcore: tatuaggi, vans, capelli colorati, cappelli swag, persone normalissime. Avrei potuto incontrarle anche a uno degli eventi sconosciuti ai quali mi piace partecipare, mi sento bene, mi sento a casa.

Il concerto comincia con in base l’intro dell’album Airplane Mode, salgono il batterista e poi il polistrumentista e produttore Richie Buxton, infine acclamata dal pubblico arriva lei, Ecca.

Si comincia subito con i suoni martellanti e la voce graffiata e gridata di "Eyes Shut". Davanti ai miei occhi svelato immediatamente il segreto del successo di questo progetto: batteria potentissima, melodie intermittenti, presenza scenica. Tutto arriva potente e prepotente conservando la vena sporca del punk, la tecnica e brutalità del metal e l’imprevedibilità del jazz. Il concerto prosegue veloce, come i brani dell’album. Mi sento travolta e trascinata, senza che me ne accorga sto saltando e ballando e infatti dal palco Ecca ci chiede: “Siete qui per la festa? Volete ballare? E allora bounce! (aka saltate)”. Saltiamo, ondeggiamo, molleggiamo come un unico corpo su "Cassettes, Lies and Videotapes" , tra l’altro uno dei miei brani preferiti del primo disco, caratterizzato dalle solite commistioni schizofreniche di generi, con una vena più rap e una ritmica quasi cumbiesca.

La performance si interrompe per un attimo: Ecca ha notato che tra il pubblico ci sono molte donne. Ne è entusiasta, le invita a farsi spazio, a occuparlo, gli apre le porte del palco e le invita all’Invasione. In men che non si dica on stage ci sono una decina di persone, lei si fa da parte mentre canta e salta, tutte la seguono per un'esplosione di energia e vitalità. Il protagonista è il pubblico e il pubblico, ci tiene Ecca a farlo vedere a tutti, è donna. Da qui la festa era ormai nel suo clou, io completamente rapita dalla performance e dai brani che in solo una settimana erano riusciti a entrarmi in testa: abbiamo cantato, gridato, ballato, pogato. Un concerto che è insieme serata dubstep e concerto rock (generi presi molto con le pinze che con Ecca le etichette sono riduttive e sempre imprecise), una sinergia armoniosa di tecnica (di livello altissimo - specialmente la batteria), creatività, sentimento e trasporto (del pubblico come degli artisti sul palco).


Veloce l’album (circa 45 minuti), veloce il concerto: in un’ora e una manciata di minuti era tutto finito. Potevo vedere sulle facce di tutti la delusione, anzi forse sarebbe meglio dire frustrazione, dell’alzarsi da tavola con ancora un po’ di fame. Stranita mi rimetto in bici, senza nemmeno accorgermi che non ho messo le cuffie. Sono in una bolla e non riesco a capire bene cosa sia successo. Mi chiedo se non stiamo diventando troppo veloci, se la commistione fra più generi in un solo brano sia una scelta stilistica o una rappresentazione cruda e vera della nostra generazione: onnivora, multitasking, istantanea, abbracciata senza riserve alla fugacità delle cose della vita e della vita stessa.

Faccio fatica ad addormentarmi, l’adrenalina è altissima. Ylenia ancora una volta aveva ragione e io forse la devo smettere di essere snob.

 

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