Non volevo, non volevo davvero iniziare con i paragoni.
OK, lo ammetto: me la sono cercata. Forse perché mentre scrivo ho in sottofondo BBC Radio 6 Music, che dedica questa giornata al venticinquennale di Is This It, e tra una hit e l'altra del 2001 partono all'improvviso “Trying Your Luck”, “Someday” o “Alone, Together”. E allora è inevitabile: tutto ti riporta proprio lì, in quel tranello che è il paragone.
In realtà non viene nemmeno troppo da chiedersi cosa sia successo dopo, perché Julian e soci hanno sempre saputo stupirci, disco dopo disco. Lo hanno sempre fatto maledettamente bene, costi quel che costi. Basti pensare che dopo First Impressions of Earth (2006) avevamo aspettato altri cinque anni prima di ritrovarci tra le mani un discone come Angles.
Questa volta, dal precedente The New Abnormal, di anni ne sono passati ben sei. Ma bisogna dircelo subito, amici: non ho gridato al miracolo. Reality Awaits è un disco di nove canzoni che, dopo quasi trent'anni di carriera, mostra per la prima volta qualche ruga degli Strokes. E forse, a sorprenderci davvero, è proprio questo.
Forse avremmo dovuto capirlo già dall'uscita del primo singolo, “Going Shopping”, e tenere basse le aspettative. Anche se il giochetto del "singolo più debole seguito da un disco fortissimo" agli Strokes è spesso riuscito benissimo. Ho sempre pensato, per esempio, che “Last Nite” fosse il brano meno bello di tutto “Is This It”.
Anche qui lo scherzetto ha funzionato, ma solo per un terzo del disco. Gli episodi più riusciti, infatti, sono “Dine N'Dash”, “Lonely in the Future” (ricco di dissing per la qualunque) e “Going to Babble On”, che riportano agli Strokes di Future Present Past (2016) e The New Abnormal (2020).
Un altro terzo del disco è un trittico di pezzi che suonano più come B-side del precedente full-length: la traccia di chiusura “Tyrants of the Mellow Moon” e i due singoli “Going Shopping” e “Falling Out of Love”.
Ah, colgo l'occasione per nominare una sola volta l'autotune. Faccio un appello ai compagni di stanza di Julian: eliminate qualsiasi traccia di quell'effetto mentre Jules dorme. Vi prego.
Ma ora passiamo alle tre rughe:
- “Psycho Shit”: perché iniziare il disco così?
- “Liar's Remorse”: credo sia la prima canzone davvero brutta (eh, l'ho detto) degli Strokes.
- “The Fruits of Conquest”: vibes da “Corazón Espinado”. Ragazzi, sul serio?
Se non altro “Reality Awaits” ci insegna una cosa: nemmeno gli Strokes sono più una certezza.
E nemmeno Rick Rubin. Ma questo, in fondo, l'avevamo già capito da quando l'abbiamo visto produrre “Viva la libertà” di Jovanotti.
L'impressione è che Julian e soci abbiano fatto tutto questo per essere più spettatori del risultato che autori in senso stretto. D'altra parte, il lato estetico è sempre stato uno dei punti di forza degli Strokes, ma questa volta sembra aver preso il sopravvento su quei guizzi che li hanno sempre contraddistinti.
Rimane comunque un disco valido, ma è probabilmente il primo degli Strokes che sorprende più per ciò che gli manca che per quello che offre.
In fondo, la realtà arriva per tutti. E stavolta è arrivata anche per gli Strokes.

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