Li avevamo lasciati esattamente un anno fa al Wishlist con l’ultima data di una lunga tournée che li aveva tenuti in giro a lungo per la promozione di Never Exhale (secondo disco in studio uscito a gennaio 2025). Ieri sera li abbiamo ritrovati, in formissima, con la prima data del tour europeo di quest’anno, sempre a Roma e sempre con lo stesso gruppo spalla in apertura.
Stavolta i Ditz si spostano in un live club di capienza decisamente maggiore, peró, e scelgono il Monk come teatro di una messa in scena piena di esplosività e senso di deragliamento. Inutile dirlo, sold-out ancora una volta.
La band (post-)post-punk di Brighton ha letterealmente incendiato il palco, tanto che non ha aiutato neppure il cestello del ghiaccio preso ad un certo punto dal cantante nel backstage per refrigerare l’atmosfera (se avete visto qualche volta i Ditz dal vivo, sapete benissimo a cosa mi riferisco se dico che Cal Francis è come un bambino irrequieto che vuole giocare con qualsiasi cosa si trovi nella sua sfera d’azione).
Come dicevamo, prima di loro, ad inaugurare la serata sono saliti sul palco i Jennifer In Paradise, band capitolina che ha presentato alcuni dei pezzi del disco d’esordio Torrente, uscito lo scorso novembre (tra cui “Fucsia”, “Blu Violento”, “Rovine” e la title-track). Con le loro commistioni di hardcore, post-punk, shoegaze e grunge ci regalano un live che ci accompagna, immergendoci, nell’atmosfera rovente di cui poc’anzi.
Dopo circa mezz’ora e un cambio palco che si prende le sue dovute tempistiche, i Ditz salgono sul palco senza troppe cerimoni verso le 22,15. Ed immediatamente ci travolgono in un vortice di distorsioni e scariche deflagranti
Il live si snoda lungo un tragitto irto di riff corrosivi e deviazioni industrial che esplodono, destrutturando il suono in vertigini claustrofobiche, trascinate da ritmiche che hanno la potenza di vibrarci nello stomaco. Mentre veniamo tutti travolti da questa schizofrenia no-wave abrasiva e delirante, sempre il portento Cal, uno sgraziato Ladyboy col timbro di Tom Waits (come cita la sua bio sui social) si lancia in andirivieni di stage diving, appende il microfono all’Americana sopra il palco, mette il ghiaccio sui piatti della batteria, offre il vino e, come un direttore d’orchestra, direziona il moschpit sotto le luci febbricitanti del locale.
La scaletta ripercorre in un’ora e mezza circa alcune delle tracce meno recenti del loro repertorio (come “No Thanks, I’m Full”, “Ded Würst”, “The Warden”, “hehe”, “I Am Kate Moss”) e altre estratte dal loro ultimo disco (“God on a Speed Dial”, “Space/Smile”, “Taki Man, “Senor Siniestro” e “The Body As A Structure”). Tutto di fila, senza encore. Sudati lerci loro e noi.
Onesta? Se potessi vedere un concerto dei Ditz a settimana, non credo esiteri molto ad accettare. Certo, dovrei procurarmi delle cuffie per prevenire l’acufene, ma non avrei esitazioni. Potenza sgangherata, straniamento disturbante, delirio e catarsi.

Grazie a Enzo (sì, proprio il “Don Enzo Magic Carpet Salesman” a cui hanno dedicato l’omonima canzone) per avermi fatto vivere quest’esperienza direttamente da dietro il mixer.







