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i cani - Spring Attitude @Auditorium Parco della Musica (Roma), 11.09.2026

Qualche giorno fa ha riaperto il Circolo degli Artisti, ma non è più il Circolo di una volta.

i cani sono tornati a suonare a Roma. Neanche loro sono più i cani di una volta, lo penso mentre esco dalla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica dopo due ore di concerto filate via senza quasi aver avuto il sentimento del tempo che è trascorso. E osservo il palco, le spoglie in dismissione di una scenografia incredibilmente ben allestita, con tutti gli strumenti sopra, e la marea di pubblico che si avvia all’uscita per la doppia data sold-out di fila. È un periodo storico, questo, in cui la nostalgia vince sull’avanguardia (o forse la vera avanguardia è esserne consapevoli), ma comunque è piacito a tutti noi ieri sera indugiare ancora per un po’, ancora per il tempo di un concerto, su sentimenti che ci hanno fatto rivivere un particolare momento della nostra esistenza quando negli anni '10 scoprivamo l’estetica hipster e ci avvicinavamo a quella sensibilità sonora lo-fi, cantautorale e sgangherata che i più avrebbero chiamato indie. Ci eravamo innamorati del modo con cui Contessa raccontava i nostri disagi generazionali seguendo una narrativa che aveva avuto il merito di fotografare con schiettezza e disincanto, in analogico e con una punta di glitch, quello che stavamo provando.

Per la mia generazione i cani non sono mai stati solo un gruppo da ascoltare o andare a sentire ai concerti, quanto più uno stato d’animo nel quale avevamo condensato tutto il malessere, le aspettative, il disincanto, la voglia di leggerezza e l’impossibilità di scrollarci di dosso le idiosincrasie sociali negli anni che andavano della nostra post-adolescenza fino ad arrivare all’ormai età adulta.

Ma non c’eravamo solo noi millennial sotto quel palco, ho visto anche molte persone giovanissime che quando i cani hanno fatto il loro ultimo concerto probabilmente andavano alle elementari. E questo è stato un dato che ho avuto piacere a constatare.


Quando a novembre hanno suonato all’Atlantico per la presentazione live dell’ultimo disco post mortem, dopo circa 10 anni di assenza, ci avrei giurato che quella sarebbe stata probabilmente l’ultima volta in cui li avrei visti per chissà quanto altro tempo. E fu una serata magica anche grazie o a causa di questo pensiero; volevo godermi ogni singolo momento e portarlo con me.

E invece. Complice la riuscita di un tour molto vincente, complice una buona sinergia sul palco tra tutti gli addetti ai lavori, i cani hanno deciso di allungarsi verso una tranche estiva del tour che li ha portati a percorrere tutt’Italia e che si avvia domani alla sua conclusione al Poplar Festival (Trento).

Diciamo l’effetto sorpresa ce lo eravamo bruciati lo scorso inverno: la bravura eccelsa di tutti i musicisti su quel palco, le visuals e gli effetti scenici sparati, Niccolò che esiste e lotta ancora insieme a noi. Sostanzialmente, ieri è stato lo stesso spettacolo, con una scaletta leggermente diversa che ha alternato comunque capitoli tratti dall’ultimo disco a squarci che hanno segnato la nostra generazione. Eppure ieri su quel palco ho visto una coesione maggiore (i mesi trascorsi suonando insieme comunque si sono fatti ben sentire) con un Contessa perfino meno chiuso in se stesso, che avrà malapena profferito una ventina di parole, sia chiaro, ma comunque meno a disagio.

Perché anche a tornare ci si deve abituare.

E poi, last but not least, l’acustica dell’Auditorium che è sempre molto ben definita e rende qualsiasi concerto più godibile, bisogna riconoscerlo. Neanche stavolta, comunque, mi ero informata sulla scaletta: quello sarebbe stato il colpo di scena che personalmente volevo regalarmi. E quanto ho goduto appena ho sentito intonare “ho paura di tutto, soprattutto de i cani” su quelle quattro sparute note sintetiche che aprono “FBYC (Sfortuna)”, che lo scorso inverno mi ero tanto rammaricata di non aver trovato in scaletta, insieme anche a “Wes Anderson” (un’atra delle mie preferite).


Il concerto procede con i bassi sparati che ci pulsano sottopelle mentre veniamo frastornati dalle luci strobo e dai ricordi, mentre ci godiamo uno spettacolo che ci tiene ancorati al qui e ora facendo volare ore in pochi attimi, con poghi assurdi neanche fossimo stati a un concerto punk-hardcore. Ma il live sa trovare anche spazi per rallentare la corsa e regalarci atmosfere rarefatte, come quando Contessa resta solo sul palco e suona in elettroacustico “felice”, uno dei momenti più emozionali insieme ad “Aurora” e “un’altra onda” (disclaimer: non riuscirò mai a non piangere con questa canzone).

Ormai Contessa si è arreso anche a non chiedere che “Lexotan” alla fine del concerto non venga ripresa tanto poi comunque qualcuno con lo smartphone in bella vista compare lo stesso. E allora tanto vale godersi quest’ultimo distillato di sciocca, ridicola, patetica, mediocre, inadeguata felicità tutti insieme, nel modo in cui si crede, ché chissà quando ci ricapiterà di nuovo. Magari tra un anno, magari tra altri dieci.

Immagine che rappresenta l'autore: Francesca Mastracci

Autore:

Francesca Mastracci