Apparat: quando il silenzio si infrange in schegge di possibilità e diventa memoria
A volte ci si ferma solo per correre più forte, perché nel silenzio si possa ritrovare quell’anelito vitale in grado di smuovere l’animo e far succedere miracoli. All’inizio sono meri frammenti di un sussurro; poi diventano fragore incessante e voluminoso; infine, si fanno rifrazioni di suono nell’interstizio tra il nulla e l’oblio. Nel ricordo di qualcosa che non c’è ancora, ma potrebbe esserci.
È da queste premesse che nasce l’ultimo lavoro in studio di Apparat, dal titolo emblematico A Hum Of Maybe (uscito il 20 febbraio via Mute Records) e arrivato dopo un lungo periodo di iato (quasi sette anni) senza ispirazione per il musicista e dj berlinese d’adozione, deus ex machina di un nuovo modo di intendere l’IDM e i suoi dintorni. In questi anni lo abbiamo visto esibirsi sui palchi di tutto il mondo nei suoi set dietro la consolle, ma vederlo tornare sulle scene con tutta la band al seguito, dando finalmente corpo materico a quelle tracce tanto sofferte e piene di suggestione, era un’esperienza che stavamo aspettando tutti con grande interesse.
Entra in punta di piedi Sasha Ring, avvolto da un pulviscolo di luci soffuse dal colore viola che inondano tutto il palco dell’Alcatraz. Dietro di lui, i suoi musicisti, sempre gli stessi da anni: un sodalizio ben collaudato che non lascia margine a nessun tentennamento o ritrosia in sede live. Ce ne danno un assaggio immediatamente appena parte “Glimmerine”, open track del nuovo disco, ma ce lo confermano anche quando sono i problemi tecnici ad insinuarsi e dettare uno slittamento della scaletta. Senza scomporsi troppo, skippano “A Slow Collision” e continuano nella loro corsa senza sosta tra i bpm e la rarefazione. “Man 1 – Computer 0”: esulta compiaciuto Ring.
Il resto del concerto fila liscio tra maglie che si aprono e si chiudono, intessendo la trama compositiva che è diventata la sua cifra stilistica ormai da anni, tra pattern ritmici costituiti su brusii sussurrati, battiti motorik, dissolvenze ambient e tappeti lunghissimi che si dilatano riempiendo tutto lo spazio. A fare da cortocircuito sotterraneo, l’innato spirito della techno berlinese che si affaccia di tanto in tanto nelle fenditure di sospensione eterea, con la voce di Ring sempre sul punto di farti scendere una lacrima (qualsiasi cosa canti).
La band (composta perlopiù da polistrumentisti) sa alternare tensione ritmica – con una batteria che si fa implacabile, pulsazioni groove di basso e riff taglienti tra le righe – a sintetizzazioni ovattate, annodate a filo stretto con fiati ed archi – con quegli iconici barriti di sax e i tremuli arpeggi cordofoni.
La scaletta, benché principalmente incentrata sull’ultimo lavoro, dà spazio ad incursioni da Lp5 (“Dawan”, “Laminar Flow”, “Heroist” e “Caronte” – bel regalo arrivato nell’encore), da The Devil’s Walk (come “Ash/Black Veil” e “Black Water” – con cui chiude in maniera sublime il concerto), fino a ripescare da Walls (del 2007) “You Don’t Know Me”. Il tutto tenuto assieme da agganci di jam studiate che si innestano midtempo cullanti, glitch da chamber clubbing e cosmogonie elettrificate.
Apparat e la sua band si destreggiano, in modo alquanto sorprendente per chi non aveva mai assistito ad una loro performance in full, in dinamiche esecutive impeccabili che hanno tenuto tutto il pubblico presente incantato per l’intera ora e mezza di concerto, con lo sguardo assordo e la mente persa tra i propri frammenti di silenzio interiori.






